La Zona di Convergenza Intertropicale (ITCZ) e il Ciclo Stagionale in Africa Equatoriale
La Zona di Convergenza Intertropicale, o ITCZ, è da tempo riconosciuta come un elemento chiave nel regolare le precipitazioni tropicali sia sui mari che sulle terre emerse. In Africa, il ciclo delle stagioni delle piogge è tipicamente legato al movimento nord-sud di questa zona, che segue il percorso del sole. In passato, si pensava che le piogge tropicali derivassero principalmente da temporali locali, con l’ITCZ che favoriva lo sviluppo di questi fenomeni quando le condizioni erano adatte. Tuttavia, questa visione è stata rivista: studi approfonditi hanno evidenziato l’importanza di sistemi convettivi su vasta scala e di onde convettive che si propagano su scala globale, oltre al ruolo dell’instabilità inerziale nella formazione di convezione.
In questo contesto di crescente comprensione delle dinamiche delle precipitazioni tropicali, è opportuno riconsiderare il ruolo dell’ITCZ. Questo dibattito è particolarmente pertinente per l’Africa equatoriale, dove le stagioni delle piogge si verificano due volte all’anno, in primavera e autunno.
L’articolo inizia esplorando le diverse definizioni della ITCZ presenti in letteratura, poi passa a un’analisi storica di come si è evoluta la percezione della ITCZ in Africa e delle discussioni che ne sono seguite. Prosegue descrivendo la situazione attuale dell’Africa occidentale, sfruttando i set di dati di rianalisi disponibili per valutare questo scenario. L’analisi si concentra in particolare sui mesi di aprile e novembre, corrispondenti alle stagioni delle piogge equatoriali.
Definizioni della ITCZ
Il concetto di Zona di Convergenza Intertropicale (ITCZ) appare ambiguo alla luce delle diverse definizioni presenti nella letteratura scientifica. Le interpretazioni variano a seconda delle variabili utilizzate per descrivere questa zona. Nell’Enciclopedia di Climatologia Mondiale, Yan (2005) descrive la ITCZ come una regione di bassa pressione, estesa da est a ovest vicino all’equatore, dove si incontrano i venti alisei del nord-est e del sud-est; l’attenzione è quindi sulla pressione atmosferica. Miller (1996), nell’Enciclopedia del Meteo e del Clima, la definisce come la regione equatoriale dove convergono i venti alisei. Anche il Glossario di Meteorologia della Società Meteorologica Americana (Glickman 2000) concorda, descrivendo l’ITCZ come l’asse, o parte di esso, della corrente larga degli alisei nei tropici, nonché la linea di divisione tra i venti alisei del sud-est e quelli del nord-est.
Altre definizioni includono quella di Holton et al. (1971), che vedono la ITCZ come il luogo di aggregazione delle nuvole associate a perturbazioni ondulatorie tropicali che si propagano verso ovest. A causa di questa diversità di definizioni, il monitoraggio della ITCZ si è basato su vari indicatori come il minimo di pressione, la convergenza dei venti di superficie, il massimo delle precipitazioni, il picco di vorticità, il minimo di radiazione infrarossa a lunga onda o il massimo di nuvolosità. Questi parametri sono spesso selezionati per comodità, soprattutto con la disponibilità di immagini satellitari.
Tuttavia, le ipotesi tradizionali, come quella che associa il minimo di pressione e il massimo delle precipitazioni alla convergenza dei venti, sono state messe in discussione. In particolare, le osservazioni mostrano che sopra gli oceani e in Africa occidentale queste corrispondenze non sempre si verificano. La maggior parte delle definizioni sottolinea la convergenza dei venti alisei, appropriata per alcuni settori oceanici, ma meno per le terre tropicali, dove, in Africa, l’ITCZ rappresenta più spesso l’incontro tra i venti del nord-est e il flusso monsonico del sud-ovest.
In risposta a queste complessità, molti studiosi evitano di usare il termine ITCZ quando discutono delle precipitazioni africane, preferendo termini come “fascia pluviometrica equatoriale” o “fascia di pioggia tropicale”. Questa scelta riflette una maggiore attenzione alle specificità regionali e una maggiore precisione nella descrizione dei fenomeni climatici, soprattutto considerando che l’influenza diretta dei venti alisei si limita principalmente alle aree costiere.
Evoluzione storica del concetto di ITCZ. Un’analisi della letteratura meteorologica storica mostra quanta confusione e incertezza circondassero l’ITCZ e le sue origini. Nieuwolt (1977), nel suo trattato di meteorologia tropicale, ritiene che il concetto risalga al modello di Hadley del 1735. Sebbene Hadley non parlasse esplicitamente di convergenza, questo concetto è implicito nel suo modello di celle verticali. Il termine divenne popolare negli anni ’20 e ’30, quando i meteorologi cercarono di applicare i principi delle fronti delle medie latitudini, sviluppati dalla scuola di Bergen, ai tropici (Barry e Chorley 1992; Palmer 1951). Una delle prime menzioni della convergenza dei venti alisei tra i due emisferi si trova in un articolo di Brooks e Braby del 1921, intitolato “The Clash of the Trades in the Pacific”. Questa caratteristica, identificata dalla congiunzione delle linee di flusso piuttosto che dalla convergenza dei venti orizzontali, fu chiamata fronte intertropicale (ITF). Con la crescente comprensione dell’importanza della convergenza dei venti nel clima tropicale, negli anni ’40 e ’50, questa convergenza fu designata come zona di convergenza intertropicale, abbreviata inizialmente come ITC (Fletcher 1945).
