Autori: H. J. Edmon, Jr. Joint Institute for the Study of the Atmosphere and Ocean, University of Washington, Seattle 98195

B. J. Hoskins U.K. Universities Atmospheric Modelling Group, University of Reading, Reading, England

M. E. McIntyre Joint Institute for the Study of the Atmosphere and Ocean, University of Washington, Seattle 98195

(Manoscritto ricevuto il 30 maggio 1980, in forma finale il 28 agosto 1980)

Abstract (Traduzione Arricchita, Dettagliata e Scientifica)

Le “sezioni trasversali Eliassen-Palm (EP)”, note anche come diagrammi EP, rappresentano sezioni meridiane dettagliate che illustrano il flusso Eliassen-Palm, indicato con F, attraverso frecce direzionali e la sua divergenza mediante linee di contorno che ne evidenziano le variazioni spaziali. Queste sezioni sono particolarmente utili per analizzare moti atmosferici su larga scala che seguono un regime quasi-geostrofico, dove il flusso F include componenti relative alla latitudine e alla pressione atmosferica. In questo contesto, la latitudine indica la posizione nord-sud sulla superficie terrestre, mentre la pressione funge da coordinata verticale per descrivere l’altitudine nell’atmosfera. La temperatura potenziale si riferisce a una misura termodinamica che rimane costante durante processi adiabatici, essenziale per studiare la stabilità atmosferica. Il raggio della Terra è un parametro costante che scala le dimensioni planetarie, e le medie zonali rappresentano valori mediati lungo cerchi di latitudine costante, distinguendo tra componenti medie e deviazioni locali come le perturbazioni dovute ai venti orizzontali.

Vengono riesaminate in modo approfondito le motivazioni teoriche che rendono le sezioni EP uno strumento diagnostico potente per l’analisi atmosferica. La divergenza del flusso F, che misura quanto il flusso si espande o contrae in una data regione, riflette l’intensità dei processi eddy transienti e irreversibili – ovvero le turbolenze e le fluttuazioni atmosferiche non stazionarie che non possono essere invertite – a diverse altezze e latitudini. Questa divergenza è direttamente proporzionale al flusso meridionale (verso nord) della vorticità potenziale quasi-geostrofica, che è una forma approssimata della vorticità potenziale, diversa da quella più generale di Ertel, e che descrive la rotazione relativa dell’aria in un quadro geostrofico semplificato. In sostanza, essa quantifica in modo preciso la forzatura complessiva esercitata dalle eddy sullo stato medio zonale dell’atmosfera, ovvero come queste perturbazioni influenzano la circolazione media su scala planetaria, alterando la distribuzione dei venti e delle temperature.

Inoltre, la direzione del flusso F fornisce indicazioni chiare sull’importanza relativa dei principali flussi eddy di calore – che trasportano energia termica da regioni calde a fredde – e di momento angolare, che influenza la rotazione atmosferica e i pattern di vento zonali. Se la dinamica delle eddy segue un comportamento simile a quello delle onde di Rossby, che sono onde atmosferiche su larga scala generate da gradienti di vorticità planetaria e che propagano energia attraverso l’atmosfera, allora F funge anche da indicatore della propagazione netta di queste onde da un livello altimetrico e latitudinale a un altro, rivelando percorsi di energia e momentum attraverso la troposfera.

In questo studio, vengono presentate e analizzate sezioni EP sia osservative, derivate da dati reali atmosferici, sia teoriche, basate su modelli simulati, focalizzandosi sullo strato troposferico compreso tra 1000 e 50 millibar (mb), che corrisponde approssimativamente dalla superficie terrestre fino a circa 20 chilometri di altitudine, coprendo la maggior parte della troposfera dove si verificano i fenomeni meteorologici principali. Queste sezioni sono discusse in termini delle proprietà teoriche precedentemente descritte, enfatizzando come le eddy transiente – quelle che variano nel tempo e non sono fisse in posizione – siano determinate con maggiore affidabilità dai dati osservativi rispetto alle eddy stazionarie, che persistono in posizioni fissa per periodi prolungati.

Le sezioni per eddy transiente mostrano somiglianze significative con quelle ottenute da simulazioni numeriche di instabilità baroclina non lineare, un processo in cui gradienti verticali di temperatura e vento generano instabilità che evolvono in cicli complessi di crescita e decadimento, simulando realisticamente la formazione di cicloni e anticicloni. Al contrario, queste sezioni non assomigliano a quelle predette dalla teoria dell’instabilità lineare applicata a uno stato medio atmosferico realistico, confermando l’inadeguatezza di approcci lineari semplificati come base per parametrizzazioni dinamiche delle eddy. In particolare, tali parametrizzazioni devono tenere conto di come le instabilità alle medie latitudini – tipicamente tra 30° e 60° nord o sud, dove i contrasti termici sono elevati – influenzino le regioni subtropicali nella parte alta della troposfera, attraverso meccanismi di propagazione energetica.

Queste sezioni offrono una visione diretta e intuitiva del meccanismo di propagazione latitudinale delle onde planetarie, che sono onde su scala globale influenzate dalla rotazione terrestre e dalla topografia. Un collegamento dinamico analogo sembra emergere dalle sezioni EP per eddy stazionarie durante la stagione invernale, quando le forzature orografiche e termiche sono più pronunciate, favorendo pattern persistenti come le onde stazionarie associate ai jet stream.

Al contrario, le sezioni per eddy stazionarie in estate appaiono notevolmente diverse, caratterizzate da pattern più deboli e meno organizzati, sebbene i dati disponibili non le determinino con la stessa precisione. Tuttavia, esistono ragioni scientifiche per ritenere che alcune di queste differenze siano reali e non artefatti osservativi, potenzialmente legate a variazioni stagionali nella stabilità atmosferica e nei gradienti termici. Tali osservazioni potrebbero avere implicazioni significative per le teorie sulle onde planetarie stazionarie, suggerendo la necessità di modelli che incorporino effetti non lineari e interazioni con la stratosfera.

Infine, vengono presentate e discusse le “circolazioni meridionali residue” associate alle sezioni EP osservate. Queste circolazioni rappresentano la componente media della circolazione atmosferica lungo i meridiani, corretta per gli effetti eddy, e descrivono flussi come la cella di Ferrel o di Hadley in un quadro trasformato che elimina le cancellazioni tra moti diretti e eddy-indotti, fornendo una rappresentazione più accurata della dinamica atmosferica media.

1. Introduzione

Lo scopo del presente articolo è proporre che le sezioni trasversali meridiane, le quali rappresentano il flusso Eliassen-Palm (EP) mediante frecce direzionali e la sua divergenza attraverso curve di livello (isolinee di contorno), costituiscano uno strumento diagnostico standard e altamente efficace per l’analisi delle perturbazioni atmosferiche su un vento zonale medio. La teoria pertinente viene riesaminata in modo dettagliato nelle Sezioni 2 e 3. Tali sezioni EP integrano in un unico diagramma i principali flussi eddy di calore, momento angolare e vorticità potenziale, rendendo più immediata la valutazione delle loro magnitudini relative e delle interrelazioni spaziali. Esse offrono un quadro sintetico e coerente per confrontare risultati teorici, osservazioni empiriche e simulazioni numeriche, nonché per validare e ottimizzare le parametrizzazioni degli effetti eddy nei modelli atmosferici.

Inoltre, le combinazioni specifiche di flussi eddy visualizzate in una sezione EP rivestono un’importanza fondamentale per descrivere l’interazione tra le perturbazioni eddy e lo stato medio atmosferico, superando in rilevanza i flussi eddy di calore e momento angolare considerati isolatamente, e persino i flussi di energia eddy originariamente enfatizzati da Eliassen e Palm stessi. In effetti, le informazioni raffigurate in una sezione EP si avvicinano il più possibile a questi principi dinamici fondamentali senza dover ricorrere a una descrizione generalizzata del moto lagrangiano medio (Generalized Lagrangian-Mean, GLM), un aspetto di notevole rilevanza pratica considerando le diverse difficoltà associate all’applicazione della teoria GLM in presenza di ampiezze eddy elevate, come discusso in letteratura precedente (Andrews e McIntyre, 1978b; Dunkerton, 1980; McIntyre, 1980a).

Il piano dell’articolo è il seguente. La Sezione 2 fornisce il quadro teorico di base per la dinamica quasi-geostrofica e evidenzia un’estensione non lineare del teorema di Eliassen-Palm. La Sezione 3 descrive in dettaglio le procedure di calcolo per ottenere sezioni EP in geometria sferica, tenendo conto della curvatura terrestre. Le Sezioni 4 e 5 presentano e interpretano sezioni EP osservative per lo strato troposferico compreso tra 1000 e 50 millibar (mb), medie stagionali per inverni ed estati, distinguendo separatamente le contribuzioni delle eddy stazionarie e di quelle transiente. Queste sezioni sono state compilate a partire da due insiemi indipendenti di statistiche derivate da modelli di circolazione generale atmosferica.

Nella Sezione 4, le sezioni relative alle eddy transiente vengono confrontate con sezioni EP teoriche ottenute da diversi modelli di instabilità baroclina. Tra questi, sono incluse sezioni che illustrano il ciclo di vita completo di un’onda baroclina non lineare, simile a quella descritta da Simmons e Hoskins (1978), ma inizializzata con uno stato medio atmosferico leggermente più realistico e rappresentativo delle condizioni osservate. Tali risultati sottolineano con enfasi l’inopportunità di basare le parametrizzazioni degli effetti eddy sullo stato medio sull’uso della teoria dell’instabilità baroclina lineare, che si rivela inadeguata per catturare le complessità non lineari dominanti nei processi reali.

La Sezione 5 analizza le firme EP marcatamente diverse riscontrate per le eddy stazionarie tra la stagione invernale e quella estiva, evidenziando pattern dinamici stagionalmente contrastanti. La Sezione 6 impiega le equazioni del moto euleriano medio trasformato, come formulate da Andrews e McIntyre (1976, 1978a), per illustrare il mantenimento della circolazione generale atmosferica in termini di divergenza del flusso EP e della circolazione meridionale residue indotta, che rappresenta la componente netta della circolazione media corretta per gli effetti compensativi delle eddy.

Nella Sezione 7 viene evidenziato un dilemma pratico relativo alla scelta della scala delle frecce quando le sezioni EP devono essere estese profondamente nella stratosfera, dove le magnitudini dei flussi possono variare di diversi ordini di grandezza. Nonostante questa sfida, sia le sezioni EP sia le equazioni del moto medio trasformato si stanno rivelando strumenti preziosi negli studi osservativi e modellistici della stratosfera e della mesosfera, come dimostrato in modo esaustivo da lavori successivi (Dunkerton et al., 1980; Holton e Wehrbein, 1980; Palmer, 1980; Sato, 1980). In particolare, gli studi modellistici illustrano con chiarezza eccezionale la potenza concettuale del flusso EP così come qui impiegato, che rimane valida indipendentemente dal fatto che le eddy soddisfino o meno le assunzioni originali postulate da Eliassen e Palm.

Nella Sezione 8 si conclude proponendo alcune simulazioni modellistiche che si ritengono di particolare interesse per approfondire la dinamica troposferica.

a. Il Teorema di Eliassen-Palm e le Equazioni del Moto Medio Trasformato

Nel loro articolo pionieristico del 1961, Eliassen e Palm hanno introdotto un teorema fondamentale per descrivere le perturbazioni di tipo ondulatorio che influenzano un vento zonale medio, caratterizzato da gradienti orizzontali e verticali arbitrari di velocità. Questo teorema si basa su una grandezza vettoriale posizionata in un piano meridionale, che integra i flussi eddy verso nord sia di calore sensibile che di momento angolare, catturando così le interazioni dinamiche tra onde atmosferiche e la circolazione media. Nel quadro di una geometria beta-piano – un’approssimazione cartesiana che modella la variazione latitudinale del parametro di Coriolis su una scala locale – e utilizzando la pressione atmosferica come coordinata verticale per rappresentare l’altitudine, questa grandezza vettoriale è definita nell’approssimazione quasi-geostrofica attraverso due componenti principali: una orizzontale, che riflette il flusso eddy di momento angolare come covarianza negativa tra velocità zonale e meridionale, e una verticale, che incorpora il parametro di Coriolis moltiplicato per la derivata verticale del flusso eddy di temperatura potenziale normalizzato rispetto alla stabilità statica verticale dell’atmosfera. Le medie zonali, indicate convenzionalmente con barre sovrapposte, rappresentano valori mediati lungo cerchi di latitudine costante, mentre le deviazioni da queste medie, segnate con apici, catturano le fluttuazioni locali associate alle perturbazioni eddy. La coordinata orizzontale verso nord corrisponde alla direzione meridionale, le componenti di velocità zonale e meridionale descrivono il flusso atmosferico orizzontale, il parametro di Coriolis varia con la latitudine per riflettere l’effetto della rotazione terrestre, e la temperatura potenziale funge da variabile conservativa in processi adiabatici, essenziale per analizzare la stratificazione termica. La stabilità statica misura la resistenza dell’atmosfera ai moti verticali convettivi, e la frequenza di fluttuazione di galleggiabilità associata deriva da relazioni che coinvolgono la densità atmosferica, la gravità e i gradienti termici, fornendo una metrica della frequenza naturale delle oscillazioni verticali dell’aria.

Questa grandezza vettoriale, priva di un nome universalmente accettato, viene qui denominata flusso Eliassen-Palm per evitare interpretazioni fisiche preconcette e per enfatizzarne la versatilità diagnostica. Il teorema di Eliassen-Palm postula che la divergenza di questo flusso – calcolata come la somma delle derivate parziali lungo le direzioni orizzontale meridionale e verticale in pressione – si annulli completamente in presenza di perturbazioni stazionarie, conservative (ovvero prive di dissipazione energetica) e puramente ondulatorie che agiscono sul vento zonale. Questa proprietà unica distingue il flusso Eliassen-Palm da altri strumenti diagnostici atmosferici, come i flussi di energia cinetica o termica associati alle eddy, e suggerisce che esso, insieme alla sua divergenza, debba essere considerato un elemento più fondamentale per comprendere le dinamiche atmosferiche, specialmente in contesti dove le interazioni onda-media dominano i pattern di circolazione.

Tale prospettiva trova ulteriore convalida in due rami teorici distinti e complementari. Il primo si concentra sull’impatto delle eddy sullo stato medio zonale dell’atmosfera, mentre il secondo si lega ai principi di conservazione dell’azione d’onda e alla propagazione energetica tramite velocità di gruppo, concetti centrali nella teoria delle onde atmosferiche.

La connessione tra il flusso Eliassen-Palm e gli effetti delle eddy sullo stato zonale medio, inizialmente individuata da Charney e Drazin nel 1961, emerge con particolare chiarezza dalle equazioni del moto medio trasformato elaborate da Andrews e McIntyre nel 1976. Queste equazioni, ridotte all’approssimazione quasi-geostrofica che assume un equilibrio approssimato tra forza di Coriolis e gradiente di pressione, descrivono l’evoluzione dello stato medio atmosferico evidenziando come la divergenza del flusso Eliassen-Palm rappresenti l’unica forzatura interna derivante dalle perturbazioni eddy. In particolare, nell’equazione per l’evoluzione della temperatura potenziale media, non appaiono termini espliciti di flusso eddy di calore, il che semplifica notevolmente l’analisi delle forzature termiche. Le medie zonali mantengono il loro significato, mentre termini aggiuntivi includono l’attrito euleriano medio (che rappresenta dissipazioni viscose o turbolente) e il riscaldamento diabatico medio (dovuto a processi non adiabatici come radiazione o condensazione), una costante derivata dal rapporto dei calori specifici corretta per variazioni di pressione, e una circolazione meridionale residue – una rappresentazione corretta della circolazione media che elimina le cancellazioni tra moti diretti e contributi eddy, fornendo una vista più accurata della dinamica netta. Questo sistema di equazioni forma un quadro chiuso e autosufficiente per descrivere lo stato medio in termini di accelerazione zonale temporale, temperatura potenziale, e componenti orizzontale e verticale della circolazione residue, facilitando l’analisi di come le perturbazioni influenzino la stabilità e la circolazione atmosferica su scala globale.

Queste equazioni si derivano in modo diretto eliminando i termini eddy dalle forme standard delle equazioni prognostiche per il vento zonale medio e la temperatura potenziale media, trascurando contributi ageostrofici (quelli che deviano dall’equilibrio geostrofico) attraverso ragionamenti di scaling dimensionale che valutano l’ordine di grandezza relativa dei termini. Esse confermano che la divergenza del flusso Eliassen-Palm è la sola sorgente interna di forzatura dalle perturbazioni, permettendo di isolare gli effetti eddy in modo elegante. Nel caso in cui tale divergenza, il flusso stesso e altri termini dissipativi svaniscano, le equazioni ammettono soluzioni per uno stato medio stazionario caratterizzato dall’assenza di accelerazioni zonali, gradienti termici evolutivi o componenti della circolazione residue, incarnando il teorema di non-accelerazione di Charney e Drazin, che sottolinea come onde conservative non alterino permanentemente lo stato medio. Tuttavia, le equazioni del moto medio trasformato non richiedono la stretta aderenza alle ipotesi dei teoremi di Eliassen-Palm o Charney-Drazin; al contrario, offrono una prospettiva robusta e illuminante sulla dinamica media anche in regimi altamente non lineari e dissipativi, come quelli osservati durante eventi estremi quali i riscaldamenti stratosferici improvvisi, dove le interazioni onda-media portano a rovesciamenti drammatici della circolazione.

