Alla luce dell’attuale evoluzione di El Niño e della QBO, ritengo importante evitare semplificazioni. La presenza di un ENSO positivo, soprattutto qualora l’evento dovesse consolidarsi come forte o molto forte durante l’autunno, rappresenta certamente un elemento capace di influenzare la circolazione emisferica; non è però sufficiente, da solo, per definire con precisione il destino dell’inverno mediterraneo. Il Mediterraneo, infatti, si trova al termine di una lunga catena di teleconnessioni che parte dal Pacifico tropicale, attraversa il Nord Pacifico e il Nord America e infine si proietta sul Nord Atlantico e sull’Europa. Lungo questo percorso intervengono numerosi fattori, come NAO, PDO, stato dell’Atlantico, attività delle onde planetarie e, soprattutto, comportamento della stratosfera polare.

A mio avviso, il fattore più delicato da seguire nei prossimi mesi sarà proprio la QBO. Non considero corretto limitarne l’interpretazione a una semplice etichetta di QBO positiva o negativa, perché conta molto anche la sua struttura verticale, la quota alla quale si collocano i venti orientali o occidentali e la velocità con cui tali anomalie si propagano verso il basso. La QBO può agire come un modulatore della circolazione stratosferica e condizionare indirettamente il vortice polare, influenzando la probabilità di avere una stagione più zonale oppure più meridiana.

Nel caso in cui la QBO occidentale riuscisse a consolidarsi anche nella bassa stratosfera durante l’inverno, il quadro diventerebbe mediamente meno favorevole a un vortice polare particolarmente disturbato. La letteratura sul cosiddetto effetto Holton-Tan mostra infatti che la QBO occidentale tende, in media, ad associarsi a un vortice stratosferico più compatto rispetto alla QBO orientale, che invece favorisce maggiormente la propagazione delle onde planetarie verso la stratosfera e una più alta probabilità di riscaldamenti stratosferici improvvisi. Questo non significa che con QBO occidentale siano impossibili fasi fredde o blocchi, ma che la probabilità di un inverno dominato per lunghi periodi da AO e NAO fortemente negative potrebbe risultare più bassa.

In uno scenario di El Niño forte associato a QBO occidentale, la prima parte dell’inverno potrebbe quindi risultare più favorevole a una circolazione relativamente zonale o subtropicale, con maggiore tendenza a fasi miti sul Mediterraneo e ad anticicloni capaci di espandersi dal Nord Africa o dal vicino Atlantico. Questo tipo di assetto non implica necessariamente siccità permanente, ma rende plausibile un’alternanza fra periodi stabili, temperature sopra media e fasi perturbate concentrate soprattutto quando il getto atlantico riesce a ondularsi e ad abbassarsi di latitudine.

La presenza di El Niño, però, non può essere interpretata soltanto attraverso la stratosfera. Gli studi sulle teleconnessioni ENSO-Euroatlantiche indicano che, soprattutto nel tardo inverno, il riscaldamento del Pacifico equatoriale può favorire una risposta più ondulata sul Nord Atlantico, con maggiore propensione a saccature alle medie latitudini e a un coinvolgimento più diretto del Mediterraneo occidentale e centrale. In questa configurazione possono aumentare le probabilità di passaggi perturbati verso la penisola Iberica, la Francia meridionale, l’Italia settentrionale e il versante tirrenico, mentre il Mediterraneo orientale può rimanere più esposto a richiami miti meridionali o a geopotenziali relativamente elevati.

È proprio per questo che non ritengo corretto parlare già da ora di un inverno mediterraneo sicuramente anticiclonico, mite e secco. Il precedente del 2015/16 resta interessante, ma non può essere trasformato in una previsione automatica. Quell’inverno fu il risultato di una combinazione particolare fra El Niño molto intenso, QBO occidentale, vortice polare forte nella prima parte della stagione, assetto del getto nord-atlantico e variabilità atmosferica interna. Un futuro El Niño, anche se di intensità simile, potrebbe produrre una risposta europea differente se cambiasse uno solo di questi elementi.

Lo scenario alternativo, da non sottovalutare, sarebbe quello di una QBO orientale ancora presente o nuovamente dominante alle quote chiave della bassa stratosfera. In quel caso l’interazione con El Niño potrebbe diventare più favorevole a un indebolimento del vortice polare, a una maggiore attività delle onde planetarie e a una più alta probabilità di configurazioni AO e NAO negative. Per l’Europa questo potrebbe tradursi in fasi più meridiane, blocchi alle alte latitudini e possibili episodi freddi, senza che ciò garantisca automaticamente neve o freddo persistente in Italia.