La formulazione del concetto di ITCZ fu inizialmente basata sulle osservazioni condotte nell’oceano Pacifico. Successivamente, Bjerknes e collaboratori nel 1933 estesero la descrizione dell’ITF ai tre oceani tropicali e tentarono di mapparne il percorso anche sulle terre africane e del Sud-est asiatico. Petterssen, negli anni ’40 e ’50, promosse una visione globale dell’ITCZ, definendola come il punto di incontro dei venti alisei e usandola per spiegare i pattern pluviometrici dei tropici: stagioni delle piogge bimodali nelle latitudini equatoriali, dovute al doppio passaggio equatoriale dell’ITCZ, e unimodali nei tropici esterni quando l’ITCZ raggiunge le sue estremità latitudinali. Nel 1969, Palmén e Newton pubblicarono un quadro globale delle linee di flusso di superficie, che rappresentava un compromesso soggettivo tra le localizzazioni evidenziate dalle analisi di Mintz e Dean (1952) e Riehl (1954). Le variazioni di queste mappe sono state poi ripetute in quasi tutti i testi di climatologia e in numerosi lavori e manuali di diverse discipline. La rappresentazione dell’Africa generalmente mostra le posizioni dell’ITCZ nei mesi di gennaio e luglio. Alla fine, si è consolidata l’immagine di una zona globale in cui coincidono il minimo di pressione, i massimi di nuvole e precipitazioni, e la convergenza dei venti a livello inferiore.
Controversie sul concetto di ITCZ. Le interpretazioni dell’ITCZ non sono state esenti da controversie. Trewartha, nel 1943, evidenziava l’ambiguità nel definire questa zona, notando come alcuni la equiparassero ai Doldrum mentre altri la collocavano ai margini equatoriali degli alisei. Nel suo celebre libro sulla meteorologia tropicale, Riehl si concentrava sul campo di pressione, criticando l’uso del termine ITCZ per la sua natura intermittente e per le sue radici in concezioni ormai superate che situavano l’incontro delle masse d’aria nord e sud proprio all’equatore. Sottolineava anche come il picco delle precipitazioni si spostasse stagionalmente in modo indipendente da pressione e convergenza superficiale. Palmén e Newton, nel 1969, descrivevano la zona di confluenza degli alisei come un’area generalmente caratterizzata da cieli chiari e scarse precipitazioni. Ramage, nel 1971, criticava aspramente l’ITCZ, lamentando come la confusione terminologica avesse portato al caos, con l’uso indistinto dei termini ITF e ITCZ. Rifiutava addirittura di utilizzare tali termini nel suo libro.
Hastenrath, nel 1988, invitava ad abbandonare le nozioni obsolete che prevedevano una coincidenza globale dei vari parametri meteorologici. Barry e Chorley, nel loro testo di climatologia del 1992, distinguevano chiaramente tra l’ITCZ sugli oceani e l’ITF sulla terraferma, notando la natura discontinua di tali fenomeni sia nel tempo che nello spazio. Curiosamente, termini come ITCZ non compaiono in altri importanti testi come quello di Wallace e Hobbs del 2006 o nel Compendio di Meteorologia Tropicale di Krishnamurti del 1979, dove per l’Africa si parla piuttosto di “linea di separazione dei venti”. Studi più recenti, come quello di Schneider e collaboratori del 2014, si concentrano esclusivamente sulle regioni oceaniche quando discutono dell’ITCZ.
In conclusione, le origini del paradigma dell’ITCZ per l’Africa sono poco chiare e derivano dal tentativo di adattare concetti tipici delle medie latitudini. Nonostante ciò, il suo sviluppo è stato irregolare e spesso criticato, specialmente dai meteorologi tropicali che lavoravano direttamente in Africa, molti dei quali ritenevano il paradigma completamente inadeguato. Nonostante le critiche, l’uso di questo paradigma ha continuato a persistere nel tempo.

La figura rappresenta uno schema idealizzato della Zona di Convergenza Intertropicale (ITCZ), così come è stata descritta storicamente. Ecco una descrizione dettagliata degli elementi rappresentati nello schema:
- ITCZ (Zona di Convergenza Intertropicale): al centro della figura, l’ITCZ è rappresentata come una colonna verticale dove i venti convergono e l’aria calda e umida si solleva. Questa ascensione dell’aria provoca la formazione di nuvole e precipitazioni, spesso portando a un clima molto piovoso.
- Equatorial Trough (Depressione Equatoriale): sotto l’ITCZ, c’è una zona di bassa pressione chiamata depressione equatoriale, che contribuisce alla risalita dell’aria.
- Hadley Cell (Cella di Hadley): ai lati dell’ITCZ ci sono due celle di Hadley, rappresentate come flussi di aria che circolano dalle alte pressioni subtropicali verso l’equatore. Le celle di Hadley sono fondamentali per il trasporto di calore dall’equatore verso i tropici.
- Subtropical High (Alta Pressione Subtropicale): sia a sinistra che a destra dell’ITCZ, ci sono aree di alta pressione subtropicale. Queste aree sono caratterizzate da aria che discende, contribuendo a condizioni generalmente secche e stabili.
- Trade Wind Inversion (Inversione dei Venti Alisei): nelle zone subtropicali, vicino alle alte pressioni, si osserva un’inversione dei venti alisei. Questo fenomeno si verifica quando l’aria più fresca e secca sopra i venti alisei soffia sopra l’aria più calda e umida, contribuendo a limitare la formazione di nuvole.
- Warm Dry (Caldo e Secco) e Cool Dry (Freddo e Secco): l’aria nelle regioni subtropicali è descritta come calda e secca a sinistra e fredda e secca a destra, indicando variazioni di temperatura che possono influenzare il comportamento atmosferico in queste zone.
- Warm Moist (Caldo e Umido): l’aria che converge nell’ITCZ è calda e umida, contribuendo all’alta umidità e alle abbondanti precipitazioni associate a questa zona.
- Trade Wind Boundary Layer (Strato Limite dei Venti Alisei): vicino alla superficie terrestre, l’interazione dei venti alisei con il terreno crea uno strato limite che influisce sul trasporto di umidità e sulle condizioni meteorologiche locali.
Questo schema è un modello idealizzato che aiuta a comprendere come l’ITCZ funzioni come un motore di circolazione atmosferica e meteorologica nelle regioni tropicali del mondo.

La figura numero 2 mostra due mappe delle condizioni meteorologiche sopra l’Africa, una per il periodo di luglio/agosto e l’altra per gennaio, tratte da uno studio di Nicholson del 2011. Le mappe illustrano la posizione dell’ITCZ (Zona di Convergenza Intertropicale) e la delimitazione dell’aria del Congo attraverso differenti linee tratteggiate e puntinate.