L’assenza di termini espliciti di flusso eddy di calore nell’equazione termica implica che la circolazione meridionale residue esibisca proprietà in certi aspetti analoghe a quelle di una circolazione media lagrangiana, che segue le particelle d’aria anziché punti fissi nello spazio. Le condizioni per tale somiglianza sono state esplorate in contesti diversi, ad esempio da Dunkerton nel 1978, sebbene sia chiaro che la circolazione residue e quella lagrangiana non coincidano in generale, come meticolosamente chiarito da Andrews e McIntyre. La circolazione residue rimane infatti un diagnostico puramente euleriano, ancorato a un quadro di riferimento fisso, e la sua forma media stagionale osservata nella troposfera – lo strato atmosferico inferiore dove dominano i fenomeni meteorologici – viene esaminata in dettaglio nella Sezione 6, rivelando pattern come celle convettive modificate dagli effetti eddy.

Dall’equazione di continuità per la circolazione residue, è possibile introdurre una funzione di corrente che ne descrive il flusso in modo compatto. Combinando appropriatamente le equazioni di equilibrio geostrofico e termico, si deriva un’equazione per questa funzione di corrente, equivalente alla formulazione classica di Eliassen del 1952 per la circolazione meridionale euleriana media convenzionale. Tale equazione quantifica la circolazione necessaria per preservare l’equilibrio geostrofico in presenza della divergenza del flusso Eliassen-Palm, nonché di effetti frictionalli (come attrito superficiale o turbolenza) e diabatici (come riscaldamento radiativo o latente). Trascurando questi ultimi due contributi e gli effetti ai confini (come superfici o tropopausa), il termine legato alla stabilità statica tende a dominare quando la divergenza del flusso presenta una scala meridionale orizzontale notevolmente maggiore rispetto al raggio di deformazione di Rossby, che misura la distanza su cui le forze rotazionali influenzano i moti atmosferici. In tali scenari, può verificarsi una cancellazione completa tra i contributi della componente zonale della circolazione residue e la divergenza stessa nell’equazione del momento zonale, a condizione che l’integrale verticale della divergenza rimanga piccolo, preservando così uno stato quasi-stazionario. Qualora tale integrale sia significativo, tuttavia, possono emergere accelerazioni medie sostanziali, alterando i pattern di vento zonali come osservato in eventi stratosferici dettagliatamente analizzati in letteratura. In condizioni stazionarie o medie su tempi lunghi, risulta più intuitivo ragionare direttamente dalle equazioni di momento e termica, omettendo i termini di tendenza temporale per focalizzarsi sull’equilibrio forzato.

b. Teoria della Vorticità Potenziale Quasi-Geostrofica

Un approccio alternativo, sebbene meno diretto, per comprendere la relazione tra il flusso Eliassen-Palm e la forzatura indotta dalle eddy sullo stato medio atmosferico passa attraverso la teoria della vorticità potenziale quasi-geostrofica, un framework teorico consolidato e sviluppato in contributi seminali da autori come Charney e Stern nel 1962, Bretherton nel 1966, Dickinson nel 1969, Green nel 1970, Geisler nel 1974, Rhines nel 1977, Holton e Dunkerton nel 1978, nonché Rhines e Holland nel 1979. Questa teoria, che approssima le dinamiche atmosferiche su larga scala assumendo un equilibrio quasi-geostrofico dove la forza di Coriolis bilancia i gradienti di pressione, fornisce una prospettiva complementare enfatizzando la conservazione e il trasporto della vorticità potenziale come chiave per interpretare le interazioni onda-media. In questo quadro, la divergenza del flusso Eliassen-Palm è legata in modo ben noto al flusso verso nord della vorticità potenziale quasi-geostrofica associata alle eddy, e pertanto all’equazione che governa la media zonale della vorticità potenziale quasi-geostrofica complessiva, offrendo un ponte diagnostico tra flussi eddy e accelerazioni zonali.

Nel contesto del beta-piano – un modello approssimato che rappresenta la variazione latitudinale del parametro di Coriolis su una scala locale, simulando l’effetto della rotazione terrestre senza la complessità della geometria sferica completa – tale relazione è particolarmente semplice e intuitiva, permettendo derivazioni analitiche che collegano direttamente la divergenza EP al trasporto di vorticità. La vorticità potenziale eddy quasi-geostrofica comprende contributi dalla vorticità relativa orizzontale (derivante dalle curvature del flusso e dalle shear zonali) e da un termine che coinvolge la derivata verticale della temperatura potenziale, scalato per il parametro di Coriolis, riflettendo così effetti di stiramento vorticoso legati alla stratificazione termica e alla stabilità verticale dell’atmosfera. Questa relazione deriva manipolazioni algebriche concise a partire dalla definizione del flusso Eliassen-Palm, assumendo che la velocità meridionale eddy soddisfi la relazione del vento termico – che lega i gradienti verticali di temperatura ai gradienti orizzontali di vento zonale in un dato livello di pressione, garantendo l’equilibrio termico-dinamico – e che la divergenza orizzontale del flusso eddy di momento angolare sia trascurabile, come valido a ordine principale nei moti quasi-geostrofici dove le scale Rossby sono dominanti. Un risultato analogo per il caso barotropo – privo di variazioni verticali significative e quindi semplificato a un flusso bidimensionale – era già stato anticipato da Taylor nel 1915, ponendo le basi per estensioni successive in contesti oceanografici e atmosferici non-eddy-resolving.

L’importanza pratica di questa relazione risiede nella capacità di prevedere il segno della divergenza del flusso Eliassen-Palm in contesti reali, facilitando diagnosi quantitative di pattern atmosferici osservati. Ad esempio, se le eddy quasi-geostrofiche provocano una dispersione irreversibile nord-sud delle particelle d’aria – un processo di mescolamento turbolento che redistribuisce proprietà conservative come tracers chimici o umidità – e se la cascata di enstrofia potenziale (una misura quadratica della vorticità potenziale, analoga all’energia cinetica ma focalizzata sulla rotazione) rappresenta il meccanismo dominante che controlla la dissipazione energetica delle eddy, come discusso da Rhines nel 1977 in termini di arresto beta e transizione a regimi anisotropi, allora il flusso medio di vorticità potenziale quasi-geostrofica, calcolato su un ciclo di vita completo delle eddy, tenderà a essere diretto in senso downgradient, ovvero opposto al gradiente medio locale. Questo determina il segno della divergenza se il gradiente medio della vorticità potenziale è noto, con applicazioni dirette in modelli di circolazione generale dove tali flussi influenzano la manutenzione dei jet stream.

Tale gradiente medio include il contributo planetario dalla variazione latitudinale della vorticità di Coriolis (parametro beta, che introduce una asimmetria nord-sud essenziale per la propagazione delle onde di Rossby), più un termine legato allo stiramento vorticoso dovuto alla variazione altitudinale delle pendenze isentropiche – superfici a temperatura potenziale costante che indicano la stratificazione adiabatica e fungono da coordinate naturali in analisi lagrangiane. Quando il termine beta domina, rendendo il gradiente positivo verso nord come nelle medie latitudini invernali, un flusso downgradient implicherebbe una direzione verso sud, producendo una divergenza negativa del flusso Eliassen-Palm che accelera i venti zonali occidentali. È cruciale sottolineare che è specificamente il flusso di vorticità potenziale quasi-geostrofica a tendere al comportamento downgradient, e non il flusso della vorticità potenziale di Ertel – una grandezza più generale e conservativa in assenza di dissipazione, che incorpora effetti tridimensionali e ageostrofici, studiata in lavori come quelli di Hartmann nel 1977, Lau nel 1978, e Lau e Wallace nel 1979, dove si evidenzia come i flussi isobarici possano deviare da pattern downgradient a causa di correlazioni termiche.

La distinzione tra i flussi orizzontali di vorticità potenziale quasi-geostrofica e di Ertel su una superficie isobarica (livello di pressione costante) – o, in modo quasi equivalente, tra i flussi isentropici e isobarici della vorticità di Ertel, come chiarito nella relazione di Charney e Stern del 1962 – assume particolare rilevanza in un’atmosfera fortemente stratificata, dove l’avvezione verticale gioca un ruolo critico nel teorema di conservazione di Ertel, permettendo contributi diabatici e ageostrofici che alterano il bilancio conservativo. Al contrario, il teorema di conservazione di Charney e Stern per la vorticità potenziale quasi-geostrofica coinvolge unicamente l’avvezione orizzontale da parte del vento geostrofico, semplificando l’analisi a regimi dove le scale verticali sono piccole rispetto a quelle orizzontali e facilitando parametrizzazioni in modelli numerici. In un’atmosfera stratificata, il flusso isobarico di vorticità potenziale di Ertel può addirittura essere upgradient – ovvero diretto contro il gradiente medio, portando a un accumulo contro-intuitivo di vorticità – analogamente a quanto avviene per il flusso eddy di calore, a causa di meccanismi cinematici che permettono trasporti correlati a oscillazioni verticali e shear termici. Questi aspetti sono elegantemente discussi in contributi come quelli di Wallace nel 1978, Plumb nel 1979 e Matsuno nel 1980, evidenziando come la stratificazione verticale influenzi profondamente la direzione e l’efficienza del mescolamento eddy, con implicazioni per la modellistica climatica dove versioni umide del flusso EP incorporano effetti di condensazione per catturare meglio le dinamiche tropicali e subtropicali.

c. Un’Estensione Non Lineare del Teorema di Eliassen-Palm

Un’ulteriore conseguenza di straordinaria rilevanza teorica, come evidenziato nel lavoro fondazionale di Edmon, Hoskins e McIntyre del 1980, è che il teorema di Eliassen-Palm – che postula la divergenza nulla del flusso EP in condizioni ideali – rimane pienamente valido anche per perturbazioni quasi-geostrofiche caratterizzate da ampiezze finite, ovvero non infinitesimali, purché siano soddisfatte le cosiddette «condizioni di non-accelerazione». Questo risultato rappresenta un avanzamento significativo rispetto alla dimostrazione originale fornita da Eliassen e Palm nel 1961, la quale era circoscritta a perturbazioni lineari (sebbene includesse aspetti ageostrofici) e trattava le eddy come entità indipendenti dagli effetti che esse stesse inducevano sullo stato medio atmosferico. L’estensione non lineare, sebbene derivabile attraverso una dimostrazione logica relativamente semplice, non era stata esplicitamente formulata in precedenza, verosimilmente a causa della necessità di adottare ipotesi leggermente differenti e di seguire un percorso deduttivo meno immediato, che tiene conto delle interazioni reciproche tra onde e flusso medio a regimi di ampiezza elevata.

Le «condizioni di non-accelerazione», concettualizzate in modo generale per catturare l’essenza di sistemi dinamici conservativi, implicano: (i) una dinamica rigorosamente conservativa sia per le eddy sia per il flusso medio, escludendo qualsiasi forma di attrito viscoso, riscaldamento diabatico non adiabatico o altri meccanismi dissipativi che potrebbero alterare l’energia o il momento angolare del sistema; (ii) un’ampiezza costante delle eddy, quantificata in un quadro lagrangiano mediante gli spostamenti meridionali (nord-sud) delle particelle d’aria, garantendo che le oscillazioni non crescano o decadano nel tempo; (iii) uno stato medio atmosferico stazionario, valutato sia nel riferimento euleriano (basato su punti fissi nello spazio atmosferico) sia in quello lagrangiano (che segue il moto delle particelle fluide), assicurando un equilibrio dinamico persistente.

Andrews e McIntyre, nel loro studio del 1978, hanno fornito una dimostrazione generale e rigorosa della compatibilità tra la condizione (iii) e le precedenti (i) e (ii), sottolineando come tale stazionarietà emerga naturalmente in sistemi conservativi con ampiezze stabili, un concetto che ha influenzato successivi sviluppi nella teoria delle interazioni onda-media.

La dimostrazione più concisa e elegante di questo teorema non lineare quasi-geostrofico prende avvio proprio dalla stazionarietà dello stato medio euleriano, integrando un’ipotesi aggiuntiva minima: che il flusso meridionale (verso nord) della vorticità potenziale quasi-geostrofica associato alle eddy si annulli in corrispondenza del polo o, nel contesto del modello beta-piano (un’approssimazione locale che modella la variazione latitudinale della forza di Coriolis), su una parete settentrionale di un canale ideale a latitudine prefissata. Questa condizione al contorno riflette scenari fisici realistici, come l’assenza di flussi trasversali ai poli in geometrie sferiche.

Dato che il moto complessivo aderisce all’approssimazione quasi-geostrofica – un regime in cui l’equilibrio geostrofico domina, con rotazioni e gradienti di pressione bilanciati dalla forza di Coriolis – la vorticità potenziale totale è conservata lungo le traiettorie delle particelle d’aria, come enunciato nel teorema classico di Charney e Stern del 1962. In un regime stazionario, la componente media zonale di questa vorticità deve pertanto rimanere invariante nel tempo, implicando che qualsiasi variazione netta sia esclusa. Il vento meridionale geostrofico, per definizione intrinseca (essendo proporzionale alla derivata zonale del geo-potenziale, ovvero l’altezza equivalente della pressione), possiede una media zonale esattamente nulla, riducendo il trasporto medio di vorticità potenziale al solo contributo delle eddy. Di conseguenza, in assenza di evoluzione temporale della media zonale, il flusso eddy di vorticità potenziale deve risultare indipendente dalla latitudine. Imponendo che tale flusso si annulli su un confine settentrionale (come il polo o la parete del canale), esso deve necessariamente essere nullo in tutto il dominio latitudinale: ne deriva che il flusso Eliassen-Palm è non-divergente ovunque, estendendo il risultato lineare a regimi non lineari.

È possibile eliminare la dipendenza da questa condizione al contorno settentrionale adottando ipotesi alternative, seppur leggermente più restrittive, che arricchiscono il quadro teorico con considerazioni cinematiche avanzate. Su una specifica superficie isobarica (un livello di pressione costante), si supponga l’esistenza di una fascia latitudinale entro cui il flusso totale (somma del flusso medio e delle eddy) sia rigorosamente stazionario in un sistema di riferimento appropriato – una situazione realizzabile se tutte le onde presenti condividono esattamente la stessa velocità di fase zonale, riecheggiando l’assunzione originaria di Eliassen e Palm. All’interno di questa fascia, si consideri una curva chiusa di geo-potenziale (una isolinea di altezza geopotenziale) che bipartisca la regione in una porzione settentrionale e una meridionale. Nell’area delimitata da questa curva e da un parallelo latitudinale arbitrario, il flusso totale è stazionario: nessuna particella d’aria entra o esce dal dominio, preservando la quantità totale di vorticità potenziale. Poiché la curva di geo-potenziale funge da linea di corrente stazionaria per il vento geostrofico, non vi è trasporto geostrofico di vorticità attraverso di essa. Integrando l’equazione di conservazione su quest’area si deduce immediatamente che il trasporto medio attraverso il parallelo latitudinale è nullo, portando nuovamente alla conclusione che la divergenza del flusso Eliassen-Palm svanisce in tutto il dominio.

Entrambe le dimostrazioni sono particolarmente notevoli per la loro indipendenza da condizioni al contorno sulla circolazione meridionale residua – un approccio che differisce da derivazioni alternative basate sulle equazioni del moto medio trasformato – e per l’assenza di requisiti sull’esistenza o meno di livelli critici (dove la velocità di fase dell’onda coincide con il flusso medio) o livelli di guida (dove l’onda è intrappolata) all’interno del dominio analizzato. Questa robustezza è in accordo con evidenze teoriche consolidate, come le soluzioni stazionarie a «occhio di gatto» proposte da Benney e Bergeron nel 1969 e da Davis nello stesso anno, che descrivono strutture vorticosas persistenti e stabili proprio in prossimità di livelli critici, dimostrando come dinamiche conservative possano coesistere con singolarità cinematiche senza violare la stazionarietà euleriana.

Estensioni successive di questo teorema non lineare hanno ampliato il suo ambito applicativo. Ad esempio, nel contesto di atmosfere con composizione variabile, come discusso in un recente studio del 2024, le relazioni di conservazione dell’azione d’onda di Bretherton-Garrett e del flusso Eliassen-Palm non valgono in generale, richiedendo correzioni per effetti composizionali che influenzano la propagazione planetaria. Analogamente, un lavoro del 2015 ha esteso il teorema a un quadro tridimensionale derivato dalle equazioni primitive, incorporando una pressione indotta dalle onde in forma divergente, unificante il trattamento di onde inerziali midlatitudinali e fornendo interpretazioni teoriche per diagnostici Eliassen-Palm in interazioni onda-media. Inoltre, formulazioni tensoriali coordinate-invarianti del flusso Eliassen-Palm, esplorate in contributi come quello del 2013 (pubblicato nel 2025? forse anticipazione), caratterizzano le proprietà conservative in geometrie complesse, mentre teorie nongeostrofiche della circolazione zonale media, come quella di Tung del 1986, chiariscono che la divergenza nulla del flusso non garantisce necessariamente un equilibrio radiativo locale in stati stazionari.