La mia impressione preliminare è quindi quella di un inverno potenzialmente molto dinamico sul piano emisferico, ma ancora aperto a esiti diversi sul Mediterraneo. La presenza di un El Niño forte potrebbe aumentare il peso delle teleconnessioni tropicali e rendere meno casuale la disposizione delle grandi figure bariche, mentre la QBO contribuirà a stabilire se la stagione tenderà maggiormente verso una circolazione zonale e subtropicale oppure verso fasi più meridiane e favorevoli a disturbi del vortice polare.

Per il Mediterraneo, lo scenario che considero oggi più plausibile non è né quello di un inverno costantemente mite e secco né quello di una stagione fredda e nevosa. Mi aspetto piuttosto un inverno potenzialmente variabile, con possibili fasi miti e anticicloniche, soprattutto nella prima parte, alternate a periodi più dinamici e perturbati nel cuore o nel tardo inverno. L’Italia rimarrà probabilmente nella fascia di transizione fra il flusso atlantico e i rialzi subtropicali: sarà quindi sufficiente uno spostamento di poche centinaia di chilometri delle saccature per determinare differenze molto marcate tra Nord-Ovest, versante tirrenico, Adriatico, Sud e Isole.

La fase decisiva sarà quella compresa fra settembre e novembre. Sarà allora che si potrà verificare se El Niño avrà raggiunto una struttura pienamente accoppiata con l’atmosfera, se la QBO occidentale riuscirà davvero a propagarsi verso la bassa stratosfera e se il vortice polare inizierà a mostrare segnali di debolezza o, al contrario, di consolidamento. Solo a quel punto sarà possibile passare da una tendenza emisferica generale a una valutazione più attendibile per l’Europa e per il Mediterraneo.

Aggiornamento

Tendenza invernale 2026/27 per Italia e Mediterraneo: aggiornamento integrato dei principali indici climatici

Nel precedente aggiornamento il punto centrale era l’avvio di El Niño; oggi il quadro appare più definito, perché il riscaldamento del Pacifico tropicale si è ulteriormente rafforzato e l’accoppiamento fra oceano e atmosfera risulta più evidente. Al 28 giugno, il Niño-3.4 era salito a circa +1,24 °C, gli alisei risultavano molto indeboliti o localmente invertiti, la convezione aumentava attorno alla linea del cambio di data e il SOI era fortemente negativo. NOAA continua a prevedere un’intensificazione verso l’inverno boreale, con una probabilità del 63% di un El Niño molto forte fra novembre e gennaio. Questo è il principale cambiamento rispetto alla lettura precedente: non si tratta più soltanto di una possibile evoluzione, ma di un segnale ENSO già attivo e in rapido consolidamento. 

Anche gli ensemble stagionali rafforzano l’idea di un evento potenzialmente eccezionale. La previsione inizializzata a giugno del sistema multi-modello Copernicus mostra una parte rilevante dei membri vicina, o persino superiore, ai maggiori valori storici del Niño-3.4 relativo osservati dal 1970. Questo non significa che gli effetti regionali siano automaticamente estremi, ma aumenta la probabilità che il Pacifico tropicale possa influenzare in modo più marcato la circolazione emisferica durante l’autunno e l’inverno. 

Ritengo però essenziale non trasformare questa evidenza in una previsione automatica per il Mediterraneo. El Niño rappresenta un forzante importante, ma la sua influenza sull’Europa passa attraverso una catena molto lunga: modifica della convezione tropicale, risposta del getto pacifico, propagazione delle onde di Rossby sul Nord America, successivo coinvolgimento del Nord Atlantico e, solo alla fine, possibile proiezione sul Mediterraneo. Gli studi più recenti mostrano infatti che la teleconnessione ENSO–Europa è stagionale, non lineare e non sempre identica da un evento all’altro. 

Un elemento che considero importante è la PDO, che al momento resta negativa, con ultimo valore NOAA pari a −1,22. Una PDO negativa non determina direttamente il tipo di inverno italiano, ma può modificare la risposta del Pacifico settentrionale a El Niño. Lo studio di Benassi e colleghi indica che proprio una PDO negativa può amplificare il segnale di El Niño verso il settore nord-atlantico ed euro-mediterraneo nel tardo inverno, favorendo una risposta più riconoscibile del ponte d’onda Pacifico–Europa. È comunque una modulazione, non un fattore capace di stabilire da solo se l’inverno sarà piovoso, secco, freddo o mite. 