Descrizione delle mappe:
- Linea tratteggiata (ITCZ): La linea puntinata rappresenta la posizione dell’ITCZ, che è una zona dove i venti alisei dell’emisfero nord e sud convergono, portando a significative precipitazioni e attività nuvolosa. Questa linea si muove stagionalmente, essendo più a nord durante i mesi di luglio e agosto (quando l’emisfero nord è più caldo) e più a sud durante gennaio (quando è estate nell’emisfero sud).
- Linea tratteggiata (confine aereo del Congo): La linea tratteggiata indica il confine dell’aria del Congo, che demarca una regione di bassa pressione caratterizzata da un flusso d’aria umido e condizioni meteorologiche particolari legate alla foresta pluviale del Congo.
Differenze stagionali visibili nelle mappe:
- Circolazione di Luglio/Agosto: Durante questi mesi, l’ITCZ è posizionata più a nord, circa all’altezza dell’equatore o leggermente al di sopra, influenzando le condizioni meteorologiche dell’Africa sub-sahariana con piogge e temporali. Le alte pressioni (indicate dalle lettere “H”) sono situate prevalentemente nell’Atlantico e nell’Oceano Indiano, influenzando la circolazione dei venti e delle masse d’aria.
- Circolazione di Gennaio: In gennaio, l’ITCZ si trova più a sud, vicino o al di sotto dell’equatore. Ciò influenza l’Africa meridionale, portando condizioni più umide e piovose in questa regione durante l’estate australe.
Isobare e pressione atmosferica: Le mappe mostrano anche le linee di pressione atmosferica (isobare), che sono indicate con numeri che rappresentano i valori di pressione in millibar. Queste linee aiutano a visualizzare la struttura della pressione atmosferica in tutta la regione, che a sua volta influisce sulla direzione e sulla forza dei venti.
In sintesi, queste mappe forniscono un’importante rappresentazione visiva di come l’ITCZ e le condizioni di pressione atmosferica varino in Africa in base alle stagioni, influenzando così il clima e le precipitazioni in diverse parti del continente.

La Figura 3 illustra le diverse zone meteorologiche dell’Africa Occidentale, come descritto da Nicholson nel 2009. Questo schema fornisce una rappresentazione semplificata di come l’atmosfera varia in altitudine da nord a sud, evidenziando specifiche caratteristiche atmosferiche associate a ciascuna zona.
Dettagli delle zone meteorologiche:
- A (circa 18°N): Questa zona è caratterizzata da High Cirrus (Cirri alti) e da Dry NE Harmattan (Aria secca del NE Harmattan). L’Harmattan è un vento secco e polveroso che proviene dal deserto del Sahara e influenza il clima del nord dell’Africa Occidentale durante i mesi invernali, portando aria secca e riducendo l’umidità.
- B (ITCZ, tra 18°N e 12°N): Qui si trova la Zona di Convergenza Intertropicale (ITCZ), un’area nota per le sue intense precipitazioni e attività temporalesca. L’ITCZ è una regione dove i venti alisei dell’emisfero nord e sud convergono, causando l’ascesa dell’aria calda e umida che porta a frequenti piogge e temporali.
- C (tra 12°N e 6°N): Questa zona è dominata da Moist Easterly Air (Aria umida orientale), che porta umidità e stabilità, contribuendo alle condizioni per lo sviluppo di nuvole e precipitazioni. Qui, l’aria stabile sostiene la formazione di nuvole cumuliformi (indicato con “Cu”).
- D (circa 6°N): La zona più a sud, influenzata dal Moist SW Monsoon (Monsoni umidi del SO), caratterizzata da un’aria ancora più umida e condizioni favorevoli per piogge più abbondanti e persistenti. Questo flusso proviene dall’Oceano Atlantico e porta significative precipitazioni durante la stagione dei monsoni.
Altitudine: L’asse verticale della figura misura l’altitudine in piedi (fino a 10.000 ft), che aiuta a visualizzare come le caratteristiche atmosferiche cambino con l’aumentare dell’altitudine.
In sintesi, la figura fornisce una rappresentazione schematica delle diverse condizioni atmosferiche attraverso l’Africa Occidentale, dalla zona secca del Harmattan nel nord, passando per l’ITCZ ricca di precipitazioni, fino ai venti umidi monsonici nel sud. Questo schema è essenziale per comprendere la variazione climatica nella regione e l’interazione tra diversi sistemi meteorologici.
La ZCIT e il ciclo delle stagioni in Africa
Hubert nel 1926 fu probabilmente il primo a identificare un fenomeno analogo alla Zona di Convergenza Intertropicale (ZCIT) in Africa, usando il termine ITF per descrivere l’incontro tra la secca harmattan del nord-est e il monsone umido del sud-ovest. Un diagramma rilevante apparso nella Figura 3 illustra le zone climatiche in relazione alla ZCIT di superficie nell’Africa occidentale, sebbene le origini del modello siano state attribuite a vari autori come Solot (1943), Walker (1957, 1958), e Hamilton et al. (1945), tutti meteorologi attivi in Africa, oltre che al manuale “A Pilot’s Primer of West African Weather” di Knight e Smith (1944). In Africa occidentale, il diagramma descrive abbastanza fedelmente la relazione spaziale tra la ZCIT e le aree di precipitazione, anche se, come si vedrà, la ZCIT e le zone pluviometriche tendono a disaccoppiarsi. Griffiths nel 1972 fu il primo a collegare lo spostamento latitudinale di queste zone con il ciclo stagionale della regione.