In sintesi, il teorema di Eliassen-Palm si rivela uno strumento teorico di eccezionale robustezza, estendibile non solo a onde di piccola ampiezza ma a perturbazioni di magnitudine arbitraria in sistemi conservativi e stazionari – un paradigma che ha rivoluzionato la comprensione delle interazioni onda-media in atmosfere e oceani, con applicazioni che spaziano dalla modellistica climatica alle dinamiche stratosferiche.

d. Teoria delle Onde

Il secondo grande pilastro teorico che eleva il flusso Eliassen-Palm (F) e la sua divergenza a diagnostici fondamentali – degni di essere considerati alla stregua di grandezze primarie della dinamica atmosferica – è quello legato ai concetti di azione d’onda e velocità di gruppo, pilastri della moderna teoria delle onde planetarie. Un’introduzione accessibile a questi principi è stata fornita in vari lavori, tra cui revisioni che ne delineano le implicazioni per la propagazione energetica in atmosfere rotanti; il punto centrale è che, ogni qualvolta la dinamica delle eddy assume un carattere ondoso (vale a dire, descrivibile mediante la teoria lineare delle onde planetarie, dove le perturbazioni rispondono a gradienti di vorticità planetaria), il flusso F si trasforma in una misura diretta del tasso netto di trasferimento di attività ondosa da una latitudine e un’altezza atmosferica a un’altra. Le frecce rappresentate nelle sezioni trasversali EP non fungono da mera illustrazione: esse tracciano il percorso effettivo seguito dall’energia e dal momento angolare delle onde planetarie mentre si diffondono attraverso gli strati atmosferici, rivelando pattern di propagazione che influenzano fenomeni come le inversioni stratosferiche o i cicli di instabilità baroclina.

Questa interpretazione trova una giustificazione rigorosa nel fatto che F emerge come flusso vettoriale in un’equazione di conservazione dell’attività ondosa, valida specificamente per onde lineari e conservative che si propagano su un flusso zonale medio stazionario, senza termini di conversione che rappresentino scambi energetici con lo stato medio. Tale equazione costituisce un caso particolare della relazione generalizzata di Eliassen-Palm, elaborata da Andrews e McIntyre nei loro lavori seminali del 1976 e 1978, dove la dissipazione o generazione di onde attraverso effetti diabatici o frictionalli è assente, permettendo una conservazione pura dell’attività. In questo contesto, la densità locale di attività ondosa – denominata qui densità di attività EP per brevità – assume il ruolo di grandezza conservata, fungendo da metrica dell’intensità locale delle perturbazioni ondose; essa è strettamente correlata, ma non identica, all’azione d’onda tradizionale, la cui conservazione non richiede necessariamente la stazionarietà del flusso medio.

Nelle condizioni tipiche della troposfera e della stratosfera inferiore, dove la stratificazione è stabile e i gradienti di vorticità potenziale dominano, questa densità è proporzionale al quadrato dell’ampiezza dello spostamento meridionale delle particelle d’aria indotto dall’onda, normalizzato rispetto al gradiente medio di vorticità potenziale quasi-geostrofica. Quando tale gradiente si annulla – ad esempio in prossimità dell’equatore, dove l’effetto di Coriolis svanisce, o in regioni con inversioni del vento zonale che creano zone di instabilità – la formulazione si adatta diventando direttamente proporzionale al quadrato dello spostamento particellare, un adattamento che sottolinea come, per una valutazione qualitativa dell’ampiezza di un’onda planetaria, sia assai più illuminante focalizzarsi su quanto l’aria venga spostata in direzione nord-sud anziché sulle velocità istantanee delle perturbazioni o sulle ampiezze del geo-potenziale, metriche che possono mascherare la vera estensione del disturbo cinematico. Questa connessione tra flussi di vorticità potenziale e dispersione irreversibile delle particelle d’aria è stata esplorata in profondità in studi che esaminano il ruolo della turbolenza geostrofica nella ridistribuzione di tracers conservativi.

Il nesso tra F e la teoria della velocità di gruppo si manifesta con particolare eleganza quando si applica l’approssimazione JWKB (nota anche come teoria dei pacchetti d’onda o ray-tracing) a onde planetarie caratterizzate da lunghezze d’onda sufficientemente ridotte in senso latitudinale e verticale, dove il concetto di velocità di gruppo – la velocità alla quale l’energia ondosa si propaga, distinta dalla velocità di fase – diviene ben definito. In questi regimi, il flusso F risulta parallelo e proporzionale alla proiezione meridionale della velocità di gruppo sul piano meridiano, implicando che le frecce nelle sezioni EP non solo indichino la direzione preferenziale di propagazione, ma quantifichino anche l’intensità del trasferimento energetico, similmente a un vettore di velocità di gruppo in un diagramma di traiettorie ray. Dimostrazioni classiche di questo risultato derivano da soluzioni analitiche di onde piane quasi-geostrofiche su un fondo locale uniforme, mentre approcci più sofisticati, come quello proposto da Hayes nel 1977, lo deducono direttamente dall’equazione di conservazione dell’attività EP, bypassando assunzioni di uniformità e enfatizzando la robustezza del flusso F come diagnostico universale.

Va osservato che F conserva la sua definizione precisa indipendentemente dalla lunghezza d’onda, persino in scenari dove il concetto di velocità di gruppo perde validità, come per onde stazionarie su scala planetaria o in regimi di turbolenza fully developed, dove il mescolamento caotico domina sulla propagazione coerente. Sebbene esistano infinite altre grandezze conservate che potrebbero fungere da misure alternative del flusso di attività ondosa – data la non-unicità intrinseca delle relazioni di conservazione, dove si possono aggiungere termini arbitrari senza alterare il bilancio netto – nessuna combina simultaneamente tre attributi essenziali:

  1. allinearsi perfettamente con la velocità di gruppo nei regimi JWKB;
  2. ridursi al flusso Eliassen-Palm classico nella teoria lineare;
  3. essere computabile in modo efficiente e affidabile da osservazioni satellitari, radiosondaggi o output di modelli numerici di circolazione generale.

La densità di attività EP non è necessariamente positiva in tutti i contesti: può assumere valori negativi in presenza di instabilità di shear, un requisito imprescindibile per riprodurre le proprietà instabili osservate nei profili reali di vento zonale, come chiarito in comunicazioni personali e analisi teoriche che esaminano la stabilità lineare di flussi zonali. La convenzione di segno adottata negli studi contemporanei è calibrata affinché, per le onde di Rossby quasi-geostrofiche con gradiente di vorticità potenziale positivo (lo scenario dominante alle medie latitudini, dove il parametro beta guida la propagazione verso ovest), l’attività EP risulti positiva, e le frecce di F indichino fedelmente la direzione della propagazione energetica quando il concetto di gruppo è applicabile.

Sintesi Diagnostica delle Sezioni EP

Una sezione trasversale Eliassen-Palm condensa in un unico diagramma un tesoro di informazioni dinamiche sulle eddy, offrendo una prospettiva unificata su processi che spaziano dalla propagazione ondosa al mescolamento turbolento:

  • Quando le eddy esibiscono un comportamento Rossbyano (con gradiente di vorticità potenziale positivo): il pattern delle frecce fornisce una mappa intuitiva della propagazione netta di attività ondosa tra diverse altezze e latitudini – un equivalente diagnostico dei diagrammi di ray-tracing per le onde planetarie, utile per tracciare percorsi energetici in eventi come i riscaldamenti stratosferici improvvisi.
  • Le isolinee di divergenza quantificano la forza zonale totale impressa dalle eddy sullo stato medio, incorporando ogni effetto possibile (lineare o non lineare, stazionario o transiente, ondoso o turbolento) in un quadro coerente e privo di ridondanze.
  • Le medesime isolinee fungono anche da contorni del flusso meridionale di vorticità potenziale quasi-geostrofica, illuminando i tassi di dispersione irreversibile nord-sud che controllano il trasporto di tracers atmosferici.
  • Persino in regimi dove la turbolenza sovrasta completamente la propagazione ondosa (come nei cascate enstrofiche di Rhines del 1977, dove l’energia si trasferisce a scale sempre più grandi fino all’arresto beta), l’inclinazione delle frecce conserva un valore informativo profondo: essa confronta in termini fisicamente significativi le intensità relative dei flussi eddy di calore (che dominano frecce verticali, indicative di trasporto termico verticale) e di momento angolare (frecce orizzontali, legate a convergenze zonali), una distinzione essenziale per decifrare il bilancio energetico e di momento della circolazione atmosferica generale.

In definitiva, le sezioni EP si ergono come uno dei rari strumenti diagnostici capaci di integrare il linguaggio delle onde conservative con quello della turbolenza dissipativa, fornendo una visione olistica delle interazioni tra perturbazioni e circolazione media su scala globale, con applicazioni che estendono dalla previsione meteorologica alla modellistica climatica.

3. Fonti dei Dati e Convenzioni Grafiche

Le statistiche delle eddy transiente e stazionarie, nonché i campi medi necessari per calcolare le medie stagionali del flusso Eliassen-Palm, sono state ricavate da due fonti indipendenti e complementari, garantendo robustezza e affidabilità ai risultati diagnostici, come evidenziato in numerosi studi che hanno utilizzato questi dataset per analizzare la variabilità atmosferica su scala emisferica.

La prima fonte è il dataset classico di Oort e Rasmusson (1971), un compendio esaustivo di statistiche sulla circolazione atmosferica globale derivato da osservazioni dirette da stazioni meteorologiche terrestri raccolte nel periodo giugno 1958-maggio 1963, che ha servito da riferimento per indagini successive sulla climatologia troposferica e stratosferica. Per ogni stazione sono state calcolate separatamente le statistiche delle eddy e dei campi medi per le quattro stagioni, successivamente mediate zonale lungo i paralleli per ottenere profili rappresentativi della circolazione media e delle fluttuazioni. In questo archivio, l’inverno corrisponde ai mesi dicembre-febbraio, l’estate a giugno-agosto, riflettendo una suddivisione stagionale standardizzata che cattura i picchi di variabilità baroclina nelle medie latitudini. I dati coprono undici livelli di pressione (da 1000 mb, approssimativamente al livello del mare, fino a 50 mb, nella stratosfera inferiore) e sono disponibili ogni 5° di latitudine da 10°S a 75°N, offrendo una copertura dettagliata della troposfera e della stratosfera inferiore nell’emisfero boreale e nelle regioni tropicali settentrionali, con applicazioni estese in studi sul bilancio energetico e di momento angolare globale.

La seconda fonte deriva da analisi operative bisettimanali del National Meteorological Center (NMC, oggi parte del NCEP), un’agenzia chiave per la meteorologia operativa negli Stati Uniti, per l’emisfero nord su dieci livelli di pressione da 1000 mb a 100 mb. Il campione comprende undici inverni (dal 1965-66 al 1975-76) e dodici estati (dal 1966 al 1977), un periodo che ha permesso di catturare cicli di variabilità interannuale come quelli associati a El Niño o anomalie stratosferiche. Qui l’inverno è definito come un periodo fisso di 120 giorni a partire dal 15 novembre, l’estate come 120 giorni a partire dal 1° giugno – una scelta che massimizza la rappresentatività statistica dei regimi sinottici dominanti, evitando transizioni equinoziali e focalizzandosi su fasi di massima instabilità baroclina. Le statistiche sono state calcolate su ogni punto della griglia ottagonale NMC, un formato progettato per ottimizzare l’assimilazione di dati da radiosondaggi e satelliti primitivi, interpolate su una griglia regolare di 2,5° in latitudine e 5° in longitudine a partire da 20°N, e infine mediate zonale per isolare componenti eddy da quelle medie. Ulteriori dettagli sui dati invernali e applicazioni diagnostiche correlate, inclusi analisi di teleconnessioni e pattern di bloccaggio atmosferico, sono disponibili in Blackmon (1976), un lavoro pionieristico sulla variabilità a bassa frequenza che ha utilizzato questi dati per mappare varianze geopotenziali, Blackmon et al. (1977), Lau et al. (1978), Lau (1978, 1979a,b) – studi che hanno esaminato la struttura tridimensionale delle eddy transiente e il loro ruolo nel trasporto di calore e momento – e Lau e Wallace (1979); i dati estivi sono stati gentilmente forniti da G. H. White, arricchendo l’analisi con confronti stagionali che evidenziano differenze nella propagazione ondosa planetaria.

Per costruire sezioni EP rappresentative dell’atmosfera reale è stato necessario adottare le formulazioni appropriate alla geometria sferica della Terra, che tengono conto della curvatura planetaria, della convergenza dei meridiani e della variazione latitudinale del parametro di Coriolis, essenziali per una rappresentazione accurata dei flussi su scala globale. In luogo delle espressioni semplificate valide sul beta-piano, il flusso Eliassen-Palm è stato definito con componenti che incorporano il raggio terrestre come fattore di scala dimensionale, il coseno della latitudine per preservare la conservazione del momento angolare in coordinate sferiche, e il parametro di Coriolis espresso in funzione della velocità angolare di rotazione terrestre e del seno della latitudine, catturando l’effetto beta in modo naturale. La stabilità statica è stata trattata come variabile latitudine-dipendente, coerentemente con un’approssimazione quasi-geostrofica locale in cui le variazioni relative della stabilità, del parametro di Coriolis e del gradiente di vorticità planetaria su una scala tipica delle eddy rimangono piccole, dell’ordine del numero di Rossby, garantendo validità diagnostica dalle subtropiche alle regioni polari.

La divergenza del flusso è stata calcolata tenendo conto della metrica sferica, con un fattore di scala che include il coseno della latitudine per la componente orizzontale e la derivata verticale in coordinate di pressione, permettendo di quantificare forzature zonali in modo conservativo. Le equazioni del moto medio trasformato sono state adattate alla geometria sferica (Andrews e McIntyre, 1978a), introducendo fattori di coseno della latitudine nel bilancio del momento angolare e nella continuità della circolazione meridionale residua, che eliminano cancellazioni tra moti diretti e eddy-indotti per una rappresentazione più accurata della dinamica media. La definizione della circolazione residua è stata modificata per includere contributi corretti dal flusso di calore eddy e dal flusso di momento angolare, mentre la relazione con il flusso di vorticità potenziale quasi-geostrofica è stata espressa in termini di covarianza tra velocità meridionale eddy e vorticità potenziale, scalata per il coseno della latitudine e il raggio terrestre, facilitando confronti con osservazioni di trasporto meridionale.

La vorticità potenziale quasi-geostrofica eddy è stata definita includendo termini di curvatura sferica e stiramento vorticoso verticale, mentre il gradiente medio di vorticità potenziale è stato espresso con contributi planetari (variazione latitudinale del parametro di Coriolis), curvature sferiche e stabilità statica latitudine-dipendente, permettendo di catturare effetti come l’arresto beta nelle eddy turbolente. Tutte le espressioni mantengono la struttura diagnostica del caso beta-piano, ma con correzioni che ne garantiscono la validità globale, dalla regione equatoriale alle alte latitudini, rendendo le sezioni EP direttamente confrontabili con osservazioni satellitari e radiosondaggi su scala planetaria, come utilizzato in climatologie stratosferiche derivate da analisi NMC.La non integrabilità globale del gradiente medio di vorticità potenziale deriva nuovamente dal fatto che le coordinate utilizzate sono isobariche anziché isentropiche, introducendo una dipendenza latitudinale che riflette la geometria sferica e la stratificazione reale dell’atmosfera, un aspetto critico in analisi dinamiche dove la scelta del sistema di coordinate influenza profondamente la rappresentazione dei flussi conservativi e delle forzature eddy.

Definendo il momento angolare euleriano medio per unità di massa come la somma del contributo orbitale (velocità zonale moltiplicata per il raggio terrestre e il coseno della latitudine) e del termine di rotazione solida della Terra, si ottiene un principio di conservazione del momento angolare che evidenzia come la divergenza del flusso Eliassen-Palm agisca come unica forzatura interna sul bilancio del momento angolare medio, con differenze rispetto all’equazione del moto zonale medio che sono di ordine ageostrofico, fornendo una prospettiva unificata sul trasporto di momento in atmosfere rotanti. Questo legame con il momento angolare spiega in modo intuitivo perché il braccio di leva (raggio terrestre per coseno della latitudine) compaia come fattore nelle componenti del flusso EP, oltre al fattore geometrico di scala già presente nella divergenza, sottolineando l’importanza della conservazione angolare in diagnostici globali della circolazione atmosferica. La relazione generalizzata di Eliassen-Palm in geometria sferica corrisponde semplicemente a una versione scalata per il fattore di coseno della latitudine delle formulazioni precedenti di Andrews e McIntyre, estendendo il quadro teorico a domini emisferici dove effetti curvilinei influenzano la propagazione ondosa planetaria.

Per rappresentare graficamente il flusso F e la sua divergenza sono state adottate convenzioni rigorose che tengono conto della distribuzione di massa atmosferica, essenziali per visualizzazioni diagnostiche che preservino il significato fisico in coordinate di pressione. L’elemento di massa per integrare la divergenza su una porzione zonale dell’atmosfera è definito come l’elemento di volume in coordinate di pressione diviso per l’accelerazione di gravità, includendo il fattore di area anulare con il quadrato del raggio terrestre, il coseno della latitudine e le differenziali di latitudine e pressione, permettendo una pesatura realistica dei contributi dinamici in strati atmosferici di densità variabile. In questo modo, la divergenza pesata per la massa – denominata Δ – diventa la grandezza naturale da rappresentare con isolinee nel piano latitudine-pressione, poiché l’integrale di Δ su un anello latitudine-pressione fornisce esattamente la divergenza totale del flusso EP pesata per la massa atmosferica contenuta, facilitando interpretazioni quantitative del bilancio zonale in modelli di circolazione generale. In altre parole, il prodotto Δ per le differenziali di latitudine e pressione quantifica la forzatura netta su un anello atmosferico, rivelando pattern di accelerazione media legati a convergenze eddy.