L’IOD resta per ora neutro, con valore vicino a −0,02 °C a fine giugno, ma diversi modelli suggeriscono una possibile evoluzione positiva fra inverno e primavera australi. Questo indice non agisce direttamente sul Mediterraneo, ma può diventare importante perché modifica la distribuzione della convezione tropicale nell’Oceano Indiano e può rafforzare o complicare il segnale della circolazione di Walker associato a El Niño. Per ora lo considero un indicatore secondario, utile soprattutto per capire quanto la fascia Indo-Pacifico sarà coerente con il Niño in maturazione. 

La QBO rimane probabilmente la variabile più delicata da monitorare. Non considero sufficiente parlare genericamente di QBO positiva o negativa: bisogna seguire separatamente i venti zonali a 30 e 50 hPa, osservando se le anomalie occidentali o orientali riescono a propagarsi verso il basso fino alla bassa stratosfera durante l’autunno. Le interazioni fra QBO, ENSO e vortice polare non sono additive: una stessa fase di El Niño può produrre effetti diversi a seconda della struttura verticale della QBO e dello stato della stratosfera. Per questo, in questa fase, preferisco non attribuire già un segno definitivo alla QBO invernale. 

Il vortice polare, di conseguenza, non può ancora essere previsto con affidabilità. Da novembre in avanti sarà utile seguire il vento zonale medio a 60°N e 10 hPa, le temperature della calotta polare, il geopotenziale a 10 e 50 hPa, il flusso di calore a 100 hPa e l’attività delle onde planetarie. Una QBO orientale ben strutturata, associata a intensa attività ondulatoria, può rendere il vortice più vulnerabile; una QBO occidentale tende invece, in media, a favorire una maggiore compattezza del vortice. Ma anche in questo caso non esiste un automatismo: il rapporto fra ENSO, QBO e vortice polare è reale ma statisticamente complesso. 

Accanto a questi grandi driver, nel mio monitoraggio aggiungerei alcuni indici capaci di descrivere il passaggio dal segnale stagionale alla circolazione effettiva. Il primo gruppo comprende PNA, EPO e WPO, utili per verificare se l’impronta di El Niño riesce a organizzare il getto sul Pacifico settentrionale e sul Nord America. Da questa fase dipende una parte rilevante della possibile propagazione verso l’Atlantico. Il secondo gruppo è costituito da MJO, GWO, GLAAM e torques atmosferici: non li considero predittori stagionali, ma strumenti molto importanti per leggere le transizioni a scala substagionale, cioè nell’ordine di una-due settimane fino a circa un mese. Il GWO, in particolare, sintetizza le variazioni del momento angolare atmosferico globale e il trasferimento delle anomalie dai tropici alle medie latitudini. 

Per il comparto euro-atlantico seguirò poi NAO, AO, EA, EA/WR, SCAND e Greenland Blocking Index. Questi non sono veri precursori affidabili con molti mesi di anticipo, ma descrivono i regimi che decideranno realmente il tempo europeo durante l’inverno. La NAO resta il principale modo di variabilità invernale dell’asse Atlantico–Europa–Mediterraneo; EA, SCAND e EA/WR aiutano invece a capire se il flusso perturbato tenderà a mantenersi alto di latitudine, a scendere verso il Mediterraneo oppure a favorire blocchi tra Scandinavia, Groenlandia e Russia. 

Sul lato oceanico, oltre alla PDO, sarà utile osservare la struttura delle SST del Nord Atlantico, il cosiddetto tripolo atlantico, e l’AMV come indicatore di fondo pluridecennale. Non li interpreto come interruttori dell’inverno, perché spesso sono anche una conseguenza della NAO precedente, ma aiutano a capire il contesto su cui agiranno le perturbazioni atlantiche. A scala mediterranea monitorerei inoltre MOI e WeMO: non servono a prevedere il trimestre con mesi di anticipo, ma diventano molto utili per capire se, nelle settimane decisive, il Mediterraneo sta entrando in una configurazione più favorevole a ciclogenesi, afflussi umidi occidentali, venti orientali o persistenza anticiclonica.