Henderson e collaboratori nel 1949 potrebbero aver introdotto per la prima volta il concetto di ZCIT per l’Africa orientale, spiegando le piogge stagionali con il movimento della ZCIT verso e dall’equatore. L’associazione tra ZCIT e stagionalità delle piogge, descritta da Petterssen nel 1941, fu adattata per l’Africa in un diagramma simile alla Figura 4, come evidenziato da Miller (1971) e Flohn (1964). Questo modello è molto utilizzato non solo nella meteorologia, ma anche in ambiti diversi come la geologia, l’ecologia, il paleoclima e la storia. Infine, il modello per le stagioni estreme di Bjerknes e colleghi (1933) fu ampliato nel diagramma nella Figura 5, che mostra la ZCIT nelle quattro stagioni. La rappresentazione originale fu pubblicata nell’atlante di Thompson del 1965, “The Climate of Africa”, ma la tesi di Dhonneur del 1974 è frequentemente citata come fonte. Nell’Africa occidentale, vari autori hanno arricchito questa visione collegandola direttamente al regime delle precipitazioni.
Da notare che l’immagine della ZCIT sull’Africa nella Figura 5 è molto diversa da quella derivata dalle mappe delle correnti di Palmén e Newton (1969) mostrate nella Figura 2. Inoltre, nel corso degli anni sono state proposte diverse rappresentazioni della ZCIT africana. Già negli anni ’50, l’applicabilità del concetto in Africa era fortemente contestata. Crowe nel 1951 evidenziò le difficoltà nell’usare la ZCIT per spiegare le piogge stagionali nelle stazioni costiere africane. Tschirhart, meteorologo nell’Africa equatoriale nel 1959, criticò l’ambiguità della natura dell’ITF, sostenendo che ZCIT e ITF dovrebbero essere considerati entità separate, con la ZCIT limitata agli oceani. Obasi, un nigeriano che lavorava in Kenya nel 1976, affermò che la ZCIT non ha alcun ruolo nelle previsioni meteorologiche dell’Africa orientale. Leroux nel 2001 ha fornito una recensione decisamente critica del concetto di ZCIT sull’Africa.Lui evidenzia la mancanza di una definizione condivisa, l’uso di analisi soggettive per creare mappe della ZCIT, la grande varietà di immagini e parametri utilizzati per descriverla, e l’abbondanza di etichette che le sono state attribuite. Discutendo della zona di superficie dove l’harmattan del nord-est incontra il monsone del sud-ovest, egli afferma chiaramente che “definirla ZCIT è completamente errato”, criticando l’uso di termini come ITF e ZCIT che, sebbene inappropriati, sono radicati nell’uso.
Fortunatamente, la nostra comprensione della meteorologia dell’Africa occidentale è cambiata drasticamente grazie a eventi significativi come l’Esperimento Tropicale Atlantico del Programma di Ricerca Atmosferica Globale nel 1974, il lancio del satellite Tropical Rainfall Measuring Mission nel 1997 e il progetto di ricerca Analisi Multidisciplinare del Monsoni Africano, avviato nel 2008. L’attenzione si concentra ora sul monsone dell’Africa occidentale, descritto dettagliatamente da Thorncroft et al. nel 2011. Zhang et al. nel 2006 e Nicholson nel 2009 hanno analizzato indipendentemente il monsone estivo, arrivando a conclusioni simili. Entrambe le analisi concordano sul fatto che la discontinuità dei venti, comunemente definita ZCIT, costituisca una cella di movimento verticale secondaria, indipendente dalla principale area di ascensione verticale, sebbene in alcuni anni i due fenomeni possano confluire. La principale ascensione e il picco delle precipitazioni si trovano tra i getti easterly africani a media e alta troposfera. Queste zone, così come la discontinuità dei venti superficiali, si spostano latitudinalmente con le stagioni e da anno a anno, variando indipendentemente l’una dall’altra, con le precipitazioni che mostrano un maggiore spostamento longitudinale.
Purtroppo, non esiste un modello così completo per l’Africa equatoriale. Tuttavia, vale la pena notare alcune particolarità. Per esempio, anche il modello classico di circolazione dell’Africa non mostra alcuna ZCIT sull’Africa equatoriale occidentale. In questa regione, le precipitazioni sono principalmente legate a complessi convettivi mesoscala, tanto intensi e frequenti da rendere l’area una delle più tempestose del pianeta, come evidenziato da Zipser et al. nel 2006. Un altro fattore predominante sembra essere la forzatura orografica delle alte terre che circondano il bacino del Congo. Infine, nell’Africa equatoriale orientale, un elemento spesso trascurato è il getto di Turkana a basso livello, che si rivela decisivo per l’aridità della regione e influisce notevolmente sulla stagionalità delle piogge.
Nonostante ciò, la letteratura prevalente descrive il clima della regione in termini di una stagionalità legata al doppio passaggio annuale della ZCIT, una visione che questo articolo si propone di sfidare.

La Figura 4 illustra come variano le precipitazioni nell’Africa orientale in relazione alla latitudine e al corso dell’anno, lungo un profilo situato a 32° est di longitudine, basandosi su dati modificati dallo studio originale di Flohn del 1964.
Aspetti principali della figura:
- Asse orizzontale (X): Mostra i mesi dell’anno, da gennaio (J) a dicembre (D).
- Asse verticale (Y): Rappresenta la latitudine, estendendosi da 20° sud a 20° nord, con l’equatore indicato come 0°.
Dettagli delle precipitazioni:
- Le linee di contorno e le aree in grigio indicano i livelli di precipitazione, espressi in millimetri. Le aree più scure corrispondono a maggiori precipitazioni.
- I numeri lungo le linee di contorno (es. 0, 50, 100, 150 mm) specificano la quantità di pioggia.
Osservazioni dalla mappa:
- La mappa evidenzia una marcata variazione stagionale delle precipitazioni. Ad esempio, vicino all’equatore si notano due massimi pluviometrici, uno in primavera e l’altro in autunno, che riflettono i periodi delle piogge stagionali.
- La distribuzione delle piogge varia anche in funzione della latitudine. Particolare attenzione merita il modo in cui la Zona di Convergenza Intertropicale (ZCIT) influisce sulle precipitazioni man mano che si sposta durante l’anno.
Questa figura aiuta a comprendere la complessità dei modelli di precipitazioni nell’Africa orientale, sottolineando come variano nel tempo e nello spazio. Queste informazioni sono cruciali per le attività legate all’agricoltura e alla gestione delle risorse idriche nella regione.