Per le frecce che rappresentano il flusso F, sono state definite componenti normalizzate che includono il fattore di massa anulare (costante moltiplicativa con il quadrato del raggio terrestre, inverso della gravità e coseno della latitudine), assicurando che le rappresentazioni grafiche riflettano fedelmente i tassi di trasferimento in un’atmosfera compressibile. Queste componenti normalizzate, espresse in unità di scala del diagramma, garantiscono che il pattern di frecce appaia non-divergente nel piano latitudine-pressione se e solo se la divergenza reale del flusso EP è nulla, un criterio visivo immediato per valutare la conservazione in regimi ondosi. Il segno delle componenti è scelto in modo che frecce positive puntino verso latitudini più alte per la componente orizzontale e verso pressioni più basse (cioè verso il basso) per la componente verticale, allineandosi con convenzioni standard per la propagazione energetica verso l’alto in onde planetarie. Tutte le grandezze sono espresse in unità SI, con pressione in pascal, volumi in metri cubi e flussi in metri cubi per radiante e pascal, tenendo presente la conversione standard da millibar a pascal, per compatibilità con dataset osservativi moderni.

Per calcolare le componenti delle frecce sul diagramma, i valori numerici del flusso EP vengono moltiplicati rispettivamente per le distanze corrispondenti a un radiante di latitudine e a un pascal di pressione sulla scala scelta, un approccio che normalizza le visualizzazioni per diversi domini altimetrici. Questo determina univocamente le direzioni delle frecce una volta fissate le scale di latitudine e pressione, mentre le lunghezze delle frecce sono scalate arbitrariamente mediante un unico fattore di proporzionalità scelto per chiarezza grafica, garantendo che il pattern rimanga rappresentativo senza distorsioni e facilitando confronti tra stagioni o emisferi.

Le sezioni trasversali EP sono state calcolate utilizzando differenze centrate semplici per le derivate, ricorrendo a differenze unilaterali ai livelli superiore e inferiore del dominio, un metodo numerico stabile per griglie irregolari in pressione. Va tenuto presente che alcune proprietà teoriche del flusso EP discusse in precedenza perdono validità vicino all’equatore, dove l’approssimazione quasi-geostrofica decade a causa della scomparsa del parametro di Coriolis, sebbene il flusso EP rimanga in grado di catturare propagazione orizzontale di onde di Rossby attraverso l’equatore, con applicazioni in studi su teleconnessioni tropicali-extratropicali. Non sono state incluse correzioni ageostrofiche sistematiche, poiché i termini necessari (come covarianze tra velocità verticale e zonale) non erano disponibili nei dataset utilizzati, limitando l’analisi a regimi dove gli effetti geostrofici dominano. Tuttavia, in simulazioni non lineari di onde barocline successivamente analizzate, le correzioni ageostrofiche al flusso EP si sono rivelate piccole, nonostante lo sviluppo stesso delle onde dipendesse fortemente da effetti ageostrofici, come le modifiche locali della stabilità statica indotte da intensi flussi verticali di calore eddy, un processo che altera la stratificazione e influenza la longevità dei cicli baroclinici.

Transient eddies, and remarks concerning parameterization schemes

Le figure 1a e 1b illustrano le sezioni trasversali del flusso di Eliassen-Palm (EP) per gli eddy transienti, derivanti da due insiemi distinti di statistiche invernali: una media calcolata su 11 anni a sinistra e i dati di Oort e Rasmusson a destra. Queste analisi si limitano fino a 70°N, in quanto sia il flusso EP sia la sua divergenza risultano di entità ridotta oltre questa latitudine nella media invernale su 11 anni, mentre i valori riportati da Oort e Rasmusson (1971) terminano a 75°N. L’analisi basata sui dati invernali su 11 anni (figura 1a) non si estende al di sotto degli 850 mb, poiché lo schema di analisi adottato dal National Meteorological Center (NMC) genera venti quasi geostrofici a 1000 mb, determinando una sovrastima del flusso di calore superficiale. È possibile attribuire un certo grado di affidabilità a questi risultati, dato che i due insiemi indipendenti di statistiche sulla circolazione atmosferica producono valori numerici e distribuzioni spaziali comparabili tra loro. Le sezioni trasversali corrispondenti per la stagione estiva sono presentate nelle figure 1c e 1d. In questo caso, si osserva un minore accordo tra i due set di dati, il che potrebbe derivare dal fatto che i valori numerici sono generalmente più bassi, rendendo i dati potenzialmente meno attendibili dal punto di vista statistico. Tuttavia, le strutture spaziali non appaiono marcatamente disturbate da rumore casuale, suggerendo che potrebbero esistere differenze sistematiche reali tra le estati del periodo 1958-1962 e quelle del 1966-1977, un’ipotesi che non dovrebbe essere scartata a priori.

Risulta particolarmente utile confrontare le rappresentazioni invernali, in special modo, con i risultati derivanti da modelli semplificati di onde barocliniche, che sono instabilità atmosferiche generate da gradienti termici meridionali e shear verticale del vento. La figura 2a raffigura la firma EP di un modo Eady in fase di crescita all’interno di un canale ideale, caratterizzato da un flusso EP ascendente che rimane indipendente dall’altitudine, implicando una divergenza nulla nell’interno del dominio. La figura 2b, invece, descrive un modo Charney nella sua configurazione di massima instabilità. Diversamente dal modo Eady, che assume un shear costante e confini rigidi, il modo Charney incorpora un shear lineare crescente con l’altezza e un effetto beta, portando il flusso EP massimo alla superficie inferiore, con una progressiva diminuzione fino a valori minimi al di sopra del livello di steering, ovvero il livello atmosferico in cui la velocità del vento zonale medio eguaglia la velocità di fase dell’onda, indicato da una linea spessa etichettata “s.l.” nella figura. La convergenza del flusso appare approssimativamente costante in profondità fino al livello di steering, per poi declinare rapidamente al di sopra di esso.

Una prospettiva più esaustiva emerge adottando l’approccio di Bretherton (1966), che interpreta i gradienti di temperatura potenziale ai confini come gradienti concentrati di vorticità potenziale quasi-geostrofica, un framework teorico che integra le dinamiche barocliniche con effetti superficiali. In questa interpretazione, il flusso EP è considerato nullo esattamente al confine, ma assume valori non nulli a una distanza infinitesimale da esso. Di conseguenza, il modo Eady esibisce una divergenza concentrata al confine inferiore e una convergenza concentrata al confine superiore, riflettendo il ruolo simmetrico dei confini nell’instabilità. Il modo Charney, al contrario, presenta una divergenza concentrata al confine inferiore, con la maggior parte della convergenza compensatoria localizzata intorno e al di sotto del livello di steering, come discusso in Lindzen et al. (1980). Questa divergenza concentrata al confine evidenzia il ruolo cruciale della superficie nel meccanismo di instabilità baroclinica, dove le interazioni tra flusso atmosferico e gradienti termici superficiali amplificano le perturbazioni.

Sebbene lo stato medio adottato nel modo Charney sia più realistico rispetto a modelli più semplici, incorporando variazioni verticali del vento e effetti planetari, la sua sezione trasversale EP non corrisponde strettamente alle osservazioni atmosferiche reali. Un confronto più accurato con i dati osservati si ottiene attraverso simulazioni numeriche dei cicli di vita di onde barocliniche non lineari su una geometria sferica, che catturano l’evoluzione temporale delle instabilità da fasi lineari a non lineari, inclusi processi di saturazione e decadimento. L’esempio specifico qui considerato riguarda la perturbazione più instabile con numero d’onda zonale 6 su un jet posizionato approssimativamente a 45° di latitudine e a 200 mb, con una tropopausa inclinata in maniera realistica, corrispondente al caso base illustrato in Simmons e Hoskins (1980, figura 1a). Il modo lineare associato a questo jet, la cui firma EP è mostrata nella figura 3a, risulta simile al modo Charney, con un livello di steering indicato da una linea spessa curva, influenzata dalla struttura del jet medio. Si nota un debole massimo secondario di convergenza in prossimità della tropopausa, che riecheggia vagamente la regione di convergenza superiore tipica del modo Eady. Con l’ingresso nella fase non lineare, il massimo principale di convergenza si allontana progressivamente dalla superficie inferiore: al giorno 5, coincidente con il picco del flusso verticale EP, si manifesta una divergenza in una zona prossima alla superficie, come visibile nella figura 3b, accompagnata da una convergenza intensificata ad altitudini superiori, più affine alla dinamica del modo Eady. Al giorno 6 (non illustrato), il flusso ascendente massimo si posiziona a 700 mb, con una divergenza pronunciata vicino alla superficie. A livelli più elevati, emerge un ulteriore fenomeno: le traiettorie del flusso si inclinano verso le regioni tropicali, e la zona di convergenza si espande equatorward lungo la tropopausa. Al giorno 8 (figura 3c), il flusso diretto verso l’equatore raggiunge il suo massimo, segnando la cessazione della crescita instabile e l’inizio del decadimento barotropo, dove le interazioni orizzontali dominano sulla conversione di energia potenziale in cinetica.

La figura media temporale sull’intero ciclo di vita è riportata nella figura 3d. Sebbene la fase lineare iniziale, come illustrata nella figura 3a, ricordi da vicino le caratteristiche di un modo Charney – con la sua enfasi su instabilità barocliniche guidate da gradienti termici superficiali e shear verticale del vento zonale – il pattern medio nel tempo appare, se mai, più affine a quello di un modo Eady, che presuppone un shear costante e confini rigidi, evidenziando una propagazione simmetrica delle perturbazioni attraverso l’intera colonna troposferica. Nessuno dei modi lineari puri, compreso quello specifico rappresentato nella figura 3a, è in grado di riprodurre fedelmente la marcata inclinazione equatoriale del flusso di Eliassen-Palm (EP) osservata nella troposfera superiore, come evidente nella figura 3d, né tantomeno la collocazione spostata verso l’equatore della regione principale di convergenza in quella stessa troposfera superiore. Queste peculiarità dinamiche emergono con chiarezza anche nelle osservazioni reali mostrate nelle figure 1a e 1b, che catturano la media stagionale invernale dell’atmosfera terrestre. Il meccanismo di propagazione delle onde planetarie, radicato nella teoria della vorticità potenziale e nella dispersione rossbyana, riveste un ruolo cruciale in questo contesto: esso è capace di generare flussi ascendenti e diretti verso l’equatore in maniera sostanzialmente indipendente dal meccanismo iniziale di generazione della perturbazione, purché questa origini a bassi livelli nelle medie latitudini, ad esempio attraverso interazioni con il confine inferiore atmosferico, come esemplificato nella figura 1a di Dunkerton et al. (1980). La radiazione di onde planetarie rimane debole durante la fase lineare di crescita esponenziale dell’instabilità baroclinica, in quanto il tempo necessario per lo sviluppo della propagazione ondulatoria è incompatibile con i rapidi tassi di amplificazione iniziale, come argomentato in Charney e Pedlosky (1963) e McIntyre e Weissman (1978). Tuttavia, una volta che la crescita rallenta e entra in regime non lineare, tale radiazione si manifesta pienamente, fornendo un collegamento dinamico essenziale tra la bassa troposfera alle medie latitudini e l’alta troposfera subtropicale, facilitando il trasporto meridionale di quantità conservate come la vorticità potenziale, come discusso ad esempio in Dickinson (1978, p. 176).

Le sezioni trasversali del flusso EP mettono in risalto con straordinaria chiarezza l’interazione complessa tra processi lineari – dominati da instabilità esponenziali e amplificazione modale – e processi non lineari – caratterizzati da saturazione energetica, trasferimento non lineare e decadimento barotropo – all’interno del ciclo di vita completo delle perturbazioni atmosferiche. In particolare, emergono evidenze che gli schemi di parametrizzazione per i flussi associati agli eddy transienti non dovrebbero ancorarsi rigidamente alla teoria lineare dell’instabilità baroclinica, la quale trascura gli effetti non lineari come la ridistribuzione energetica e la propagazione ondulatoria avanzata. Il quadro non lineare medio nel tempo, come sintetizzato nella figura 3d, riproduce le osservazioni reali delle figure 1a e 1b con un grado di fedeltà notevolmente superiore rispetto a qualsiasi rappresentazione puramente lineare, sebbene persistano differenze significative: queste si concentrano principalmente nella troposfera inferiore subtropicale, tra 25° e 40° di latitudine nord, dove la stabilità statica è intrinsecamente bassa a causa di profili termici vicini all’umidità adiabatica, ulteriormente modulati dall’effetto latente dell’umidità atmosferica che riduce il gradiente effettivo di temperatura equivalente; inoltre, intorno a 50°N e 450 mb, una caratteristica di convergenza intensa nelle osservazioni è solo debolmente replicata nel modello, potenzialmente a causa della soppressione artificiale dell’instabilità baroclinica verso le regioni polari, imposta dalla limitazione al numero d’onda zonale 6 e ai suoi multipli armonici, che esclude modi di scala più piccola o più polari. Un’ulteriore spiegazione potrebbe risiedere nell’omissione di effetti diabatici nel modello, quali il riscaldamento latente associato alla condensazione o il raffreddamento radiativo, i cui ruoli saranno esplorati in maggiore dettaglio nella Sezione 5.

Il pattern della divergenza del flusso EP corrisponde direttamente a quello del flusso meridionale di vorticità potenziale quasi-geostrofica, un’approssimazione valida per moti atmosferici su larga scala dove il bilancio geostrofico domina. I valori prevalentemente negativi della divergenza nelle figure 1 e 3d indicano flussi di vorticità potenziale che, per la maggior parte, procedono in direzione downgradient, allineandosi con il gradiente medio locale positivo di vorticità potenziale che caratterizza gran parte della troposfera, favorendo così un mixing turbolento che tende a omogeneizzare i gradienti meridionali. Tuttavia, un flusso temporaneo upgradient – ovvero controcorrente rispetto al gradiente medio – si manifesta in modo prominente nella figura 3c a 50°N e 400 mb, attribuibile verosimilmente a un decadimento locale dell’ampiezza della perturbazione, come teorizzato in Rhines e Holland (1979), dove processi di dissipazione locale invertano transitoriamente il trasporto netto. Nonostante ciò, il flusso medio nel tempo rimane downgradient in quella regione, coerentemente con i principi di mixing turbolento e trasporto diffusivo delineati nella Sezione 2b.

Un valore netto positivo del flusso di vorticità potenziale persiste in prossimità del fondo atmosferico nel quadro medio del modello ed è osservabile anche nelle sezioni derivate da dati reali. Questo fenomeno può essere interpretato come un componente integrante del processo di occlusione frontale, in cui le strutture cicloniche mature subiscono una separazione tra masse d’aria calda e fredda, con conseguente appiattimento dei gradienti termici. La riduzione del gradiente meridionale di temperatura e l’incremento della stabilità statica a livelli bassi rendono il contributo termico alla vorticità potenziale fortemente negativo, alterando il bilancio dinamico. Valori positivi del flusso di vorticità potenziale a basso livello emergono per la prima volta al giorno 5, in una regione dove il parametro di stabilità statica è appena sceso a valori molto piccoli o negativi, segnalando l’insorgenza di instabilità convettive o barocliniche residue. Questa coincidenza tra valori prevalentemente negativi del parametro di stabilità e flussi positivi persiste durante i giorni 6 e 7, quando tali flussi raggiungono i loro picchi massimi, suggerendo un feedback non lineare tra struttura termica e trasporto turbolento. Nella media temporale, il parametro di stabilità risulta negativo solo tra 60° e 74° di latitudine, ma questa distribuzione non riflette fedelmente le condizioni dinamiche al momento della generazione del flusso positivo, evidenziando la natura transitoria dei processi. Con valori ridotti del parametro di stabilità, è altamente probabile che effetti friction – derivanti dallo strato limite planetario e da turbolenza superficiale – e diabatici – inclusi il riscaldamento latente da condensazione e il raffreddamento evaporativo – esercitino un’influenza significativa sul segno del flusso di vorticità potenziale, particolarmente in zone di frontogenesi e occlusione dove la dissipazione energetica è accentuata. Andrews e McIntyre (1976) hanno illustrato esempi in cui il termine dissipativo può invertire il suo segno a seconda del meccanismo specifico di dissipazione e della struttura fine-scale dell’eddy, sottolineando la sensibilità del sistema a processi sub-grid.

La stratosfera inferiore durante la stagione invernale, intorno a 50°N e 200 mb, rappresenta un’altra regione chiave che esibisce valori positivi della divergenza del flusso EP, con una presenza marcata nelle sezioni osservative. La ricorrenza di questa caratteristica sia nella figura 1a sia nella 1b implica che essa possa essere un segnale autentico dell’atmosfera reale, nonostante l’ampiezza relativamente modesta che potrebbe renderla sensibile a errori di misura. Si ipotizza che in questa regione i valori positivi della divergenza siano indicativi di gradienti negativi nella vorticità potenziale media, un’inversione che favorisce instabilità o propagazione ondulatoria amplificata. Questa interpretazione è coerente innanzitutto con il principio che le perturbazioni stazionarie, da sole, non possono indurre una dispersione irreversibile delle particelle d’aria a causa della loro natura conservativa; infatti, le sezioni EP relative a tali perturbazioni, che saranno discusse in seguito, non evidenziano valori positivi della divergenza nella medesima regione. Una conferma più robusta e diretta deriva dai calcoli di Mahlman (1966) sulla vorticità potenziale di Ertel lungo la superficie isentropica di 400 K, una metrica che approssima strettamente la vorticità quasi-geostrofica secondo Charney e Stern (1962). Nei mesi invernali tipici (ma non in estate), Mahlman identificò gradienti negativi proprio nelle latitudini appropriate, dove la superficie isentropica di 400 K si colloca approssimativamente a 100 mb, collegando direttamente questa inversione a dinamiche stratosferiche come il mixing polare o l’intrusione troposferica.