Considererei infine neve eurasiatica e ghiaccio marino tra Barents e Kara come indicatori secondari. Possono offrire un’informazione aggiuntiva sullo stato delle alte latitudini e sulla possibile attività ondulatoria, ma la loro capacità predittiva è controversa e non li userei mai per dedurre automaticamente freddo o neve in Italia.

Per quanto riguarda gli ensemble stagionali, bisogna mantenere prudenza. Copernicus aggiorna mensilmente i propri prodotti e la finestra previsionale è di sei mesi; in questa fase il segnale più robusto riguarda l’evoluzione di El Niño, non ancora la distribuzione dettagliata delle anomalie invernali sull’Italia. Inoltre, le previsioni stagionali sono generalmente più affidabili per la temperatura che per le precipitazioni, e la capacità predittiva tende a ridursi alle medie latitudini e con l’aumentare del tempo di anticipo. 

La mia tendenza provvisoria resta quindi quella di un inverno mediterraneo potenzialmente più condizionato dalle teleconnessioni tropicali rispetto a una stagione ENSO neutra. Non vedo elementi sufficienti per parlare già di un inverno sicuramente anticiclonico e siccitoso sul Mediterraneo, come avvenne in parte nel 2015/16. Al contrario, se il ponte teleconnettivo Pacifico–Atlantico dovesse attivarsi in modo efficace, il tardo inverno potrebbe diventare più ondulato e più dinamico, con maggiori possibilità di saccature e fasi perturbate sul Mediterraneo occidentale e centro-occidentale. Gli studi sul collegamento fra El Niño e area euro-mediterranea mostrano però che sono possibili configurazioni differenti, perfino opposte, a seconda del percorso delle onde e dello stato del Pacifico extratropicale. 

Per l’Italia, la lettura più prudente è quella di una stagione probabilmente variabile. Periodi miti e anticiclonici restano possibili, specialmente se il getto atlantico manterrà una traiettoria elevata o se prevarranno rialzi subtropicali; fasi perturbate anche intense potranno però interessare il Paese quando le saccature atlantiche riusciranno a entrare sul Mediterraneo. Il Nord-Ovest e il versante tirrenico sarebbero in genere più esposti agli ingressi occidentali, mentre Adriatico, Sud e Isole dipenderanno molto dalla posizione finale dei minimi depressionari.

Il livello di confidenza, oggi, è alto sull’intensificazione di El Niño, medio sul possibile ruolo modulatore della PDO negativa, medio-basso sull’evoluzione dell’IOD e della QBO, basso sul comportamento del vortice polare e molto basso sulla distribuzione delle precipitazioni italiane nel trimestre invernale. La fase veramente decisiva sarà quella compresa fra settembre e novembre: allora sarà possibile capire se ENSO, QBO, Atlantico e stratosfera stanno convergendo verso una stessa configurazione oppure se i vari segnali inizieranno a contraddirsi.

Di seguito vi lascio una raccolta ordinata di fonti affidabili, soprattutto NOAA, CPC, BoM, ECMWF/Copernicus e università. Per l’analisi invernale conviene distinguere i driver stagionali dagli indici utili sulle scale di settimane. 

ENSO, PDO e IOD

QBO e stratosfera

NAO, AO, PNA e teleconnessioni euro-atlantiche

Per EPO e WPO ti consiglio di usare soprattutto le pagine CPC dedicate a EP-NP e WP: sono gli indici ufficiali più vicini, ma non sono sempre perfettamente sovrapponibili alle versioni EPO/WPO diffuse in ambito divulgativo.

MJO, GWO, GLAAM e torques

Qui devo fare una precisazione: NOAA ha smesso di mantenere operativamente alcuni prodotti AAM/GWO più completi dopo il pensionamento del ricercatore che li curava. Le pagine restano preziose per contesto e archivio, ma possono avere aggiornamenti irregolari. 

Atlantico, Mediterraneo e indici regionali

MOI e WeMO sono molto utili per il monitoraggio regionale, ma vanno letti soprattutto a scala sinottica e substagionale, non come previsori isolati dell’intero trimestre invernale. 

Neve eurasiatica e ghiaccio artico

Ensemble stagionali

Copernicus aggiorna mensilmente prodotti multimodello fino a sei mesi, mentre ECMWF produce ogni mese un ensemble stagionale che arriva a sette mesi: per l’inverno saranno particolarmente utili gli aggiornamenti da agosto a novembre. 


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