La Figura 5 illustra come la Zona di Convergenza Intertropicale (ITCZ) si sposta sopra l’Africa nel corso dell’anno, secondo lo studio di Dhonneur del 1974. La mappa mostra la posizione media mensile della ITCZ e come essa influenzi i pattern meteorologici, inclusi i regimi di pioggia e i venti superficiali.
Dinamiche chiave rappresentate nella figura:
- Movimento Annuale: La ITCZ segue un percorso oscillante nord-sud rispondendo alla posizione stagionale del sole. Questo movimento è essenziale per capire le stagioni delle piogge in diverse regioni africane.
- Ciclo Mensile: Una freccia nera grande mostra il percorso annuale della ITCZ, iniziando da gennaio e proseguendo fino a dicembre. Durante l’anno, la ITCZ si sposta dal sud durante l’estate australe fino al nord durante l’estate boreale e viceversa.
Stagionalità delle Precipitazioni:
- Gennaio: La ITCZ si trova a sud, portando piogge alle regioni meridionali.
- Aprile: Inizia il suo movimento verso nord, influenzando le aree centrali del continente.
- Luglio: Raggiunge la sua estensione più settentrionale, dominando il clima dell’Africa occidentale con abbondanti piogge estive.
- Novembre: Ritorna verso sud, influenzando nuovamente il sud dell’Africa.
Venti e Precipitazioni:
- La mappa include anche indicatori dei venti superficiali che cambiano con la posizione della ITCZ.
- Le annotazioni come “single maximum” e “double maximum” indicano le aree con uno o due picchi di precipitazioni all’anno, a seconda della presenza diretta della ITCZ.
Questa visualizzazione aiuta a comprendere l’impatto significativo della ITCZ sui cambiamenti climatici in Africa, influenzando sia le piogge sia i venti attraverso il continente.

la Figura 6 illustra il monsone dell’Africa occidentale secondo la revisione di Nicholson del 2009: La figura mostra una visione schematica e dettagliata delle dinamiche atmosferiche che regolano il clima e le precipitazioni nel monsone dell’Africa occidentale.
Componenti principali dello schema:
- ITCZ (Zona di Convergenza Intertropicale): Rappresentata nella parte bassa dello schema, l’ITCZ è fondamentale per il sollevamento dell’aria, la formazione delle nubi e le precipitazioni nella regione.
- Rainbelt (Cintura delle Piogge): Posizionata vicino alla ITCZ, questa area è dove si verificano le precipitazioni più abbondanti e frequenti.
- DIV (Divergenza) e CONV (Convergenza): Questi termini indicano rispettivamente le aree di movimento divergente e convergente dell’aria. Le zone di convergenza sono particolarmente cruciali per i movimenti ascendenti di aria che favoriscono la formazione di piogge.
- AEJ (Getto Est Africano) e TEJ (Getto Est Tropicale): Sono correnti aeree potenti che scorrono ad altitudini diverse; l’AEJ si trova nella parte media della troposfera, mentre il TEJ è più alto. Entrambi influenzano significativamente i pattern climatici della regione.
Flusso dell’aria e impatto sul clima:
- Le frecce mostrano come l’aria ascenda dal suolo verso l’alto, si muova lateralmente alle diverse altitudini e poi discenda, creando un ciclo complesso che determina dove e quando cadono le piogge.
- Questo ciclo è vitale per comprendere come i diversi getti e movimenti di aria interagiscano tra loro e con la superficie terrestre per modulare il clima dell’Africa occidentale.
Rilevanza del diagramma: Lo schema è essenziale per apprezzare la complessità del sistema meteorologico del monsone africano e per capire come le varie componenti atmosferiche si combinino per influenzare le stagioni delle piogge, cruciali per l’agricoltura e la vita quotidiana delle popolazioni locali.

Di seguito una spiegazione della Figura 7, che illustra le stazioni pluviometriche e i transepti utilizzati in uno studio meteorologico:La Figura 7 rappresenta una mappa che mostra la distribuzione geografica delle stazioni di misurazione delle precipitazioni e le linee di analisi, o transepti, impiegate per raccogliere dati climatici. Questi elementi sono fondamentali per comprendere i pattern delle piogge e le variazioni climatiche in una determinata regione.
Dettagli principali della figura:
- Punti neri: Ogni punto nero sulla mappa indica la presenza di una stazione pluviometrica. Queste stazioni sono essenziali per monitorare le precipitazioni locali e accumulare dati a lungo termine.
- Linee verticali verdi: Le linee verdi rappresentano i transepti, ovvero percorsi specifici lungo i quali si raccolgono dati per analizzare le variazioni climatiche lungo determinate direttrici geografiche.
- Coordinate geografiche: L’asse orizzontale della mappa mostra la longitudine, che varia da -10 a 50 gradi, mentre l’asse verticale indica la latitudine, che va da -10 a 20 gradi. Questo ampio raggio di coordinate copre diverse regioni, ognuna con le sue specificità climatiche.
Significato e utilità della mappa:
- La disposizione delle stazioni e la scelta dei transepti sono strategiche per assicurare una raccolta dati efficace, che rappresenti le diverse condizioni meteorologiche dell’area studiata.
- La mappa evidenzia anche le zone di particolare interesse scientifico, dove le precipitazioni influenzano significativamente l’ambiente e le attività umane.
In sintesi, questa mappa è uno strumento chiave per visualizzare come e dove vengono raccolti i dati meteorologici essenziali per gli studi sul clima della regione in questione.
Analisi del Paradigma della Zona di Convergenza Intertropicale (ZCIT) per l’Africa Equatoriale
Il fulcro del paradigma della ZCIT in Africa consiste in una migrazione annuale da nord a sud, con due passaggi all’equatore che coincidono con le due stagioni delle piogge equatoriali. Di conseguenza, si assiste a una migrazione parallela della fascia pluviometrica, dovuta alla convergenza dei venti a bassa quota. Questa sezione indaga la circolazione e le precipitazioni per determinare se questo paradigma possa effettivamente spiegare il ciclo stagionale alle latitudini equatoriali. A scopo di discussione, si adotta la definizione comunemente accettata della ZCIT in Africa, ossia il punto di incontro tra il flusso secco del Harmattan proveniente da nordest e il flusso umido del monsone da sud.