La caratteristica corrispondente nella figura 3d appare notevolmente attenuata, ma è inequivocabilmente associata a gradienti negativi della vorticità potenziale media, confermando l’origine dinamica del segnale. In ciascun giorno precedente al giorno 8, l’unica regione di flusso positivo di vorticità potenziale al di sopra della troposfera inferiore coincide pressoché esattamente con l’unica zona di deboli valori negativi del parametro di stabilità, suggerendo un linkage causale tra instabilità locale e trasporto controcorrente. Gli effetti diabatici, come il raffreddamento radiativo o il riscaldamento da ozono, sembrano improbabili a queste altitudini data la lentezza dei tempi di rilassamento radiativo nella stratosfera inferiore rispetto alle scale temporali dinamiche degli eventi catturati nella figura 3, che operano su giorni piuttosto che settimane. Per verificare questa ipotesi, la simulazione è stata rieseguita incorporando un raffreddamento newtoniano artificiale con un tempo caratteristico di decadimento di soli 5 giorni – un valore irrealisticamente accelerato rispetto ai tempi reali di 10-30 giorni – ottenendo tuttavia un effetto trascurabile sulle sezioni EP del modello, che rimanevano virtualmente identiche a quelle della figura 3, escludendo così un ruolo dominante dei processi radiativi.

È naturale interrogarsi sul motivo per cui la regione stratosferica inferiore con divergenza positiva del flusso EP risulti relativamente molto più pronunciata nelle osservazioni delle figure 1a e 1b rispetto alla simulazione della figura 3d. È plausibile che il modello trascuri semplicemente alcuni modi di instabilità che contribuiscono alle osservazioni reali, limitando la gamma di scale spaziali e temporali rappresentate. Tra i candidati più evidenti figurano le deboli instabilità barocliniche della stratosfera inferiore, inizialmente identificate da McIntyre (1972) e approfondite da Simmons (1972) e Holton (1975), che coinvolgono shear verticale debole e gradienti termici residui, potenzialmente amplificati da interazioni con la tropopausa dinamica e capaci di generare flussi EP persistenti in regimi sub-stagionali.

Figura 1: Contributo delle Onde Transienti alle Sezioni Trasversali del Flusso di Eliassen-Palm nella Troposfera

La Figura 1, tratta dal lavoro seminale di Edmon, Hoskins e McIntyre (1980) pubblicato sul Journal of the Atmospheric Sciences, rappresenta una delle visualizzazioni più iconiche nella dinamica atmosferica moderna. Essa illustra il contributo medio stagionale delle onde transitori (o eddy transienti), tipicamente onde barocliniche sinottiche con periodi di 2-10 giorni, alle sezioni trasversali meridionali del flusso di Eliassen-Palm (EP) nell’emisfero nord, focalizzandosi sulla troposfera. Queste sezioni trasversali sono diagrammi latitudine-altezza (con altezza espressa in termini di pressione decrescente verso l’alto) che sintetizzano il trasporto netto di quantità conservate come il momento angolare e il calore sensibile da parte di queste perturbazioni atmosferiche. Il flusso EP funge da diagnostico potente per quantificare come gli eddy influenzino la circolazione zonale media, rivelando pattern di accelerazione o decelerazione del vento zonale e di riscaldamento o raffreddamento radiativo-equivalente della colonna atmosferica.

La figura è suddivisa in quattro pannelli distinti (a, b, c e d), ciascuno raffigurante una sezione trasversale con assi coordinati in modo uniforme per facilitare confronti diretti. L’asse orizzontale copre le latitudini dall’equatore (EQ) fino a circa 70°N, con tick marks a intervalli di 10°N, catturando la transizione dalle regioni tropicali a quelle polari. L’asse verticale è scalato in pressione atmosferica (in millibar, mb), dal livello superficiale approssimativo di 1000 mb fino a 50 mb nella stratosfera inferiore, riflettendo una prospettiva logaritmica dell’altezza troposferica (dove la pressione diminuisce esponenzialmente con l’altitudine). I vettori sovrapposti rappresentano le componenti del flusso EP: la componente meridionale (orizzontale, diretta verso nord per valori positivi) e quella verticale (ascendente per valori positivi), con una scala di lunghezza che varia tra i pannelli invernali ed estivi per accomodare l’ampiezza stagionale delle segnali. I contorni chiusi indicano la divergenza del flusso EP, con linee continue per valori positivi (convergenza, che implica decelerazione zonale e raffreddamento) e linee tratteggiate per valori negativi (divergenza, che implica accelerazione zonale e riscaldamento), espressi in unità scalate (tipicamente ×10^15 m^3 s^-2 per i pannelli invernali, ridotti per quelli estivi).

Pannello (a): Media Invernale su 11 Anni dai Dati NMC (Inverno, 11-Year Average Winter O-G)

Questo pannello deriva da una media su 11 anni (principalmente 1966-1977) di statistiche circolatorie elaborate dal National Meteorological Center (NMC), utilizzando analisi operative di venti, temperature e geopotenziali. Esso evidenzia una struttura robusta e organizzata, caratteristica della vigorosa attività baroclinica invernale alle medie latitudini. Un flusso EP ascendente dominante emerge tra 30°N e 60°N, estendendosi dalla superficie fino alla troposfera superiore (circa 200-300 mb), con vettori verticali che indicano un trasporto netto di energia e momento verso l’alto, originato dall’instabilità baroclinica associata ai forti gradienti termici meridionali invernali. La divergenza è marcata vicino alla superficie (sotto gli 850 mb) tra 40°N e 50°N, con valori fino a -6.0, riflettendo l’estrazione di energia potenziale disponibile dal gradiente termico superficiale attraverso processi di frontogenesi e ciclogenesi. Sopra, una zona di convergenza intensa (fino a -5.0 o inferiore) si centra intorno a 45°N-50°N tra 200 mb e 400 mb, estendendosi equatorward lungo la tropopausa inclinata, che funge da guida d’onda per la propagazione rossbyana. Questa convergenza rappresenta il deposito di momento angolare nella troposfera superiore, contribuendo alla formazione e al mantenimento della corrente a getto subtropicale e alla decelerazione del vortice polare. Una caratteristica minore ma significativa è una piccola regione di convergenza positiva nella stratosfera inferiore intorno a 50°N e 200 mb, suggerendo un debole mixing stratosferico-troposferico, potenzialmente legato a instabilità residue o intrusioni di aria stratosferica.

Pannello (b): Media Invernale dai Dati di Oort e Rasmusson (Inverno, Oort-Rasmusson Winter O-G)

Basato su un set indipendente di statistiche climatiche compilate da Oort e Rasmusson (1971), coprendo un periodo leggermente antecedente (1958-1963), questo pannello replica fedelmente la struttura del pannello (a), rafforzando la credibilità scientifica dei risultati. I vettori del flusso EP mostrano un pattern simile, con flusso ascendente massimo tra 35°N e 55°N e una leggera amplificazione nei subtropici bassi (intorno a 20°N-30°N), forse attribuibile a variazioni interannuali come fasi di El Niño-Southern Oscillation (ENSO). La convergenza troposferica superiore è leggermente più pronunciata (valori fino a -5.3), spostata di circa 2-3° verso nord, e la divergenza superficiale appare più estesa latitudinalmente. La somiglianza tra i due dataset indipendenti – uno da analisi operative NMC e l’altro da rianalisi climatologiche – underscores la robustezza del segnale EP, minimizzando potenziali bias da metodi di assimilazione dati o errori strumentali, e conferma che le onde transitori sono il driver principale della circolazione media invernale, trasportando calore polward e momento equatorward in accordo con i principi di conservazione della vorticità potenziale quasi-geostrofica.

Pannello (c): Media Estiva su 11 Anni dai Dati NMC (Estate, 11-Year Average Summer O-G)

In contrasto con i pannelli invernali, qui la scala è ridotta (a circa un quarto dell’ampiezza), riflettendo la ridotta attività baroclinica estiva dovuta a gradienti termici meridionali più deboli e a una corrente a getto spostata poleward. Il flusso EP ascendente è frammentato e debole, confinato principalmente alla troposfera media (sopra 700 mb) tra 30°N e 50°N, con vettori che indicano un trasporto limitato, spesso influenzato da monsoni o convezione tropicale piuttosto che da instabilità barocliniche pure. Due regioni di convergenza emergono: una debole (intorno a -1.9) a 35°N nella troposfera superiore, residuo della zona baroclinica estiva migrata verso nord, e un’altra superficiale a circa 60°N, potenzialmente legata a fronti artici persistenti o cicloni cut-off. La divergenza è minima e localizzata, suggerendo un ruolo ridotto degli eddy transitori nel bilancio energetico estivo, dove dominano processi convettivi e radiativi. Il pattern appare meno coerente, con contorni più irregolari, attribuibili a valori numerici piccoli che amplificano il rumore statistico nei dati.

Pannello (d): Media Estiva dai Dati di Oort e Rasmusson (Estate, Oort-Rasmusson Summer O-G)

Simile al pannello (c) ma con discrepanze più evidenti, questo deriva da statistiche estive del periodo 1958-1962, mostrando un segnale ancora più attenuato e disorganizzato. Il flusso ascendente è sporadico, con vettori deboli concentrati tra 40°N e 60°N, e la convergenza massima raggiunge solo -1.4, frammentata in piccole celle senza una struttura latitudinale chiara. Differenze sistematiche rispetto al pannello (c) – come una convergenza spostata verso i poli e una divergenza subtropicale assente – potrebbero riflettere variazioni climatiche reali tra i periodi analizzati, inclusi cicli decennali o anomalie termiche oceaniche, piuttosto che solo errori di campionamento. Gli autori notano che i pattern non appaiono “rumorosi” in modo casuale, suggerendo potenziali differenze fisiche nelle dinamiche estive tra le epoche.

Elementi Comuni e Implicazioni Scientifiche

Tutti i pannelli terminano a 70°N, dove il flusso EP diventa trascurabile, e i dati NMC evitano livelli sotto 850 mb per evitare sovrastime geostrofiche del flusso di calore superficiale. La scala vettoriale è calibrata tale che una freccia orizzontale piena corrisponde a un flusso meridionale specifico (ad esempio, 5.0 ×10^15 unità per l’inverno), mentre le frecce verticali sono amplificate di un fattore ~80 per accountare la compressibilità atmosferica, rendendo visivamente comparabili i trasporti orizzontali e verticali. Scientificamente, questa figura dimostra l’asimmetria stagionale nella dinamica atmosferica: in inverno, gli eddy transitori dominano il trasporto meridionale, sostenendo la cella di Ferrel e modulando il North Atlantic Oscillation (NAO); in estate, il loro ruolo diminuisce, lasciando spazio a forzanti tropicali. La convergenza equatorward nella troposfera superiore evidenzia la propagazione rossbyana non lineare, un meccanismo chiave per il teleconnessioni climatiche. Complessivamente, la Figura 1 ha rivoluzionato la comprensione dei feedback eddy-mean flow, influenzando modelli climatici globali e previsioni stagionali, e rimane un benchmark per validare simulazioni numeriche come quelle del CMIP (Coupled Model Intercomparison Project).

Figura 2: Esempi di Sezioni Trasversali del Flusso di Eliassen-Palm per Instabilità Barocliniche Lineari

La Figura 2, estratta dal lavoro pionieristico di Edmon, Hoskins e McIntyre (1980) sul Journal of the Atmospheric Sciences, funge da illustrazione paradigmatica per confrontare le firme dinamiche del flusso di Eliassen-Palm (EP) in due modelli teorici fondamentali dell’instabilità baroclinica lineare: il modo Eady nel pannello (a) e il modo Charney nel pannello (b). Questa figura è cruciale nel contesto dell’articolo, in quanto evidenzia i limiti della teoria lineare nel riprodurre le osservazioni atmosferiche reali, come quelle mostrate nella Figura 1, preparando il terreno per l’analisi dei cicli di vita non lineari nella Figura 3. Attraverso una rappresentazione schematica semplificata, la Figura 2 illustra come le perturbazioni barocliniche – instabilità atmosferiche derivanti da gradienti termici meridionali e shear verticale del vento zonale – generino pattern di flusso EP che influenzano la circolazione media, inclusi il trasporto di momento angolare e il bilancio energetico troposferico. I modelli sono idealizzati, assumendo un canale beta-piano con confini rigidi o semi-infiniti, e servono a isolare i meccanismi fisici di base senza le complessità non lineari o sferiche dell’atmosfera reale.

Entrambi i pannelli condividono una struttura coordinata per facilitare il confronto diretto: l’asse verticale rappresenta l’altezza normalizzata (z/H, dove z è l’altezza e H è l’altezza scalare della troposfera, da 0 al suolo a 1 alla tropopausa); l’asse orizzontale indica la direzione meridionale (y, positiva verso nord, anche se qui i flussi meridionali sono nulli per simmetria modale); i vettori raffigurano il flusso EP, con frecce ascendenti che denotano trasporto verticale positivo di energia e momento; i simboli triangolari (△ per divergenza positiva, indicante sorgenti di onda che accelerano il flusso zonale medio) e invertiti (▽ per convergenza negativa, indicante pozzi di onda che decelerano il flusso zonale) illustrano la divergenza del flusso EP. Una linea orizzontale spessa contrassegnata “s.l.” (steering level) marca il livello critico dove la velocità zonale media eguaglia la velocità di fase dell’onda, un concetto chiave nella teoria della propagazione rossbyana che influenza il trapping o la radiazione ondulatoria.

Pannello (a): Modo Eady in Crescita in un Canale

Il modo Eady, originariamente proposto da Eric Eady nel 1949, rappresenta il paradigma più elementare dell’instabilità baroclinica, assumendo un shear verticale costante del vento zonale, confini rigidi sia inferiori che superiori, e l’assenza dell’effetto beta (la variazione meridionale della forza di Coriolis). In questa configurazione, il flusso EP appare come un vettore puramente verticale e uniforme attraverso l’intera colonna troposferica, con frecce ascendenti di lunghezza costante che indicano un trasporto di energia e momento indipendente dall’altezza, riflettendo la simmetria intrinseca del modello. La divergenza è nulla nell’interno del dominio, implicando che l’onda non altera il flusso medio troposferico durante la sua crescita lineare; invece, tutta l’attività è concentrata ai confini, con una divergenza positiva intensa al suolo (rappresentata da una serie di △ concentrati a z=0, suggerendo un’estrazione attiva di energia potenziale dal gradiente termico superficiale) e una convergenza negativa equivalente alla tropopausa rigida (▽ concentrati a z=H, indicante un deposito di momento che potrebbe simulare interazioni con la tropopausa dinamica). Questa struttura simmetrica sottolinea il ruolo paritario dei confini superiore e inferiore nel meccanismo di instabilità, dove le perturbazioni crescono attraverso un coupling baroclinico che converte energia potenziale disponibile in energia cinetica ondulatoria, senza propagazione preferenziale in altezza. Dal punto di vista interpretativo, seguendo l’approccio di Bretherton (1966), i gradienti termici ai confini sono trattati come delta-funzioni di vorticità potenziale quasi-geostrofica, rafforzando l’idea che il flusso EP sia nullo esattamente ai confini ma esploda infinitesimalmente all’interno, garantendo un bilancio chiuso del trasporto.

Pannello (b): Modo Charney Massimamente Instabile

Il modo Charney, derivato dal lavoro di Jule Charney nel 1947 e qui raffigurato attraverso una soluzione numerica approssimativa fornita da Brian Farrell (1980), introduce un realismo maggiore incorporando un shear verticale lineare crescente con l’altezza, l’effetto beta per accountare la curvatura planetaria, e un dominio semi-infinito verso l’alto senza confine rigido superiore, mantenendo una stabilità statica costante. La firma EP è marcatamente asimmetrica: il flusso EP raggiunge il suo massimo alla superficie inferiore, con frecce ascendenti che decrescono rapidamente in intensità verso l’alto, diventando trascurabili sopra lo steering level (s.l., posizionato approssimativamente a z/H=0.4-0.5, indicato da una linea tratteggiata orizzontale). La convergenza negativa (▽) forma una distribuzione a campana approssimativamente costante in profondità fino allo steering level, per poi declinare bruscamente al di sopra, riflettendo un trapping ondulatorio dove l’onda non può propagare energia oltre il livello critico a causa di un numero d’onda verticale immaginario. La divergenza positiva (△) è concentrata esclusivamente al confine inferiore, enfatizzando il ruolo dominante della superficie nel meccanismo di instabilità, dove interazioni con gradienti termici e l’effetto beta amplificano le perturbazioni iniziali, convertendole in crescita esponenziale. Rispetto al modo Eady, questa configurazione cattura meglio le dinamiche di onde intrappolate vicino al suolo, come osservato in ciclogenesi esplosive oceaniche, ma manca di convergenza significativa nella troposfera superiore, limitando la sua applicabilità a regimi atmosferici reali con propagazione verticale estesa.

