https://www.weather.gov/safety/cold-polar-vortex#:~:text=The%20polar%20vortex%20is%20a,colder%20air%20near%20the%20Poles.

Il termine “vortice polare” è diventato parte del vocabolario quotidiano dopo l’ampia copertura mediatica degli eventi di freddo estremo negli Stati Uniti all’inizio dell’inverno del 2014. Tuttavia, persiste una certa confusione nei media, tra il pubblico generale e persino all’interno della comunità scientifica riguardo alla natura dei vortici polari e al loro impatto sugli eventi meteorologici. Questa incertezza è evidenziata dalle successive revisioni della voce relativa al vortice polare nel glossario della Società Meteorologica Americana (AMS) nel 2000, 2014 e poi ancora nell’ottobre 2015.

Questa confusione deriva in gran parte dall’uso del termine “vortice polare” per descrivere due fenomeni distinti della circolazione atmosferica: uno nella troposfera e l’altro nella stratosfera. Non sempre viene fatta chiarezza su questa distinzione quando si discute di eventi di freddo estremo.

Un’ulteriore fonte di equivoci sta nel fatto che i vortici polari non sono fenomeni insoliti o estremi di per sé; rappresentano invece elementi fondamentali della climatologia terrestre. Anche se alcuni eventi meteorologici estremi in determinate aree sono collegati a spostamenti temporanei del margine del vortice polare troposferico, questi non indicano cambiamenti significativi nella circolazione atmosferica globale.

In questo contesto, intendiamo fare chiarezza sulle strutture, la stagionalità e la dinamica sia dei vortici polari stratosferici che di quelli troposferici. Discuteremo anche di come entrambi possano essere connessi ad eventi meteorologici estremi sulla superficie terrestre, nel tentativo di risolvere la confusione e fornire una comprensione più accurata di questi importanti fenomeni atmosferici.

Due Vortici Polari

Nella letteratura scientifica atmosferica, il termine “vortice polare” viene comunemente impiegato come abbreviazione per “vortice circolare polare”, indicando un flusso zonale di scala planetaria che si muove da ovest verso est, circondando il polo nelle latitudini medie o alte. Anche se in alcune descrizioni i vortici polari sono presentati come strutture che si estendono dalla media troposfera fino alla stratosfera superiore, come nelle definizioni fornite dal glossario dell’AMS (American Meteorological Society) del 2000 e del 2014, in realtà esistono due distinti vortici polari nell’atmosfera terrestre: uno situato nella troposfera e l’altro nella stratosfera.

Questi vortici, quello troposferico e quello stratosferico, sono rappresentati schematicamente in figure illustrative e possono essere osservati nei profili dei venti zonali medi climatologici. La latitudine in cui il vento zonale raggiunge il suo massimo emisferico può essere utilizzata per identificare approssimativamente il margine di un vortice polare. Dalle osservazioni, emerge una netta discontinuità verticale in questa latitudine intorno ai 100 hPa. È evidente che il vortice situato nella troposfera sia di dimensioni maggiori rispetto a quello presente nella stratosfera e che i due non siano direttamente connessi tra loro. Inoltre, è importante evidenziare un’ulteriore differenza fondamentale tra i due vortici: la loro evoluzione stagionale. Il vortice troposferico è presente durante tutto l’anno, mentre quello stratosferico si forma solo nel periodo che va dall’autunno alla primavera. Procedendo, forniremo dettagli più specifici su queste due entità vorticose.

La Figura 1 illustra schematicamente i due principali vortici polari presenti nell’atmosfera terrestre: in alto, circondato da un anello blu, è posizionato il vortice polare stratosferico, mentre quello troposferico è indicato da un anello rosso più in basso.

Il vortice stratosferico si colloca nella stratosfera, uno strato atmosferico che si estende dai 10-15 km di altitudine fino a circa 50 km sopra il livello del mare. Questa zona di bassa pressione, localizzata vicino ai poli, è caratterizzata da correnti d’aria molto forti che ruotano attorno al polo: in senso antiorario nell’emisfero settentrionale e orario nell’emisfero meridionale.