L’analisi si estende a tutto il settore equatoriale, focalizzandosi però sulle regioni equatoriali centrali e occidentali, le cui dinamiche meteorologiche sono meno conosciute rispetto a quelle delle regioni equatoriali orientali, oggetto di numerosi studi.
Dati utilizzati
Si è fatto ricorso ai dati di rianalisi intermedi del Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a Medio Termine (ECMWF), noti come ERA-Interim, per esaminare venti vettoriali, divergenza e movimenti verticali. Questo dataset parte dal 1979 e viene aggiornato regolarmente, offrendo una risoluzione spaziale di circa 80 km e un intervallo temporale di 6 ore. Le analisi hanno incluso anche i dati dell’ERA-40 e del reanalysis del NCEP-NCAR, mostrando risultati consistenti tra i tre set di dati, pertanto si presentano solo i risultati basati sull’ERA-Interim.
Le analisi si concentrano sui mesi di gennaio, aprile, agosto e ottobre, con gennaio e agosto che rappresentano gli estremi annuali e aprile e ottobre scelti per rappresentare le stagioni delle piogge equatoriali. Una questione complessa è stata la scelta del livello da utilizzare per rappresentare le condizioni di superficie; per un compromesso si è optato per il livello a 925 hPa, benché risultati simili siano stati ottenuti anche a 1000 hPa.
Le precipitazioni sono state valutate attraverso un dataset indipendente di rilevazioni pluviometriche curate dall’autore, aggiornate con dati raccolti fino al 2017, e includono 2091 stazioni di misurazione. I dati delle precipitazioni sono stati riadattati su una griglia di mezzo grado mediante una tecnica di interpolazione del vicino più vicino. I risultati medi delle precipitazioni per i mesi di aprile e novembre, basati sui dati raccolti dal 1979 al 2014, sono stati illustrati dettagliatamente nella figura 8.
Venti a basso livello e divergenza
La spiegazione comunemente accettata per il ciclo stagionale nelle regioni equatoriali dell’Africa attribuisce alla migrazione nord-sud della ZCIT un ruolo fondamentale. Questa migra tra i due emisferi e attraversa l’equatore due volte l’anno, generando un ciclo stagionale bimodale. Tuttavia, l’analisi dei venti a basso livello e della divergenza suggerisce che la realtà è diversa.
La figura 9 illustra i venti vettoriali medi e la divergenza a 925 hPa in quattro mesi dell’anno. Ad agosto, il monsone sud-occidentale domina l’Africa occidentale fino a circa 20°N. La ZCIT, risultante dall’interazione tra il monsone e l’harmattan nord-orientale, è ben visibile ad est, ma meno evidente a ovest di circa 10°E, dove la circolazione a basso livello attorno al basso termico del Sahara interrompe il modello di flusso. A 925 hPa, una zona continua di convergenza coincide approssimativamente con la ZCIT. Ad aprile, durante il primo periodo delle piogge equatoriali, i venti sopra il nord Africa sono simili a quelli di agosto, ma il modello è spostato verso l’equatore di circa 6°–10° di latitudine. La ZCIT si posiziona a circa 10°–12°N, segnalata da una forte convergenza. A novembre, nel periodo della seconda stagione delle piogge, il monsone sud-occidentale è molto debole e il flusso meridionale lascia spazio all’harmattan nord-orientale a circa 8°–10°N. L’area principale di convergenza, tuttavia, si trova un po’ più a nord, all’interno del flusso settentrionale, e presenta una convergenza più debole rispetto ad aprile. In gennaio, quando si ritiene generalmente che la ZCIT abbia attraversato l’Africa equatoriale posizionandosi a circa 20°S, lo spostamento del vento e la zona di convergenza si trovano effettivamente a circa 6°–10°N.
In ogni caso, quindi, la ZCIT rimane significativamente a nord dell’equatore. In ciascuno dei quattro mesi, una zona contigua di convergenza, vicina alla ZCIT, attraversa il continente. Questa zona migra con le stagioni seguendo gli spostamenti del regime dei venti mostrati nella figura 9, ma la sua migrazione è scarsamente correlata a quella della cintura pluviometrica, come è evidente confrontando le figure 8 e 9. Sia in aprile che in novembre, la ZCIT e la convergenza associata si trovano ben a nord delle regioni equatoriali dove teoricamente dovrebbero portare pioggia. Inoltre, l’estensione latitudinale della cintura delle piogge è circa tre-quattro volte maggiore di quella della convergenza a basso livello.
Un aspetto particolarmente interessante è il modello di divergenza nelle località equatoriali durante i mesi di aprile e novembre. Invece di convergenza a basso livello, la divergenza domina gran parte della regione, specialmente nel bacino del Congo. In Africa orientale, i modelli di divergenza di entrambi i mesi somigliano a quelli di gennaio, il cuore della stagione secca. Studi come quello di Yang et al. (2015) hanno anche osservato una prevalente divergenza a basso livello in parti dell’Africa orientale durante le stagioni delle piogge. Gran parte di questa divergenza è collegata al getto di basso livello del Turkana, osservato nella figura 9 a circa 0°–5°N e 35°–40°E.
In sintesi, durante le stagioni delle piogge equatoriali, la convergenza dei venti a basso livello, associata alla ZCIT, si trova notevolmente a nord delle aree che in questi periodi ricevono precipitazioni. Inoltre, in media, i venti a basso livello tendono a essere divergenti su gran parte della regione durante queste stagioni. Queste osservazioni mettono in dubbio l’adeguatezza del paradigma della ZCIT come spiegazione del ciclo stagionale nelle latitudini equatoriali dell’Africa.
Pioggia e moto verticale: Un altro principio fondamentale del paradigma della ZCIT sostiene che ci sia uno spostamento progressivo nord-sud della cintura pluviometrica nel corso dell’anno, seguendo la traiettoria del sole allo zenit. I dati mostrati nella figura 10, relativi ai profili latitudinali delle precipitazioni durante le due stagioni delle piogge equatoriali, evidenziano qualche spostamento nord-sud. Tuttavia, solo in uno dei quattro casi analizzati si osserva un allineamento con il classico modello della ZCIT.