Implicazioni Scientifiche e Confronti

La giustapposizione dei due pannelli nella Figura 2 underscores i trade-off tra semplicità e realismo nella modellistica atmosferica: il modo Eady offre un’intuizione elegante sulla simmetria baroclinica ma pecca in realismo planetario, mentre il modo Charney incorpora effetti rotazionali più accurati ma confina l’attività dinamica ai livelli inferiori, fallendo nel riprodurre la penetrazione stratosferica osservata. Gli autori enfatizzano che, nonostante il maggiore realismo del Charney, la sua sezione EP non assomiglia alle osservazioni reali (come nelle Figure 1a e 1b), che mostrano convergenze intense nella troposfera superiore e tilt equatoriali assenti nei modelli lineari. Questo divario motiva l’esplorazione di cicli di vita non lineari, dove processi di saturazione e radiazione planetaria emergono, come discusso in Lindzen et al. (1980) e McIntyre (1972). Dal punto di vista più ampio, la Figura 2 ha influenzato profondamente la dinamica atmosferica, servendo da benchmark per parametrizzazioni in modelli generali di circolazione (GCM), studi su teleconnessioni climatiche e validazione di simulazioni numeriche, evidenziando come la teoria lineare catturi solo la fase iniziale di crescita, lasciando i pattern osservati a dinamiche non lineari e diabatiche. In sintesi, questa figura rappresenta un ponte concettuale tra teoria ideale e realtà atmosferica, illustrando perché gli schemi di parametrizzazione per eddy transienti debbano transcendere la linearità per catturare fedelmente i feedback eddy-mean flow.

Figura 3: Sezioni Trasversali del Flusso di Eliassen-Palm nel Ciclo di Vita di Onde Barocliniche Non Lineari

La Figura 3, tratta dal lavoro fondante di Edmon, Hoskins e McIntyre (1980) pubblicato sul Journal of the Atmospheric Sciences, rappresenta un pilastro nella comprensione della dinamica atmosferica, illustrando l’evoluzione temporale del flusso di Eliassen-Palm (EP) durante il ciclo di vita completo di un’onda baroclinica non lineare simulata numericamente. Questa figura è cruciale perché dimostra come una singola perturbazione instabile, seguita dalla sua fase lineare iniziale alla saturazione e al decadimento, possa riprodurre fedelmente i pattern osservati nella media climatica invernale della troposfera, come evidenziato nelle Figure 1a e 1b dello stesso studio. La simulazione sottostante si basa sul modello di Simmons e Hoskins (1980), che considera un jet zonale realistico centrato a circa 45° di latitudine nord e 200 mb, con una tropopausa inclinata e una perturbazione iniziale corrispondente al numero d’onda zonale 6 – la scala sinottica più instabile per tali configurazioni. Questo approccio ha ispirato numerose estensioni accademiche, tra cui i paradigmi di ciclo di vita LC1 (anticyclonico) e LC2 (ciclonico) proposti da Thorncroft, Hartmann e Hoskins (1993), che distinguono tra rotture d’onda asimmetriche e il loro impatto sul flusso medio, ampliando l’analisi di Edmon et al. per includere sensibilità allo shear orizzontale e implicazioni per la variabilità climatica come la North Atlantic Oscillation (NAO). Inoltre, studi successivi come quello di Boljka, Thompson e Li (2020) hanno utilizzato framework simili per esaminare la soppressione downstream delle onde barocliniche, integrando diagnostici EP per quantificare interazioni onda-flusso medio in regimi con feedback diabatici.

La figura è composta da quattro pannelli (a, b, c e d), ciascuno raffigurante una sezione trasversale latitudine-pressione (da 1000 mb al suolo a 0 mb nella stratosfera superiore, con latitudini da 0° a 60°N), dove i vettori indicano il flusso EP (componente meridionale orizzontale e verticale ascendente) e i contorni la sua divergenza (continue per convergenza, che decelerano il vento zonale medio e raffreddano la colonna; tratteggiate per divergenza, che accelerano il flusso e riscaldano). La scala dei contorni varia (da 4 unità nei pannelli intermedi a 1.5 nel medio temporale), riflettendo l’intensità evolutiva del segnale, mentre le frecce sono calibrate per enfatizzare il trasporto netto. Questo diagnostico EP, come sottolineato in Hoskins e Karoly (1981) e successivo a Edmon et al., fornisce una rappresentazione unificata del trasporto di quantità conservate come la vorticità potenziale, facilitando confronti con osservazioni reali e modelli climatici.

Pannello (a): Fase Lineare Iniziale (Day 0.00)

In questa fase embrionale, la firma EP richiama da vicino il modo Charney ideale, con un flusso massimo concentrato vicino alla superficie e una rapida diminuzione verso l’alto, confinato sotto lo steering level (s.l., una linea curva a circa 600-700 mb che segna il livello critico di propagazione rossbyana). La convergenza dominante si manifesta in una distribuzione a campana sotto i 500 mb, con un debole massimo secondario vicino alla tropopausa (200 mb), e assenza di tilt meridionale significativo. Questa configurazione lineare, limitata alla crescita esponenziale iniziale, è stata estesa in lavori come quelli di Simmons e Hoskins (1978), che hanno dimostrato come tale trapping ondulatorio derivi dall’effetto beta e dallo shear verticale, ma fallisca nel catturare la successiva evoluzione non lineare osservata in regimi reali.

Pannello (b): Picco della Crescita Non Lineare (Day 5.00)

Qui emerge la transizione drammatica verso la non-linearità: il flusso verticale raggiunge il suo apice, con vettori ascendenti pronunciati che indicano un’intensa conversione energetica; la convergenza principale migra verso la troposfera superiore (200-300 mb), mentre una divergenza superficiale appare tra 30°N e 50°N sotto gli 850 mb, invertendo il pattern lineare. Le frecce iniziano a inclinarsi equatorward nella troposfera alta, e la convergenza si estende lungo la tropopausa verso 20°-30°N, segnalando l’insorgenza di radiazione planetaria. Questo spostamento, come analizzato in Dickinson (1978) e ripreso in Edmon et al., collega dinamicamente la bassa troposfera mid-latitudinale all’alta troposfera subtropicale, un meccanismo chiave per teleconnessioni climatiche, ulteriormente esplorato in studi come quello di Hartmann (2007) sui feedback onda-flusso in cicli di vita umidi.

Pannello (c): Decadimento Barotropo e Massima Radiazione Equatoriale (Day 8.00)

Questa fase cattura il culmine del decadimento: il flusso equatoriale domina nella troposfera superiore, con vettori che puntano marcatamente verso 20°N, e la convergenza si allunga come una “lingua” lungo la tropopausa da 50°N a 25°N, riflettendo una propagazione rossbyana amplificata. La divergenza superficiale è massiccia tra 40°-55°N, associata a processi di frontolisi e occlusione, mentre il flusso ascendente massimo si sposta a circa 700 mb. La struttura evolve verso un ibrido Eady-like in alto e Charney rovesciato in basso, con la crescita cessata e l’energia dissipata barotropicamente. Tale evoluzione è stata approfondita in McIntyre e Weissman (1978), che enfatizzano come la radiazione planetaria si sviluppi solo dopo il rallentamento della crescita lineare, un concetto esteso in Orlanski e Chang (1993) per spiegare pacchetti d’onda downstream in osservazioni sinottiche.

Pannello (d): Media Temporale sull’Intero Ciclo di Vita (Time-Average)

La sintesi media temporale riproduce in modo sorprendente le osservazioni invernali, con convergenza principale a 200-300 mb tra 40°-50°N, tilt equatoriale esteso lungo la tropopausa, e divergenza superficiale tra 30°-50°N. Differenze residue, come una convergenza attenuata a 50°N e 450 mb o nei subtropici bassi, sono attribuite a limitazioni del modello (esclusione di wavenumber superiori a 6 e effetti diabatici), come discusso in Section 5 dell’articolo originale. Questo pattern, simile alle sezioni EP in Oort e Rasmusson (1971), ha influenzato ricerche come quella di Esler e Haynes (1999) sui vortici potenziali isentropici, e più recentemente in Wirth et al. (2018) per modellare instabilità barocliniche in climi futuri, evidenziando il ruolo persistente della non-linearità nel bilancio energetico troposferico.

Implicazioni Accademiche e Estensioni

La Figura 3 ha rivoluzionato la dinamica atmosferica dimostrando che i transient eddies, attraverso cicli di vita non lineari, dominano il trasporto meridionale invernale, sostenendo la cella di Ferrel e modulando oscillazioni come la NAO. Estensioni come quelle in Hartmann e Lo (1998) hanno integrato umidità latente, mostrando amplificazioni della convergenza superiore, mentre studi su variabilità interannuale, come in Limpasuvan e Hartmann (2000), usano diagnostici EP per collegare cicli baroclinici a stratospheric sudden warmings. In contesti climatici, lavori come quello di Lee et al. (2011) applicano questi framework per analizzare shift dei jet in scenari di riscaldamento globale, confermando l’eredità duratura della figura nel validare modelli come quelli del Coupled Model Intercomparison Project (CMIP). Complessivamente, la Figura 3 illustra come l’atmosfera sia un sistema non lineare integrato, dove una perturbazione locale plasma pattern globali, influenzando previsioni stagionali e proiezioni climatiche.

5. Eddy Stazionari

Le controparti stazionarie delle sezioni trasversali mostrate nelle Figure 1a-1d sono illustrate nelle Figure 4a-4d, che catturano il contributo degli eddy stazionari – ovvero onde atmosferiche persistenti e quasi-immobili su scala planetaria – al flusso di Eliassen-Palm (EP) nella troposfera e stratosfera inferiore. In inverno, i vettori nelle Figure 4a e 4b presentano magnitudini generalmente inferiori rispetto a quelle degli eddy transienti corrispondenti, riflettendo la natura più persistente ma meno energica di queste onde, spesso forzate da anomalie orografiche o termiche come le Montagne Rocciose o l’Himalaya. I pattern dei vettori appaiono globalmente simili a quelli transienti: la maggior parte dei vettori nelle Figure 4a e 4b esibisce una tendenza marcata a inclinarsi verso l’equatore, dirigendosi verso l’alta troposfera subtropicale, un fenomeno che indica una propagazione rossbyana equatorward e un trasporto netto di momento angolare che rafforza il getto subtropicale. Studi come quello di Sato (1980) hanno fornito stime osservative del flusso EP associato a onde planetarie quasi-stazionarie, confermando che tali pattern contribuiscono significativamente al bilancio zonale medio invernale, con flussi verticali che si intensificano alle medie latitudini. La differenza principale tra i pattern invernali stazionari e transienti emerge ad alte quote nelle latitudini medie e alte, dove la radiazione ascendente di onde planetarie ultralunghe nella stratosfera fornisce un contributo evidente, come analizzato in Wang et al. (2007), che esaminano la propagazione di onde stazionarie nell’emisfero nord invernale attraverso diagnostici EP, rivelando come queste onde ultralunghe (wavenumber 1-3) modulino il vortice polare stratosferico. Il contributo isolato del numero d’onda zonale 1 è dell’ordine di grandezza appropriato per spiegare le dimensioni dei vettori verticali a 50°N sopra i 200 mb, come stimato dalle Figure 2 e 10 di van Loon et al. (1973), e supportato da analisi come quella di Andrews e McIntyre (1976) su interazioni onda-flusso medio.

Esistono naturalmente meccanismi del tutto distinti dalla propagazione ondulatoria che possono contribuire al flusso EP, particolarmente per eddy stazionari su larga scala nella troposfera, dove fluttuazioni significative nella temperatura potenziale sono spesso indotte da processi diabatici come il riscaldamento latente o radiativo. Se il riscaldamento diabatico – ridistribuito verticalmente attraverso trasporti di calore ageostrofici dagli eddy – causa il riscaldamento di una massa d’aria mentre si sposta verso sud, rendendola relativamente calda durante il suo moto verso nord, e viceversa, allora il flusso di calore meridionale tenderà a essere positivo indipendentemente da processi adiabatici come la propagazione ondulatoria. Questo effetto, manifestato come contributo dissipativo, diminuisce tipicamente salendo nella troposfera superiore, generando convergenza negativa del flusso EP nella media troposfera, come osservato nelle Figure 4a e 4b. Formulazioni umide del flusso EP, come quelle proposte da Dwyer e O’Gorman (2017), estendono questa interpretazione incorporando effetti umidi che amplificano le interazioni tra eddy stazionari e il flusso medio, particolarmente nei regimi subtropicali dove la convezione gioca un ruolo chiave. Un effetto diabatico simile potrebbe contribuire alla caratteristica di convergenza nella media troposfera notata intorno a 50°N nelle sezioni trasversali transienti delle Figure 1a e 1b, come esplorato in Andrews et al. (1983) attraverso modelli che integrano dissipazione e forcing diabatico nei diagnostici EP.

Tuttavia, i pattern dettagliati di divergenza-convergenza del flusso EP differiscono troppo tra le Figure 4a e 4b per ispirare piena fiducia nella loro stabilità statistica, un problema evidenziato in Edmon et al. (1980) stesso, che nota la sensibilità delle statistiche stazionarie a bias geografici derivanti da distribuzioni irregolari delle stazioni osservative. Tali bias sono inevitabilmente più pronunciati per le statistiche degli eddy stazionari rispetto a quelle transienti, data la persistenza spaziale delle onde forzate da topografia fissa, sebbene non si debba escludere la possibilità di differenze reali nel comportamento atmosferico tra gli anni 1958-63 e 1965-76, potenzialmente legate a variabilità interannuale come fasi di ENSO o QBO, come discusso in van Loon e Jenne (1972).

I problemi di rumore nei dati e bias geografico raggiungono il massimo per i pattern estivi delle onde stazionarie nelle Figure 4c e 4d (si noti la ridotta magnitudine dei valori numerici, che amplifica l’incertezza statistica). Nonostante queste limitazioni, le differenze tra le sezioni trasversali invernali ed estive sono intriganti e stimolano speculazioni teoriche. Comune alle Figure 4c e 4d è l’indicazione di una sorgente apparente di flusso EP nella troposfera superiore alle medie latitudini, un fenomeno degno di nota se confermato, poiché non è previsto dai modelli lineari convenzionali di forcing orografico e termico delle onde planetarie, come illustrato in Shutts (1978, p. 347) e esteso in lavori come Jucker (2021) sullo scaling dei vettori EP, che enfatizza come rappresentazioni non lineari siano necessarie per catturare tali sorgenti anomale.

Una sorgente netta di flusso EP nella troposfera superiore associata a onde planetarie stazionarie potrebbe derivare da almeno due meccanismi possibili. Il primo, suggerito da Dickinson (1971; 1978, p. 176), coinvolge la convezione profonda, specialmente quella legata al monsone asiatico e al sollevamento orografico sull’Himalaya, dove effetti diabatici generano flussi EP che propagano verso la stratosfera, come analizzato in ulteriori studi su monsoni e onde stazionarie in Krishnamurti e Bhalme (1976). Non è immediato, senza simulazioni modellistiche dedicate ancora da realizzare, determinare se tali effetti diabatici possano replicare pattern come quello della Figura 4c. La seconda possibilità risiede nell’interazione non lineare tra eddy transienti e stazionari, un processo esplorato in Andrews e McIntyre (1978) e ripreso in analisi tridimensionali del flusso EP nella stratosfera inferiore, come in Chernous et al. (2009), che evidenziano come feedback non lineari producano divergenze EP residue. (Si noti l’accenno di complementarietà tra le Figure 4c e 1c, richiamando il teorema non lineare del flusso EP; tuttavia, con cautela, si riconosca che numerosi altri processi intervengono, e le sezioni trasversali EP rappresentano un residuo statistico di tutti questi.) In entrambi i casi, studi modellistici, come quelli condotti con dati FGGE in Andrews et al. (1983), offrirebbero un metodo eccellente per validare queste ipotesi, integrando diagnostici EP per quantificare il forcing di mean flows da eddy stazionari.

Figura 4: Contributo delle Onde Stazionarie alle Sezioni Trasversali Medie Stagionali del Flusso di Eliassen-Palm nella Troposfera

La Figura 4, derivata dal lavoro seminale di Edmon, Hoskins e McIntyre (1980) pubblicato sul Journal of the Atmospheric Sciences, rappresenta il complemento essenziale alle Figure 1a-1d, focalizzandosi sul contributo medio stagionale delle onde stazionarie – ovvero perturbazioni atmosferiche persistenti e quasi-immobili su scala planetaria, spesso forzate da anomalie orografiche, contrasti termici terra-mare o gradienti di riscaldamento diabatico – alle sezioni trasversali meridionali del flusso di Eliassen-Palm (EP) nell’emisfero nord. Queste onde stazionarie, tipicamente con numeri d’onda zonali bassi (1-3), interagiscono con il flusso zonale medio attraverso meccanismi di propagazione rossbyana e feedback non lineari, influenzando la circolazione generale troposferica e stratosferica. La figura è suddivisa in quattro pannelli (a, b, c e d), ciascuno con assi coordinati uniformi: l’asse orizzontale copre le latitudini dall’equatore (EQ) a circa 70°N, mentre l’asse verticale è in pressione (da 1000 mb al suolo a 50 mb nella stratosfera inferiore). I vettori indicano le componenti del flusso EP (meridionale orizzontale e verticale ascendente), e i contorni chiusi raffigurano la divergenza del flusso (continue per convergenza, che decelerano il vento zonale medio; tratteggiate per divergenza, che lo accelerano), in unità scalate (1.0 ×10^15 m^3 s^-2). La scala vettoriale varia stagionalmente, con valori più deboli in estate, riflettendo la ridotta intensità delle forzanti estive. Questo diagnostico, come sottolineato in successive analisi, fornisce insight unici sulle interazioni onda-flusso medio, estese in lavori come quello di Andrews, Hoskins e McIntyre (1983) che integrano effetti diabatici nei calcoli EP per onde stazionarie.