Più vicino alla superficie della Terra, nella troposfera—dove si svolge gran parte dell’attività meteorologica—troviamo il vortice polare troposferico, anch’esso un’area di bassa pressione con venti che girano intorno al polo. Sebbene sia al di sotto del vortice stratosferico, i due possono influenzarsi reciprocamente pur rimanendo per lo più separati.

I vortici polari svolgono un ruolo cruciale nella circolazione atmosferica globale e, di conseguenza, nel clima terrestre. Un vortice polare stratosferico robusto tende a mantenere l’aria polare fredda confinata verso i poli, mentre il suo indebolimento può provocare l’avanzamento di questa aria fredda verso latitudini inferiori, innescando ondate di freddo notevoli in aree generalmente temperate.

Il Vortice Polare Stratosferico

La comprensione di questi vortici circolari occidentali nella stratosfera risale alla fine degli anni ’40, evidenziata dagli studi pionieristici di Scherhag nel 1948 e di Gutenberg nel 1949. Il concetto di “vortice circolare polare” veniva già utilizzato nei lavori iniziali, come quello di Brasefield nel 1950, ma fu l’abbreviazione “vortice polare” a diventare di uso comune verso la fine degli anni ’50 e negli anni ’60, come dimostrato dal lavoro di Palmer nel 1959.

I robusti vortici circolari occidentali che delineano il vortice polare stratosferico si intensificano attorno ai 60° di latitudine, estendendosi dalla zona appena sopra la tropopausa (circa 100 hPa) fino alla mesosfera (oltre 1 hPa). Il vortice stratosferico si identifica anche attraverso la regione coerente di bassa altezza geopotenziale racchiusa dai vortici occidentali, come esemplificato nella rappresentazione di gennaio 2014 (il contorno più spesso indica l’altezza geopotenziale che demarca il limite del vortice). Negli ultimi decenni, tuttavia, molteplici studi hanno preferito definire il vortice attraverso l’area di elevata vorticità potenziale (PV), un approccio che offre una chiave di lettura più precisa del fenomeno.

La vorticità potenziale è direttamente proporzionale al prodotto della vorticità, che quantifica la velocità di rotazione delle masse d’aria, e della stratificazione, ossia il grado in cui una massa d’aria spostata verticalmente tenderebbe a ritornare alla sua posizione originale. La PV si rivela particolarmente utile nell’analisi della dinamica dei vortici per diverse ragioni: è conservata in assenza di riscaldamento diabatico o attrito, permette di derivare altri campi dinamici tramite l'”inversione della PV”, e i suoi gradienti, particolarmente accentuati ai margini del vortice polare, facilitano la propagazione delle onde di Rossby. Queste ultime rappresentano le perturbazioni a bassa frequenza che dominano la dinamica della troposfera e della stratosfera extratropicale, giocando un ruolo chiave nella modulazione degli stati meteorologici e climatici.

Ogni inverno, il vortice polare stratosferico si manifesta in risposta ai significativi gradienti di temperatura esistenti tra le medie latitudini e il polo. Questo fenomeno si sviluppa in autunno, in assenza di riscaldamento solare nelle regioni polari, si intensifica durante l’inverno, e si dissolve con il ritorno della luce solare in primavera, quando i venti ad alte latitudini diventano deboli e orientati verso est. Se il riscaldamento solare compensasse perfettamente il raffreddamento infrarosso, raggiungendo così un equilibrio radiativo ideale, il vortice sarebbe sostanzialmente più forte e il polo risultarebbe più freddo. Tuttavia, le onde di Rossby generate nella troposfera si propagano verso l’alto, disturbando il vortice dalla sua configurazione di equilibrio radiativo, indebolendolo e alterandone la simmetria circolare rispetto al polo.