Sull’Africa equatoriale occidentale, per esempio, si nota poco o nessun spostamento latitudinale della cintura delle piogge tra marzo e aprile, e solo tra aprile e maggio si manifesta uno spostamento verso nord. Durante la seconda stagione delle piogge, si percepisce uno spostamento tra ottobre e novembre, ma le variazioni di latitudine tra novembre e dicembre sono minime. La situazione è molto diversa nel cuore dell’Africa equatoriale, sopra il bacino del Congo, dove durante la prima stagione delle piogge si osserva un modesto spostamento verso nord e una riduzione progressiva dell’estensione latitudinale della cintura delle piogge da marzo a maggio.
Il paradigma della ZCIT correla anche la pioggia con l’ascensione atmosferica provocata dalla convergenza dei venti a basso livello. Tuttavia, i modelli di velocità verticale osservati durante le stagioni delle piogge equatoriali, rappresentate da aprile e novembre, sfidano questo scenario. La figura 11 illustra la velocità verticale attraverso l’omega lungo due transepti, evidenziando che, sebbene esistano aree limitate di ascensione associate alla posizione superficiale della ZCIT, queste non superano la media troposfera e coprono una banda latitudinale inferiore ai 10 gradi.
Queste aree di ascensione limitata coincidono anche con i picchi topografici e si manifestano in punti specifici lungo i transepti. All’interno dell’arco latitudinale della cintura pluviometrica, che varia approssimativamente da 5°N a 10°S in aprile e da 5°N a 15°S in novembre, la situazione è contraddistinta da una prevalenza di subsidenza a basso livello, che corrisponde largamente a zone di divergenza a basso livello o, al massimo, a una convergenza molto debole.
Questa disconnessione tra le zone di ascensione superficiale e la profonda colonna di ascensione, che si estende nell’alta troposfera sopra la cintura delle piogge, sottolinea che il legame tra moto verticale e pioggia non è un risultato modellato, ma si basa su dati indipendenti di rianalisi. Questo disaccoppiamento è particolarmente evidente a novembre e indica che la ZCIT non dovrebbe essere considerata come il principale fattore delle piogge stagionali nella regione equatoriale dell’Africa.

Analisi della Figura 8: Distribuzione media delle precipitazioni in aprile e novembre (1979-2014)
La Figura 8 rappresenta le medie mensili delle precipitazioni in millimetri, registrate durante i mesi di aprile e novembre, per il periodo dal 1979 al 2014, per l’Africa equatoriale e le aree limitrofe. Sono presentate due mappe distinte che illustrano i pattern pluviometrici per ciascun mese, permettendo un confronto stagionale diretto e visivo delle variazioni climatiche in queste regioni equatoriali.
- Aprile (Mappa Superiore):
- Le precipitazioni massime si concentrano lungo una banda trasversale che si estende attraverso il continente da est a ovest, situata prevalentemente all’equatore. Questa distribuzione è indicata dalle aree più scure della mappa, che denotano un’intensa attività pluviometrica, tipica della presenza della Zona di Convergenza Intertropicale (ZCIT).
- Le regioni costiere dell’Africa Occidentale e Orientale registrano precipitazioni moderate, rappresentate da tonalità di grigio più chiare, suggerendo una minore attività convettiva rispetto al cuore equatoriale del continente.
- Novembre (Mappa Inferiore):
- Analogamente alla mappa di aprile, le precipitazioni si manifestano lungo una fascia equatoriale, sebbene l’intensità complessiva sembri ridursi e l’estensione delle precipitazioni intense sia leggermente minore. Questo può riflettere un posizionamento stagionale differente della ZCIT, che si sposta latitudinalmente rispetto ai mesi di aprile.
- Le aree settentrionali e meridionali dell’Africa equatoriale mostrano una riduzione delle precipitazioni in novembre, indicando un possibile spostamento della ZCIT verso sud, come osservato in altri studi climatici.
Discussione Generale: Queste osservazioni illustrano chiaramente la dinamica stagionale delle precipitazioni nella regione equatoriale, influenzata significativamente dal movimento annuale della ZCIT. Durante aprile, la ZCIT è tipicamente posizionata più a nord, massimizzando le precipitazioni in questa regione, mentre a novembre, il suo spostamento verso sud modera le precipitazioni e altera la loro distribuzione geografica. La variazione delle precipitazioni tra i due mesi evidenzia l’importante ruolo della ZCIT nel modulare i regimi pluviometrici equatoriali e sub-equatoriali.
In conclusione, la Figura 8 fornisce un’importante visualizzazione della variabilità stagionale delle precipitazioni in Africa equatoriale, sottolineando l’influenza predominante della dinamica della ZCIT sul clima regionale. Queste mappe sono quindi essenziali per comprendere i pattern climatici annuali e per pianificare risposte adattive ai cambiamenti climatici in queste regioni vulnerabili.

La Figura 9 offre una rappresentazione dettagliata dei venti vettoriali medi e della divergenza atmosferica a 925 hPa, coprendo i mesi di gennaio, aprile, agosto e novembre. In questa analisi, è stato scelto di visualizzare solo ogni terzo vettore per evitare un’eccessiva sovrapposizione e per migliorare la leggibilità delle dinamiche del vento su larga scala.
Analisi Stagionale dei Venti e della Divergenza:
- Gennaio:
- Il mese di gennaio mostra predominanza di venti da nord-est nell’emisfero settentrionale, caratteristici dell’harmattan, un vento secco che trasporta sabbia dal Sahara verso le regioni meridionali più umide.
- Le aree di divergenza, evidenziate in rosso, sono minimamente presenti e indicano regioni dove i flussi d’aria tendono a disperdersi, potenzialmente portando a condizioni atmosferiche più secche.