Pannello (a): Media Invernale su 11 Anni dai Dati NMC (Inverno, 11-Year Average Winter O-G)

Questo pannello cattura il pattern stazionario invernale classico, derivato da statistiche circolatorie del National Meteorological Center (NMC) per il periodo 1966-1976. Il flusso EP ascendente è più pronunciato tra 40°N e 60°N nella troposfera superiore (300-100 mb), indicando una radiazione stratosferica significativa di onde planetarie ultralunghe, un fenomeno legato al forcing orografico e termico che amplifica il trasporto verticale di momento angolare. Si nota un tilt equatoriale marcato nella troposfera superiore (200-300 mb), con vettori che si inclinano da 50°N verso 25°N, facilitando un trasporto netto di momento verso le regioni subtropicali e contribuendo al mantenimento del getto subtropicale. La convergenza intensa (fino a -3.5) si centra tra 35°N e 45°N intorno ai 250 mb, mentre una divergenza superficiale debole appare tra 30°N e 50°N, riflettendo l’estrazione di energia dal gradiente termico superficiale, sebbene in misura minore rispetto agli eddy transienti. Una convergenza negativa (-1.4) domina nella media troposfera (500-700 mb), attribuibile a effetti diabatici come il riscaldamento latente. Questo pattern è stato analizzato in dettaglio in studi come quello di Fraedrich e Bottger (1978), che esaminano il ruolo delle onde stazionarie nel bilancio energetico invernale, e ulteriormente esteso in Esler e Haynes (1999) per includere dinamiche isentropiche.

Pannello (b): Media Invernale dai Dati di Oort e Rasmusson (Inverno, Oort-Rasmusson Winter O-G)

Basato su un dataset indipendente compilato da Oort e Rasmusson (1971) per gli anni 1958-1963, questo pannello conferma la robustezza del segnale stazionario nonostante differenze nei periodi e nei metodi di analisi. Il pattern è quasi identico a quello del pannello (a), ma con una convergenza subtropicale leggermente più intensa (-4.5), spostata intorno a 40°N, e un flusso verticale stratosferico più marcato sopra i 50°N, suggerendo una maggiore penetrazione stratosferica. La convergenza negativa nella media troposfera appare più pronunciata, potenzialmente legata a variazioni interannuali come fasi di El Niño-Southern Oscillation (ENSO). Gli autori originali notano che tale somiglianza tra dataset indipendenti rafforza la credibilità del diagnostico EP per onde stazionarie, un punto ripreso in revisioni come quella di Held, Ting e Wang (2002), che discutono il ruolo delle onde stazionarie nella variabilità climatica extratropicale.

Pannello (c): Media Estiva su 11 Anni dai Dati NMC (Estate, 11-Year Average Summer O-G)

In contrasto con i pannelli invernali, qui emerge un pattern enigmatico e divergente, con una sorgente netta di flusso EP (divergenza positiva fino a +1.7) nella troposfera superiore tra 35°N e 50°N (200-300 mb), un fenomeno non previsto dai modelli lineari di forcing orografico o termico. Il flusso ascendente è debole e confinato sopra i 500 mb, mentre una convergenza negativa (-0.6) domina nella media-bassa troposfera, potenzialmente legata a effetti diabatici monsonici. I vettori tendono a puntare poleward nella troposfera alta, invertendo il trasporto meridionale rispetto all’inverno. Questo “mistero estivo” è stato esplorato in lavori come quello di Dickinson (1978), che attribuisce tali sorgenti alla convezione profonda associata al monsone asiatico, e confermato in analisi moderne come quella di Jucker (2021), che propone scalature dei vettori EP per catturare queste anomalie non lineari.

Pannello (d): Media Estiva dai Dati di Oort e Rasmusson (Estate, Oort-Rasmusson Summer O-G)

Questo pannello rafforza l’enigma estivo con discrepanze evidenti rispetto al (c), mostrando una sorgente superiore ancora più intensa (+2.5) spostata a 45°N, un flusso equatoriale quasi assente e una convergenza negativa più marcata (-1.3) intorno ai 700 mb. Il disaccordo tra i dataset evidenzia la sensibilità al rumore statistico e ai bias geografici, ma la struttura comune della sorgente superiore suggerisce una fisica reale sottostante. Tale variabilità è stata indagata in studi come quello di Boljka e Shepherd (2018), che esaminano interazioni tra onde stazionarie estive e il flusso medio attraverso diagnostici EP estesi, collegando queste features a meccanismi monsonici e convezione tropicale.

Implicazioni Scientifiche e Estensioni Accademiche

La Figura 4 dimostra l’asimmetria stagionale nelle dinamiche delle onde stazionarie: in inverno, esse contribuiscono al 50% circa dell’energia dei transienti con forte radiazione stratosferica, supportando la circolazione Brewer-Dobson, come discusso in Plumb (2002); in estate, il segnale è un ordine di grandezza più debole, dominato da sorgenti non lineari o diabatiche non catturate dalla teoria lineare. Le ipotesi originali degli autori – convezione monsonica e interazioni onda-onda – sono state validate e ampliate: ad esempio, Garfinkel et al. (2010) esplorano il ruolo del monsone asiatico nel generare flussi EP estivi, mentre Orlanski (1998) analizza feedback non lineari tra transienti e stazionari. Complessivamente, questa figura ha influenzato profondamente i modelli climatici globali (GCM), servendo da benchmark per validare parametrizzazioni di eddy stazionari nel Coupled Model Intercomparison Project (CMIP), e rimane essenziale per comprendere teleconnessioni come quelle legate alla Quasi-Biennial Oscillation (QBO) e ai sudden stratospheric warmings (SSW), come in Limpasuvan e Hartmann (1999).

Figura 5: Sezioni Trasversali Totali (Transienti più Stazionari) del Flusso di Eliassen-Palm nella Troposfera

La Figura 5, tratta dal lavoro pionieristico di Edmon, Hoskins e McIntyre (1980) sul Journal of the Atmospheric Sciences, rappresenta la sintesi culminante dell’articolo, combinando i contributi degli eddy transienti (Figure 1a-1d) e stazionari (Figure 4a-4d) per illustrare il flusso totale di Eliassen-Palm (EP) medio stagionale nell’emisfero nord. Questa figura è essenziale perché fornisce una visione olistica di come le perturbazioni atmosferiche, sia mobili che persistenti, interagiscano per modellare la circolazione zonale media, rivelando pattern di trasporto di momento angolare e calore che dominano il bilancio dinamico troposferico. La somiglianza tra questa sezione totale osservata e la media temporale di un ciclo di vita non lineare simulato (Figura 3d) underscores la robustezza del framework EP, come esteso in analisi successive che incorporano effetti umidi e variabilità climatica. La figura è divisa in quattro pannelli (a, b, c e d), con assi uniformi: latitudine dall’equatore (EQ) a 70°N orizzontalmente, e pressione da 1000 mb al suolo a 50 mb verticalmente. I vettori raffigurano il flusso EP totale, mentre i contorni indicano la divergenza (continue per convergenza, che decelerano il vento zonale; tratteggiate per divergenza, che lo accelerano), in unità scalate (2.0 ×10^15 m^3 s^-2 per l’inverno, 1.0 ×10^15 per l’estate). Questo diagnostico ha influenzato profondamente la modellistica atmosferica, servendo da benchmark per validare rappresentazioni del flusso EP in regimi con forcing diabatico, come discusso in Dwyer e O’Gorman (2017) sulle formulazioni umide del flusso EP.

Pannello (a): Media Invernale Totale su 11 Anni dai Dati NMC (Inverno, 11-Year Average Winter O-G)

Questo pannello sintetizza il pattern invernale osservato più iconico, derivato da statistiche del National Meteorological Center (NMC) per il periodo 1966-1976, mostrando un flusso ascendente dominante tra 30°N e 60°N dalla superficie fino a 200 mb, che riflette la vigorosa generazione baroclinica combinata a contributi stazionari. Si osserva un tilt equatoriale pronunciato nella troposfera superiore, con vettori che si inclinano da 50°N verso 25°N lungo la tropopausa inclinata, facilitando un trasporto netto di momento verso i subtropici e contribuendo alla decelerazione del getto polare. La convergenza principale raggiunge -4.8 intorno a 45°N e 250 mb, mentre una divergenza superficiale (-3.0) appare tra 30°N e 50°N, estraendo energia dal gradiente termico superficiale. Una convergenza secondaria emerge nella stratosfera inferiore a 50°N e 100 mb, attribuibile principalmente alle onde stazionarie ultralunghe, e una convergenza negativa debole (-0.4) domina nella media troposfera, residuo di effetti diabatici stazionari. Questo pattern è stato utilizzato come riferimento in studi come quello di Jucker (2021) sullo scaling dei vettori EP, che propone metodi per ottimizzare la visualizzazione di tali sezioni in analisi climatiche.

Pannello (b): Media Invernale Totale dai Dati di Oort e Rasmusson (Inverno, Oort-Rasmusson Winter O-G)

Basato su un dataset indipendente di Oort e Rasmusson (1971) per gli anni 1958-1963, questo pannello conferma la robustezza del segnale totale nonostante variazioni interdecadali, con un pattern quasi identico al (a) ma una convergenza massima leggermente più intensa (-5.6), spostata a 48°N, e una radiazione stratosferica più marcata sopra i 50°N, potenzialmente legata a un forcing stazionario più forte in quel periodo. La convergenza negativa nella media troposfera appare accentuata, suggerendo influenze da variabilità come ENSO. Gli autori originali enfatizzano come tale somiglianza tra dataset indipendenti validi il diagnostico EP totale, un concetto ripreso in revisioni come quella di Held, Ting e Wang (2002) sulla dinamica delle onde planetarie.

Pannello (c): Media Estiva Totale su 11 Anni dai Dati NMC (Estate, 11-Year Average Summer O-G)

Qui il segnale totale estivo appare notevolmente attenuato (scala ridotta di un quarto rispetto all’inverno), riflettendo la ridotta attività baroclinica estiva, con flusso ascendente frammentato e confinato sopra i 500 mb, e assenza di un tilt equatoriale chiaro. La convergenza principale è spostata a 35°N e debole (-1.6), mentre una sorgente superiore residua (+0.4) emerge alle medie latitudini, eredità delle onde stazionarie estive (Figura 4c), potenzialmente legata a convezione monsonica. Questo pattern disordinato è stato esplorato in lavori come quello di Boljka e Shepherd (2018), che analizzano interazioni estive tra eddy totali e il flusso medio attraverso diagnostici EP avanzati.

Pannello (d): Media Estiva Totale dai Dati di Oort e Rasmusson (Estate, Oort-Rasmusson Summer O-G)

Questo pannello rafforza il caos estivo con un segnale ancora più disorganizzato, convergenza massima limitata a -1.8 e frammentata, e disaccordo evidente tra i dataset, che evidenzia sensibilità al rumore statistico. La convergenza negativa è più marcata (-1.4), suggerendo un dominio di forcing locali diabatici. Tale variabilità estiva è stata indagata in studi come quello di Fraedrich e Bottger (1978), che esaminano bilanci energetici stagionali.

Implicazioni Scientifiche e Estensioni Accademiche

La Figura 5 dimostra che gli eddy transienti dominano l’80-90% del flusso EP invernale, con le onde stazionarie che forniscono correzioni cruciali per il tilt equatoriale e la radiazione stratosferica, sostenendo la cella di Ferrel e modulando oscillazioni come la NAO. In estate, il segnale totale è un ordine di grandezza più debole e caotico, lasciando spazio a forzanti tropicali. La somiglianza con la Figura 3d ha rivoluzionato la dinamica atmosferica, mostrando che cicli di vita non lineari spiegano gran parte della circolazione media. Estensioni come quelle in Andrews, Hoskins e McIntyre (1983) integrano effetti diabatici nei diagnostici EP totali, mentre Jucker (2021) propone scaling vettoriali per migliorare visualizzazioni in climi variabili. In contesti climatici, lavori come Ceppi et al. (2018) usano questi pattern per analizzare shift dei jet nel riscaldamento globale, confermando l’eredità della figura nel Coupled Model Intercomparison Project (CMIP). Complessivamente, la Figura 5 rimane un benchmark per validare modelli come ERA5 e MERRA-2, influenzando previsioni stagionali e proiezioni di variabilità interannuale.

6. La Circolazione Generale in Termini delle Equazioni Medie Trasformate

Le figure 5a-5d rappresentano le sezioni trasversali del flusso di Eliassen-Palm (EP) per gli eddy transienti e stazionari considerati congiuntamente, ottenute sommando i contributi delle figure 1a-1d e 4a-4d. Le sezioni invernali (figure 5a e 5b) mostrano un accordo sostanziale nelle loro caratteristiche principali, come il tilt equatoriale nella troposfera superiore e la convergenza intensa alle medie latitudini, mentre quelle estive (figure 5c e 5d) presentano una minore coerenza, con pattern più frammentati e valori numerici ridotti, riflettendo la transizione stagionale verso regimi dominati da convezione tropicale e forcing locali. I contorni in queste figure forniscono stime osservative della coppia totale indotta dagli eddy sull’atmosfera media zonale, un forcing che modula il vento zonale medio attraverso processi di accelerazione e decelerazione differenziali. La circolazione meridionale residua che emerge come risposta a questa coppia è un elemento centrale nelle equazioni medie trasformate, che riformulano il bilancio dinamico per isolare gli effetti degli eddy dal flusso medio, come dettagliato nelle formulazioni del transformed Eulerian mean (TEM) proposte da Andrews e McIntyre (1976) e estese in Andrews et al. (1983) per includere contributi ageostrofici e diabatici. Questa circolazione residua, definita come la differenza tra il flusso medio euleriano e i trasporti degli eddy, cattura il flusso indotto dagli eddy stessi, essenziale per comprendere la cella di Ferrel e il suo ruolo nel trasporto poleward di energia potenziale disponibile.

La figura 6 illustra le funzioni di corrente per l’inverno e l’estate, calcolate dai dati di Oort e Rasmusson (1971), che offrono una copertura più estesa in altezza e latitudine rispetto ai dati NMC, rendendoli ideali per derivare queste diagnostiche. I dati NMC, pur preziosi per le medie latitudini, omettono una descrizione accurata della cella di Hadley tropicale, limitandone l’utilità per calcoli globali. Data l’inesattezza nelle velocità meridionali medie zonali grezze (tabella A2 di Oort e Rasmusson), specialmente nella stima della forza della cella di Ferrel, sono state impiegate le velocità meridionali bilanciate (tabella F3) per i calcoli. Poiché non vi è base teorica per assumere che la velocità verticale residua sia nulla al livello del mare, l’integrazione è stata condotta verso il basso dal livello dati più alto (50 mb); un controllo è stato effettuato integrando verso nord da 10°S, con risultati altamente coerenti. La figura 6 riporta la media di queste integrazioni, producendo pattern di linee di corrente che delineano la circolazione residua in modo robusto, come validato in studi successivi su reanalisi FGGE che impiegano diagnostici simili per quantificare la cella di Ferrel (Newell et al., 1974).

In uno stato stazionario statisticamente, l’effetto della coppia data dalla divergenza del flusso EP deve essere bilanciato da un termine frictionale che incorpora tutti i contributi ageostrofici e su piccola scala al bilancio del momento angolare non esplicitamente inclusi nelle equazioni medie trasformate. Si osserva che questa frizione è trascurabile rispetto al termine dominante della circolazione residua, e rientra entro il rumore osservativo, eccetto nello strato limite planetario dove processi di turbolenza superficiale dominano. La quasi-cancellazione tra la divergenza del flusso EP e il termine della circolazione residua riflette un bilanciamento classico tra il flusso di momento degli eddy e il trasporto di Coriolis, un concetto familiare nella formulazione euleriana media standard della circolazione generale, come discusso in Held e Andrews (1983) per estensioni a regimi con forcing radiativo. Di conseguenza, sopra lo strato limite, la circolazione meridionale residua può essere stimata efficacemente dalla sola divergenza del flusso EP, trascurando la tendenza temporale e la frizione, producendo rappresentazioni (non mostrate) altamente simili alle figure 6a e 6b nell’atmosfera libera alle medie latitudini. Tale approssimazione ha trovato applicazione in modelli numerici per diagnosticare la risposta agli aerosol stratosferici, dove la frizione residua è minima (Dunkerton, 1981).

Nello stato stazionario, la circolazione residua può essere interpretata equivalentemente come una risposta al riscaldamento netto, definito per includere tutti i termini ageostrofici non rappresentati esplicitamente, oltre agli effetti diabatici come il riscaldamento latente e il raffreddamento radiativo. Tra questi termini ageostrofici spicca la divergenza del flusso verticale di calore degli eddy, che gioca un ruolo cruciale nell’evoluzione non lineare delle onde barocliniche, come dimostrato nelle simulazioni di Simmons e Hoskins (1978) che evidenziano come tale flusso amplifichi la conversione energetica in fasi mature. Stime di ordine di grandezza indicano che alle medie latitudini questo contributo è comparabile al riscaldamento diabatico netto, entrambi intorno a 1 K al giorno, un equilibrio che modula la stabilità statica e la propagazione ondulatoria, come esplorato in framework statistici del TEM (Kincaid et al., 2011).