Le differenze topografiche e tra zone di terra e mare più marcate nell’Emisfero Settentrionale (NH) generano onde che si propagano verso l’alto con maggiore intensità rispetto a quelle dell’Emisfero Meridionale (SH). Questo fenomeno rende il vortice stratosferico settentrionale meno stabile e più irregolare rispetto a quello meridionale, che risulta essere più grande e con una forma più simmetrica rispetto all’asse (ad esempio, Waugh e Randel 1999). Di conseguenza, il vortice NH è soggetto a una maggiore variabilità temporale, che include i cosiddetti riscaldamenti stratosferici improvvisi (SSWs). Gli SSWs sono caratterizzati da un rapido innalzamento delle temperature polari e da un indebolimento del vortice stratosferico a metà inverno, verificandosi in media circa una volta ogni due anni nell’Emisfero Settentrionale (Charlton e Polvani 2007). Al contrario, un SSW nell’Emisfero Meridionale è stato documentato solo una volta, nel settembre 2002 (ad esempio, Charlton et al. 2005).

L’attenzione della comunità scientifica verso i vortici polari stratosferici è notevolmente cresciuta dalla metà degli anni ’80, in seguito alla scoperta della loro influenza sul depauperamento dell’ozono stratosferico. Le basse temperature all’interno dei vortici, unite alla limitata miscelazione dell’aria tra le zone polari e quelle di media latitudine, giocano un ruolo chiave nella formazione del buco dell’ozono antartico e nel meno evidente, ma comunque significativo, assottigliamento dello strato di ozono sull’Artico durante l’inverno e la primavera (ad esempio, Schoeberl e Hartmann 1991).

Negli ultimi anni, lo studio dei vortici polari stratosferici si è esteso ben oltre la questione dell’ozono. È emersa la consapevolezza che, nonostante i vortici stratosferici siano distinti da quelli troposferici, influenzano comunque la troposfera e addirittura le condizioni meteorologiche al suolo. Questo argomento verrà approfondito nelle sezioni seguenti.

La Figura 2 mostra due grafici comparativi, uno per gennaio (a) e uno per luglio (b), che illustrano la distribuzione media stagionale dei venti zonali, ovvero i venti che seguono una direzione ovest-est o est-ovest, in relazione alla latitudine e all’altitudine, espressa sia in termini di pressione atmosferica (hPa) che di altezza (km).

Questi grafici forniscono una visione globale della velocità media del vento zonale nei due distinti mesi, evidenziando il comportamento dei vortici polari nelle regioni della stratosfera e della troposfera. Su entrambi gli assi verticali, la pressione diminuisce salendo in altitudine, mentre l’asse orizzontale mostra un range di latitudini che va dai poli verso l’equatore.

La colorazione blu indica i venti orientali, da est verso ovest, e la colorazione rossa i venti occidentali, da ovest verso est. Le linee che intersecano i grafici rappresentano i livelli di velocità costante dei venti.

I punti a forma di diamante marcano il massimo della velocità zonale per ogni emisfero a diverse quote, delineando anche il confine approssimativo del vortice polare corrispondente. Dalle osservazioni si deduce che in gennaio, durante l’inverno dell’emisfero nord, il vortice polare stratosferico si estende più a sud rispetto a luglio, quando si registra l’estate boreale e il vortice appare meno esteso e più prossimo al polo. Questi dettagli sono essenziali per comprendere le variazioni stagionali dei vortici polari e il loro impatto sui pattern meteorologici globali.

Le informazioni per questi grafici sono state ottenute attraverso le analisi del Climate Prediction Center dell’agenzia NOAA.