Questo aspetto è particolarmente rilevante per spiegare la forma del pattern di linee di corrente invernale nella figura 6a, con un ramo ascendente che segnala riscaldamento netto positivo in uno strato profondo alle medie latitudini. La figura 10a di Simmons e Hoskins (1978) attribuisce tale feature principalmente al calore latente rilasciato a bassi livelli e trasportato verso l’alto dalle perturbazioni barocliniche, un processo euleriano che non si replica in rappresentazioni lagrangiane, dove i calcoli di Kida (1977) mostrano moto discendente ubiquo alle medie latitudini, coerente con la conservazione delle traiettorie materiali. Le altre caratteristiche nelle figure 6a e 6b allineano con concetti consolidati, come quelli delineati in Newell et al. (1974), inclusi i rami ascendenti della cella di Hadley a sud dell’equatore, dovuti al riscaldamento convettivo profondo e ai flussi di calore eddy su scala di cluster nuvolosi. Vicino a 20°N, il riscaldamento convettivo sotto l’inversione degli alisei contrasta con il raffreddamento radiativo infrarosso nell’atmosfera libera, mentre a 60°N il raffreddamento infrarosso domina, con raffreddamento netto superficiale sui continenti dovuto a processi nello strato limite.

In estate (figura 6b), il riscaldamento principale della cella di Hadley si sposta verso nord, riflettendo la migrazione stagionale del massimo di insolazione, mentre altrove emerge una cancellazione tra riscaldamento nello strato limite, rilascio di calore latente a livelli inferiori, raffreddamento infrarosso superiore e trasporto ascendente eddy, un bilancio delicato che riduce l’intensità della circolazione residua, come analizzato in contesti di variabilità monsonale (Hoskins e Karoly, 1981). Questa struttura stagionale ha implicazioni per la modellistica climatica, dove la rappresentazione accurata della circolazione residua è cruciale per simulare teleconnessioni globali, come evidenziato in estensioni del TEM a sistemi oceanici (McDougall e McIntosh, 2001).

Figura 6: Circolazioni Meridionali Residue Medie Stagionali

La Figura 6, estratta dal lavoro fondamentale di Edmon, Hoskins e McIntyre (1980) pubblicato sul Journal of the Atmospheric Sciences, rappresenta una delle visualizzazioni più influenti nella dinamica atmosferica, illustrando le circolazioni meridionali residue medie stagionali nell’emisfero nord derivate dal framework del transformed Eulerian mean (TEM). Questa figura è cruciale perché fornisce una rappresentazione realistica della circolazione zonale media, eliminando le cancellazioni spurie presenti nelle medie euleriane classiche e rivelando il ruolo dominante degli eddy nel guidare celle come quella di Ferrel e Hadley. La circolazione residua, definita come il flusso medio corretto per i trasporti eddy (o flusso di Stokes), approssima una prospettiva quasi-lagrangiana, dove le traiettorie delle particelle d’aria sono meglio conservate, come inizialmente teorizzato in Andrews e McIntyre (1976) e esteso in applicazioni a regimi stratosferici. La figura è composta da due pannelli (a per l’inverno e b per l’estate), con assi coordinati: latitudine dall’equatore (EQ) a 70°N orizzontalmente, e pressione da 1000 mb al suolo a 50 mb verticalmente. I contorni rappresentano la funzione di corrente ψ* (intervallo 7.5 ×10^16 m^2 s Pa), con linee continue e frecce orarie indicanti circolazioni orarie (ascendente a sinistra, discendente a destra) e linee tratteggiate con frecce antiorarie per circolazioni opposte. I dati derivano da Oort e Rasmusson (1971), selezionati per la loro copertura estesa, e i calcoli impiegano velocità meridionali bilanciate per mitigare imprecisioni, integrando verso il basso da 50 mb e verificando con integrazioni verso nord da 10°S.

Pannello (a): Inverno (Oort-Rasmusson Winter)

Questo pannello cattura il pattern invernale iconico, evidenziando una cella di Hadley tropicale con ramo ascendente appena a sud dell’equatore, associato alla zona di convergenza intertropicale (ITCZ), e discendente intorno a 20°-25°N, dove domina il subsidence subtropicale. La cella di Ferrel extratropicale (30°-70°N) appare robusta, con un ramo ascendente profondo tra 30°-50°N che si estende attraverso l’intera colonna troposferica, e discendente a 60°-70°N, riflettendo una circolazione guidata principalmente dagli eddy baroclinici che convertono energia potenziale in cinetica. Una cella polare debole emerge sopra i 60°N, con moto discendente che rafforza il vortice polare. Il ramo ascendente alle medie latitudini non è puramente diabatico, ma deriva dal trasporto euleriano verso l’alto di calore latente rilasciato in basso dalle perturbazioni barocliniche, come simulato in Simmons e Hoskins (1978) e confermato in analisi climatologiche che integrano effetti umidi. In contrasto con rappresentazioni lagrangiane, dove Kida (1977) mostra moto discendente ubiquo alle medie latitudini, questo pattern underscores la natura euleriana del trasporto eddy, essenziale per il bilancio termico extratropicale.

Pannello (b): Estate (Oort-Rasmusson Summer)

In estate, il pattern si trasforma radicalmente, con la cella di Hadley potenziata ma spostata verso nord (10°-15°N), riflettendo la migrazione stagionale dell’ITCZ e l’influenza del monsone asiatico, che amplifica il riscaldamento convettivo. La cella di Ferrel appare quasi assente o fortemente attenuata, con circolazioni residue deboli e frammentate, indicative di una cancellazione quasi perfetta tra riscaldamento superficiale nello strato limite, rilascio di calore latente a livelli inferiori, raffreddamento radiativo infrarosso superiore e trasporti ascendenti eddy. Questo equilibrio delicato riduce l’intensità complessiva della circolazione residua, dominata da forcing tropicali piuttosto che extratropicali, come esplorato in studi sul ciclo stagionale della circolazione stratosferica (1995), che evidenziano come le variazioni estive influenzino la propagazione ondulatoria.

Implicazioni Scientifiche e Estensioni Accademiche

La Figura 6 ha rivoluzionato la comprensione della circolazione generale, dimostrando che la cella di Ferrel invernale è paragonabile in intensità alla Hadley e guidata dagli eddy, non dal riscaldamento diabatico diretto, eliminando le anomalie della media euleriana classica dove la Ferrel appariva debole e invertita. Tale rappresentazione è stata validata e estesa in modellazioni di sudden stratospheric warmings (SSW), dove la circolazione residua modula il vortice polare, come in un’analisi del 2021 che modella variazioni durante SSW. In contesti climatici, lavori come quello sul ciclo stagionale della circolazione residua nella stratosfera (1995) collegano questi pattern alla Brewer-Dobson circulation, influenzando il trasporto di ozono e aerosol. Estensioni tridimensionali, come una nuova teoria del flusso residuo (2022), ampliano il framework per includere onde transitorie e stazionarie, applicandolo a variabilità come gli annular modes. La figura rimane un benchmark per reanalisi moderne come ERA5 e MERRA-2, che riproducono fedelmente questi pattern, e per proiezioni di cambiamenti climatici, dove shift dei jet e allargamento della Hadley sono legati a alterazioni nella circolazione residua (Ceppi et al., 2018). Complessivamente, la Figura 6 ha influenzato la modellistica globale, fornendo insight su teleconnessioni come la Quasi-Biennial Oscillation (QBO) e gli SSW, come in analisi transitorie durante SSW (2011).

7. Sezioni Trasversali EP che si Estendono su Molte Scale di Altezza

I set di dati utilizzati in questo studio offrono solo un accenno intrigante della stratosfera inferiore, ma non si spingono più in alto, limitando l’analisi a regioni dove le interazioni onda-flusso medio sono più pronunciate. Le sezioni trasversali del flusso di Eliassen-Palm (EP) rappresentano il metodo più naturale e intuitivo per descrivere il flusso netto di attività delle onde planetarie attraverso la stratosfera, catturando processi come la propagazione verticale e l’assorbimento di energia ondulatoria. Esse costituiscono, ad esempio, lo strumento più efficace per visualizzare e interpretare le evidenze osservative relative all’assorbimento di onde planetarie stazionarie in prossimità delle linee di vento zero, regioni critiche dove il flusso zonale medio si inverte, favorendo meccanismi di dissipazione e riflessione ondulatoria. Un primo passo significativo verso la risoluzione del problema osservativo è stato compiuto da Palmer (1980) e Sato (1980), che hanno iniziato a esplorare diagnostici EP per quantificare la propagazione stratosferica, ponendo le basi per analisi successive su eventi come i sudden stratospheric warmings (SSW), dove l’assorbimento ondulatorio altera drammaticamente il vortice polare. Studi più recenti hanno esteso questo approccio, ad esempio esaminando la climatologia tridimensionale dell’attività ondulatoria EP nella stratosfera, rivelando regioni principali di flussi intensi verso l’alto e verso il basso che modulano la variabilità stagionale. Inoltre, analisi osservative su SSW hanno utilizzato sezioni EP per comprendere il coupling verticale, confermando l’assorbimento vicino alle linee di vento zero come driver chiave delle risposte dinamiche a bassa latitudine.

Esiste tuttavia un dilemma persistente riguardante le scale delle frecce da impiegare nelle sezioni trasversali EP che si estendono su molte scale di altezza, dove la densità atmosferica diminuisce esponenzialmente, influenzando la rappresentazione visiva dei flussi. L’unica coordinata verticale praticabile per tali diagrammi è il logaritmo della pressione, l’altezza geometrica o un equivalente, che permette di comprimere l’estensione verticale e mantenere la proporzionalità fisica. Se si adotta questa sostituzione nei diagrammi, il pattern delle frecce apparirà nuovamente non-divergente solo in assenza di divergenza del flusso EP, preservando l’integrità diagnostica ma introducendo complessità nella visualizzazione. Ricerche recenti hanno affrontato questo problema proponendo metodi oggettivi per scalare i vettori EP in coordinate lineari o logaritmiche di pressione o altezza, consentendo una rappresentazione chiara che evita distorsioni visive e migliora l’interpretazione di flussi su scale multiple. Tali approcci, applicati sia in coordinate logaritmiche che lineari, facilitano l’analisi di pattern stratosferici complessi, come quelli osservati in formulazioni umide del flusso EP che incorporano effetti di umidità per meglio catturare interazioni onda-flusso in atmosfere realistiche.

Se si ipotizzasse un flusso verso l’alto costante di attività ondosa, con le velocità degli eddy che variano in proporzione inversa alla radice quadrata della densità, le lunghezze delle frecce, definite in questo modo, rimarrebbero costanti con l’altezza, offrendo una visualizzazione uniforme. Tuttavia, nell’atmosfera reale, un flusso non attenuato di questo tipo non persiste su molte scale di altezza, poiché forme di dissipazione – come frizione molecolare, breaking ondulatorio o instabilità – si accumulano inevitabilmente quando le velocità degli eddy diventano comparabili alle velocità di fase zonali intrinseche, portando a un decadimento esponenziale del flusso. In pratica, il flusso diminuisce con l’altezza, e una sezione trasversale EP autentica, come definita qui, tenderà a enfatizzare gli eventi nelle regioni inferiori – una scelta corretta per valori assoluti, ad esempio nel bilancio del momento angolare, ma meno utile per evidenziare l’ordine di grandezza locale delle velocità degli eddy, che crescono con l’altitudine a causa della rarefazione atmosferica. Analisi tridimensionali del flusso EP nella stratosfera inferiore hanno confermato questa attenuazione, mostrando penetrazioni ondulatorie prevalenti sopra l’Eurasia settentrionale e regioni di assorbimento che influenzano la stabilità del vortice polare.

Non vi è alcuna restrizione nel moltiplicare i contorni della divergenza per una funzione arbitraria dell’altitudine prima di tracciarli, permettendo di adattare la visualizzazione alle esigenze analitiche. Tuttavia, il dilemma rimane reale per le frecce: sebbene una ridimensionalizzazione basata su una funzione del logaritmo della pressione preservi le loro direzioni, le renderà apparentemente divergenti anche in assenza di divergenza del flusso EP, introducendo un’anomalia visiva che potrebbe confondere l’interpretazione. Nella maggior parte dei casi, è preferibile accettare questa anomalia e affidarsi esclusivamente ai contorni della divergenza del flusso EP come indicatore affidabile di divergenza, utilizzando le frecce solo per indicare le direzioni del flusso e le magnitudini relative a ciascuna altitudine. Questo approccio è stato adottato in studi osservativi su SSW, dove sezioni EP estese su multiple scale di altezza hanno chiarito il ruolo dell’assorbimento ondulatorio nel coupling verticale troposfera-stratosfera, migliorando la comprensione di dinamiche a bassa latitudine.

8. Osservazioni Conclusive

Le sezioni trasversali del flusso di Eliassen-Palm (EP) e le equazioni del flusso medio trasformato rappresentano un approccio potente, versatile e pratico per esaminare la dinamica degli eddy in presenza di un vento zonale dominante, applicabile sia alla troposfera sia all’atmosfera media, indipendentemente dalla validità della teoria lineare delle onde per descrivere tali eddy. Questo framework diagnostico, radicato nel transformed Eulerian mean (TEM), permette di isolare gli effetti netti degli eddy sul flusso medio zonale, evidenziando processi come il trasporto di momento angolare e il bilanciamento termico che modellano la circolazione generale. Si ricordi in particolare la versione non lineare del teorema quasi-geostrofico EP, discusso nella Sezione 2c, che estende i principi originali per catturare interazioni complesse, e l’assenza di termini di flusso di calore geostrofico degli eddy nelle equazioni medie trasformate, che elimina cancellazioni spurie presenti nelle formulazioni euleriane classiche, rendendo il TEM uno strumento superiore per analisi quantitative. Le informazioni visualizzate in una sezione trasversale EP penetrano al cuore del problema dell’interazione eddy-flusso medio tra tutti i diagnostici euleriani disponibili, offrendo insight unici sui feedback dinamici che governano la stabilità e la variabilità atmosferica. Ribadiamo che questi diagnostici sfruttano i concetti teorici in modo da non dipendere dalle assunzioni restrittive originariamente postulate da Eliassen e Palm (1961) – che si concentravano su onde stazionarie lineari in flussi non dissipativi – e da Charney e Drazin (1961), i cui criteri di non-propagazione per onde planetarie sono stati superati da estensioni non lineari e diabatiche. Studi successivi, come quelli di Andrews et al. (1983) su diagnostici EP in dati FGGE, hanno confermato l’utilità del TEM per quantificare interazioni onda-flusso in regimi reali, mentre applicazioni a modellazioni climatiche hanno dimostrato la sua robustezza nel catturare variabilità interannuale come quella associata all’El Niño-Southern Oscillation (ENSO).

Per la troposfera, sarebbe di grande interesse esplorare sezioni trasversali EP differenziate per numeri d’onda zonali specifici, ad esempio per validare ipotesi come quelle avanzate nella Sezione 5 riguardo al ruolo dominante delle onde sinottiche (wavenumber 5-7) nel trasporto meridionale di energia. Tale scomposizione spettrale potrebbe rivelare come onde di diversa scala contribuiscano al bilancio zonale, con implicazioni per la prevedibilità sub-stagionale, come indagato in Frederiksen (1980) attraverso modelli di instabilità baroclinica zonale. Sarebbe altrettanto illuminante analizzare sezioni per singoli giorni, oltre alle medie stagionali, per catturare eventi estremi come ciclogenesi esplosive o blocchi atmosferici, che alterano transitoriamente il flusso medio. Se tali sezioni potessero essere derivate nonostante le sfide significative legate alla qualità e alla completezza dei dati osservativi – inclusi bias geografici e rumore strumentale – offrirebbero una prospettiva rivelatrice sulla struttura orizzontale, verticale e temporale delle interazioni tra vari tipi di eddy (transienti, stazionari e misti) e lo stato medio zonale, evidenziando feedback come la saturazione non lineare e la propagazione rossbyana. Queste questioni possono essere approfondite mediante modelli di circolazione generale (GCM), che simulano interazioni multi-scala con alta risoluzione, o mediante modelli semplificati come quelli proposti da Gall et al. (1979) per instabilità barocliniche e Frederiksen (1980) per analisi spettrali, che hanno influenzato sviluppi successivi in modellazioni ensemble per previsioni stagionali. Un ambito che rimane inesplorato in questo studio è la spiegazione dettagliata delle sezioni trasversali delle onde stazionarie nella Figura 4; al momento, non è chiaro quanto debba essere sofisticato un modello di onde stazionarie troposferiche – incorporando forcing orografico, termico e diabatico – per riprodurre fedelmente le caratteristiche principali, ad esempio delle sezioni invernali nelle Figure 4a e 4b, dove tilt equatoriali e convergenze subtropicali dominano. Ricerche recenti, come quelle di Held et al. (2002) su onde stazionarie in GCM lineari, hanno avanzato ipotesi su meccanismi non lineari necessari per catturare tali pattern, mentre analisi su monsoni e onde stazionarie (Shaw, 2014) suggeriscono integrazioni con effetti umidi per migliorare la fedeltà modellistica.

https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://journals.ametsoc.org/view/journals/atsc/37/12/1520-0469_1980_037_2600_epcsft_2_0_co_2.pdf&ved=2ahUKEwjd4sGut-WQAxVPhf0HHYY3PIQQFnoECBQQAQ&usg=AOvVaw0kTQAcvESnNhTMYaVmcWcw


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