Il Vortice Polare Troposferico

Il Vortice Polare Troposferico si distingue per la sua presenza meno frequente nella letteratura scientifica rispetto a quella stratosferica, nonostante il vasto corpus di studi sulla meteorologia troposferica. I primi lavori che hanno identificato il flusso circolare troposferico come un vortice datano alla fine degli anni ’40 e ai primi anni ’50, periodo analogo a quello dei primi studi sul vortice polare stratosferico. Questi studi pionieristici, come quelli di Rossby e Willett nel 1948 e di LaSeur nel 1954, sono stati seguiti da una serie di ricerche condotte da Angell e collaboratori tra gli anni ’70 e i primi anni 2000, che hanno approfondito la comprensione di questo fenomeno atmosferico, talvolta denominato semplicemente “vortice polare”.

Il perimetro di questo vortice viene comunemente definito attraverso l’utilizzo di specifici contorni geopotenziali ai livelli di pressione di 300 o 500 hPa, posizionati generalmente nel nucleo dei venti occidentali. Sebbene i valori di questi contorni possano variare, il confine del vortice troposferico è tipicamente situato tra i 40° e i 50° di latitudine nord. Questo vortice presenta di solito uno o due centri su scale temporali mensili o superiori, ma può mostrare una pluralità di centri su base giornaliera. In particolare, il vortice dell’Emisfero Settentrionale in climatologia invernale si caratterizza per avere due centri principali: uno nei pressi dell’Isola di Baffin e l’altro nella Siberia nordorientale, corrispondenti alle aree di bassa pressione islandese e delle Aleutine. Al contrario, una simile asimmetria circolare non è comunemente osservata nel vortice dell’Emisfero Meridionale, suggerendo differenze significative nella dinamica atmosferica tra i due emisferi.

Sebbene non sia stato discusso nei precedenti studi sul vortice troposferico, il bordo di questo vortice può essere definito, come avviene per quello stratosferico, attraverso i contorni di vorticità potenziale su una superficie isentropica o, equivalentemente, dalla temperatura potenziale su una superficie di costante vorticità potenziale (Hoskins et al. 1985). I contorni di altezza geopotenziale tra i 300 e i 500 hPa, usati per definire il vortice, corrispondono all’incrocio della superficie di vorticità potenziale PV = 2 o 3 unità di vorticità potenziale (PVU; 1 PVU = 10-6 K kg-1 m2 s-1—frequentemente impiegata per delineare la tropopausa dinamica nelle zone extratropicali—con le superfici isentropiche di 320 o 330 K (come illustrato in Fig. 3d). Allo stesso modo di quanto accade nella stratosfera, il campo di PV rivela strutture a scala più raffinata rispetto all’altezza geopotenziale, permettendo un’analisi dettagliata della dinamica delle onde di Rossby e delle corrispondenti perturbazioni meteorologiche extratropicali.

Per quanto concerne il vortice stratosferico, il vortice polare troposferico e il relativo intenso flusso di aria occidentale sono essenzialmente manifestazioni della relazione del vento termico e del gradiente di temperatura da polo a equatore. Diversamente dal vortice stratosferico, tuttavia, l’instabilità baroclinica (e le onde che ne risultano) svolge un ruolo cruciale nella variabilità e nella manutenzione a lungo termine del grande flusso a getto troposferico (Robinson 2006). L’instabilità baroclinica rappresenta il meccanismo tramite il quale la maggior parte dei sistemi meteorologici troposferici extratropicali estrae energia dal gradiente termico fondamentale da polo a equatore, ma questi sistemi sono per lo più confinati alla troposfera. Solo le onde di Rossby di maggiori dimensioni spaziali riescono a propagarsi verso l’alto fino alla stratosfera (Charney e Drazin 1961), ed esse sono generalmente quelle indotte dal flusso occidentale sopra le montagne e dai contrasti terra-mare continentali. Di conseguenza, la variabilità del vortice polare stratosferico non include le strutture “a scala sinottica” che predominano nella variabilità troposferica, le quali hanno scale orizzontali che vanno da uno a qualche migliaio di chilometri. Questo è evidente confrontando i bordi dei vortici polari troposferici (contorni neri) e stratosferici (contorni bianchi) in Fig. 4.

L’attenzione della maggior parte degli studi sul vortice troposferico si è focalizzata sulla circolazione su scala emisferica e sulle variazioni stagionali e interannuali nelle dimensioni e nella forma del vortice. Meno attenzione è stata rivolta alle condizioni meteorologiche a scala sinottica negli articoli che fanno esplicito riferimento a un vortice polare, benché vi siano alcune eccezioni (ad esempio, Gardner e Sharp 2007; Kashki e Khoshhal 2013).

La Figura 3 offre una rappresentazione grafica di come si presentavano i vortici polari sia stratosferici che troposferici nel gennaio del 2014, attraverso quattro distinte mappe. Ogni mappa è correlata a due parametri chiave nella meteorologia: l’altezza geopotenziale e la vorticità potenziale, con le rispettive scale di valori illustrate sul lato di ciascuna mappa.

Nella mappa (a), si osserva l’altezza geopotenziale, rappresentata dalle varie tonalità di colore, e i venti zonali, indicati dai contorni bianchi, alla quota di 50 hPa, un valore tipico per la stratosfera. I diversi colori e i contorni bianchi aiutano a identificare la forza e la direzione dei venti. In particolare, i contorni bianchi evidenziano le velocità dei venti zonali da 30 a 60 m/s. Il confine del vortice stratosferico è delineato dal marcato contorno nero.

Passando alla mappa (b), è rappresentata la vorticità potenziale a un livello termodinamico di 450 K, equivalente a un’altitudine tipica della stratosfera. La vorticità potenziale è un indicatore della tendenza rotatoria dell’aria, e il contorno nero denota il bordo del vortice a tale livello.

Nella mappa (c), simile alla (a) ma per la troposfera, l’altezza geopotenziale e i venti zonali sono illustrati a 300 hPa. Anche qui, colori e contorni chiariscono l’intensità e il movimento dei venti, con il bordo del vortice troposferico contrassegnato dal contorno nero.

Infine, la mappa (d) mostra la vorticità potenziale a 330 K, che rappresenta un’altra quota nella troposfera, e il contorno nero ne sottolinea ancora il limite.

In sostanza, queste quattro mappe ci forniscono una panoramica precisa sulla posizione e sulle caratteristiche dei vortici polari in un dato periodo, offrendo un’importante comprensione della loro struttura e dinamiche. Le informazioni presentate derivano dalle rianalisi del National Centers for Environmental Prediction (NCEP).

La Figura 4 ci presenta una sequenza di sei mappe che ritraggono la situazione quotidiana dell’altezza geopotenziale a 300 hPa dal 3 all’8 gennaio 2014. Le varie tonalità presenti sulle mappe indicano le diverse altezze geopotenziali, essenziali per comprendere la struttura dell’atmosfera in quel livello: i toni caldi indicano altezze maggiori, mentre quelli freddi corrispondono a quote inferiori.

Ogni mappa è contraddistinta da contorni neri, che delineano il perimetro del vortice troposferico a 300 hPa. Tali contorni si trovano dove esiste un notevole cambio di altezza geopotenziale, il che di solito si traduce in un forte gradiente di pressione. I contorni bianchi, invece, identificano il bordo del vortice stratosferico a 50 hPa, che giace ben più in alto, nella stratosfera. Anche in questo caso, i contorni sono posti dove l’altezza geopotenziale subisce variazioni sostanziali.

In particolare, nelle mappe del 5 e 6 gennaio compaiono le lettere “R” e “T”, che segnalano rispettivamente la localizzazione di un crinale (alta pressione) e di una saccatura (bassa pressione), elementi chiave nell’analisi dei modelli atmosferici.

L’insieme delle mappe offre una visione dettagliata dell’evoluzione del vortice polare e delle configurazioni di alta e bassa pressione in atmosfera. Analizzare questa successione aiuta i meteorologi a studiare le dinamiche atmosferiche, migliorando la comprensione del comportamento dei sistemi meteorologici. I dati utilizzati per queste mappe provengono dalle rianalisi dei National Centers for Environmental Prediction (NCEP).

Eventi Meteorologici Estremi

Anche se i vortici polari troposferico e stratosferico sono nettamente distinti, possono interagire in certe circostanze, essendo entrambi influenzati dagli stessi fenomeni di onde su larga scala. In alcuni casi, possono entrambi contribuire agli eventi meteorologici estremi al suolo, anche se è il vortice troposferico a giocare generalmente un ruolo più diretto sul tempo atmosferico superficiale. In queste situazioni, è necessario discutere con attenzione il ruolo relativo di ciascun vortice, quando presente. Le frequenti citazioni del vortice stratosferico nelle analisi degli eventi meteorologici al suolo possono derivare talvolta da una confusione tra i due vortici o dalla mancata consapevolezza della presenza simultanea di due vortici a quote atmosferiche molto differenti. Il vortice stratosferico può avere un ruolo, sebbene solitamente indiretto, in alcuni eventi meteorologici al suolo, tramite vari meccanismi di interazione stratosfera-troposfera.

Pur trovandosi nella stratosfera, la regione di alta PV associata al vortice polare stratosferico può influenzare il flusso della troposfera sottostante. Questo include l’impatto sulle tendenze della circolazione estiva e sul clima dell’Emisfero Meridionale dovuto al rafforzamento del vortice polare antartico causato dal buco dell’ozono, così come le connessioni tra gli eventi di vortice stratosferico artico debole o forte e i fenomeni meteorologici estremi al suolo. Questo legame artico comporta lo spostamento di masse d’aria estremamente fredde dalle regioni polari verso le medie latitudini (sfoghi di aria fredda), e si è osservato che la probabilità di tali eventi aumenta in seguito a periodi in cui il vortice stratosferico è particolarmente perturbato e indebolito. Molti studi che collegano il vortice stratosferico al clima di superficie descrivono questa connessione in termini di modi anulari, come l’Oscillazione Artica o Antartica, dove la fase negativa indica un vortice debole e viceversa. Nonostante ci sia una correlazione statistica tra le irruzioni di aria fredda e i vortici stratosferici deboli, non esiste una relazione diretta e univoca tra i due fenomeni. Le irruzioni di aria fredda sono principalmente eventi troposferici che possono verificarsi anche in assenza di un’influenza stratosferica evidente.

Esiste un legame più diretto tra il vortice polare troposferico e gli eventi meteorologici estremi nelle medie latitudini rispetto a quello tra il vortice stratosferico e tali eventi. Tuttavia, nonostante la vasta letteratura sui vortici polari troposferici, questo collegamento è stato generalmente trascurato. Un’eccezione notevole è rappresentata dallo studio di Cellitti et al. (2006), che ha evidenziato la presenza di un vortice polare troposferico più debole della media prima degli eventi di irruzione di aria fredda. Questo studio, però, definiva il vortice come una piccola circolazione chiusa localizzata appena a nord dell’Isola di Baffin, una configurazione molto diversa dal vasto vortice circolare emisferico troposferico analizzato negli studi climatologici precedentemente citati. Di conseguenza, resta incerto se e in quale misura la grandezza e/o l’intensità del vortice troposferico su scala emisferica siano realmente correlate con le irruzioni di aria fredda.

Il nesso più diretto tra il vortice polare troposferico e gli eventi meteorologici estremi risiede nelle distorsioni del suo bordo, spesso intimamente collegate a eventi estremi in specifiche località adiacenti a tale margine. Queste “distorsioni” sono causate da onde planetarie di ampia scala che si muovono lungo il flusso a getto, comunemente descritte attraverso i concetti di depressioni e creste. Ricerche recenti sugli eventi estremi, come quelle di Francis e Vavrus (2012) e Barnes (2013), hanno investigato lo spostamento meridionale dei contorni di altezza geopotenziale in maniera analoga a quella impiegata per delineare il vortice troposferico emisferico, interpretando tali spostamenti come distorsioni del vortice polare, anche se non espressamente definiti in questi termini nei lavori menzionati. Durante le irruzioni di aria fredda, il bordo del vortice troposferico si sposta più a sud del normale in determinate longitudini, risultando in aria fredda insolitamente intensa al suolo, spesso a seguito di perturbazioni sinottiche che seguono il margine spostato del vortice. È importante notare che durante questi eventi il vortice troposferico può spostarsi verso il polo, portando a condizioni superficiali più calde della media in altre zone di longitudine.

Un caso emblematico è l’evento di freddo estremo che ha investito gli Stati Uniti orientali all’inizio di gennaio 2014, evento che ha portato il concetto di “vortice polare” all’attenzione del grande pubblico. Tale episodio fu causato da un sistema di cresta-depressione di grande ampiezza sopra gli Stati Uniti, con la depressione che il 6 gennaio ha trascinato verso sud aria estremamente fredda sugli Stati Uniti orientali, come evidenziato in Fig. 4. Sebbene tale fenomeno sia stato frequentemente attribuito allo spostamento dell’intero vortice polare, in realtà non può essere direttamente collegato a modifiche nel vortice stratosferico o a variazioni emisferiche del vortice troposferico. Tuttavia, sarebbe corretto descriverlo in termini di onde sul margine del vortice troposferico e della deformazione di una parte di tale vortice (o “di un lobo”) sopra gli Stati Uniti orientali il 6 gennaio, come illustrato in Fig. 4.

Osservazioni Conclusive

Non è evidente che descrivere gli eventi di irruzione di aria fredda, come quello illustrato nella Figura 4, attraverso il concetto di vortice polare fornisca intuizioni significativamente nuove rispetto alle descrizioni tradizionali basate su creste e fosse o sulle onde che si propagano lungo il flusso a getto. La presenza di due distinti vortici polari, di cui quello stratosferico potrebbe avere un ruolo importante che però spesso non si concretizza, rende l’introduzione di tale termine potenzialmente fonte di malintesi. Inoltre, le perturbazioni meteorologiche superficiali sono legate unicamente a spostamenti marginali del vortice in aree circoscritte, piuttosto che a modifiche dell’intero vortice su scala emisferica, rendendo quindi ambigua l’utilità del riferimento al “vortice”, una struttura a scala emisferica. L’impiego del termine senza le dovute spiegazioni potrebbe lasciare intendere cambiamenti ben più drastici nella circolazione troposferica globale di quanto non avvenga in realtà, come nell’espressione “Il vortice polare è tornato!”.

Ciononostante, il termine “vortice polare” si è rapidamente radicato nel linguaggio del giornalismo meteorologico popolare ed è sempre più frequente nella letteratura scientifica relativa agli eventi meteorologici estremi (Wallace et al. 2014). Si raccomanda dunque a chi utilizza questo termine di adottare le seguenti precauzioni: 1) Distinguere con chiarezza tra il vortice polare stratosferico e quello troposferico. Numerosi eventi meteorologici di superficie riguardano esclusivamente il vortice troposferico, benché la maggior parte degli studi scientifici che menzionano il vortice polare facciano riferimento a quello stratosferico. È pertanto necessario operare tale distinzione con attenzione, assicurandosi che qualsiasi riferimento o citazione faccia correttamente riferimento al vortice interessato, solitamente quello troposferico. Il vortice stratosferico può influenzare alcuni eventi, ma il suo ruolo è in genere più indiretto e meno evidente, richiedendo ulteriori chiarimenti specifici. 2) Precisare che nessun evento meteorologico estremo individuale deriva dall’esistenza o dalle caratteristiche generali di uno dei due vortici polari, sia esso troposferico o stratosferico, in quanto entrambi sono elementi normali della circolazione atmosferica terrestre. Piuttosto, come evidenziato nel caso del 2014, gli eventi di maggiore interesse sono generalmente collegati solo a spostamenti temporanei e localizzati del margine del vortice troposferico.

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