- Aprile:
- In aprile, i venti manifestano una convergenza significativa lungo l’equatore, segnando la posizione della Zona di Convergenza Intertropicale (ZCIT). Qui, i venti da sud-est e da nord-est si incontrano, creando un ambiente favorevole per l’ascesa dell’aria e per l’attività convettiva, come si osserva dalle ampie aree blu.
- Questo mese segna un periodo di transizione con un incremento delle precipitazioni e un aumento dell’umidità atmosferica nelle regioni equatoriali.
- Agosto:
- Agosto evidenzia l’intensificarsi dell’attività convettiva, specialmente lungo l’equatore e nelle regioni settentrionali, in linea con il picco della stagione delle piogge.
- Il flusso dominante del monsone da sud-ovest è visibile, portando umidità e venti robusti verso l’interno, che incontrano l’aria più secca del nord. Questo fenomeno è rappresentato dalla notevole convergenza (zone blu) che caratterizza il clima di questo periodo.
- Novembre:
- Con l’arrivo di novembre, i venti da nord-est iniziano a predominare nuovamente, accompagnando lo spostamento verso sud della ZCIT, in seguito al movimento apparente del sole verso l’emisfero meridionale.
- La divergenza si fa più marcata in questo mese, segnalando una riduzione delle precipitazioni e l’avvicinarsi della stagione secca per molte aree dell’Africa equatoriale.
Conclusioni: Queste mappe forniscono una visione chiara e scientificamente robusta delle variazioni stagionali dei venti e delle zone di convergenza e divergenza a 925 hPa, essenziali per comprendere il ciclo stagionale delle precipitazioni in Africa. La convergenza a questa quota è un indicatore di ascensione dell’aria e di formazione di precipitazioni, mentre la divergenza suggerisce movimenti d’aria discendenti e condizioni più aride. Queste dinamiche di vento sono cruciali per delineare i cambiamenti stagionali del clima e per prevedere le distribuzioni pluviometriche attraverso il continente.

La Figura 10 illustra l’andamento delle precipitazioni rispetto alla latitudine lungo due transepti a 16°E e 25°E, come indicato nella precedente Figura 7, per le stagioni delle piogge equatoriali divise in due periodi: marzo-maggio e ottobre-dicembre. In basso a ciascun pannello è anche indicata l’altitudine superficiale, offrendo un contesto aggiuntivo per l’analisi delle precipitazioni.
Analisi dei Dati per Stagione e Longitudine:
- 16°E (Pannelli a Sinistra):
- Marzo-Maggio: Si osserva una marcata intensificazione delle precipitazioni in aprile, con un picco significativo vicino all’equatore, dove la Zona di Convergenza Intertropicale (ZCIT) è tipicamente più attiva durante questi mesi. Le curve mostrano che la massima precipitazione si verifica in aprile, seguita da un leggero decremento in maggio.
- Ottobre-Dicembre: Le precipitazioni diminuiscono marcatamente in questo periodo, con un leggero incremento in novembre, il che suggerisce una spostamento più meridionale della ZCIT, o un ritardo nella sua migrazione stagionale verso sud.
- 25°E (Pannelli a Destra):
- Marzo-Maggio: Simile al transepto a 16°E, anche qui le precipitazioni raggiungono il loro picco in aprile, indicando la presenza della ZCIT vicino all’equatore. La curva di aprile evidenzia il picco massimo di precipitazioni, con una riduzione in maggio che segue il progressivo spostamento della ZCIT verso nord.
- Ottobre-Dicembre: In contrasto con il transepto a 16°E, questo transepto mostra un aumento delle precipitazioni iniziando da ottobre e persistendo fino a dicembre, con il picco in novembre. Questo potrebbe riflettere un’influenza locale di pattern climatici che mantengono l’umidità e le precipitazioni più a lungo nella regione o una diversa dinamica della ZCIT a questa longitudine.
Considerazioni sull’Orografia:
- Le linee marroni che rappresentano l’elevazione mostrano come l’altitudine possa influenzare le precipitazioni. Le regioni montuose, evidenziate da altitudini maggiori, possono intensificare le precipitazioni attraverso meccanismi di sollevamento orografico, che forza l’aria umida in ascensione a raffreddarsi e condensarsi.
Conclusioni Scientifiche: Questa visualizzazione dettagliata delle precipitazioni rispetto alla latitudine fornisce un quadro chiaro dell’impatto stagionale e geografico della ZCIT e dell’orografia sul regime delle piogge equatoriali. Comprendere queste dinamiche è vitale per prevedere gli impatti climatici su agricoltura, gestione delle risorse idriche e mitigazione dei rischi legati ai cambiamenti climatici nelle regioni equatoriali africane.
Sommario e Conclusioni
La Zona di Convergenza Intertropicale (ZCIT) sull’Africa è stata a lungo motivo di dibattito. Le concezioni prevalenti sulla ZCIT nell’Africa equatoriale sono spesso il risultato di nozioni vaghe sulla circolazione atmosferica africana, e molte delle teorie originali si basavano su congetture. Nonostante i meteorologi tropicali abbiano da tempo messo in dubbio l’adeguatezza del paradigma della ZCIT per descrivere il ciclo stagionale dell’Africa equatoriale, l’uso di tale paradigma continua a persistere.
L’analisi della struttura del campo di movimento durante le stagioni delle piogge di primavera e autunno boreali nelle regioni centrali e occidentali dell’Africa equatoriale ha rivelato poche somiglianze con il classico paradigma della ZCIT, che prevede una convergenza in superficie che porta direttamente a movimenti ascendenti e, di conseguenza, a precipitazioni. Invece, si osserva che una notevole subsidenza a basso livello caratterizza le aree di massima piovosità, causata dalla divergenza delle brezze montane provenienti dalle alture circostanti (Jackson et al. 2009). L’ascesa associata alla cintura pluviometrica tropicale africana ha inizio più in alto nell’atmosfera, dimostrando chiaramente che la progressione latitudinale delle stagioni delle piogge equatoriali non segue quella di una zona di convergenza superficiale.
Inoltre, il paradigma della ZCIT suggerisce uno spostamento progressivo verso nord della cintura pluviometrica durante la prima stagione delle piogge e uno spostamento verso sud nella seconda stagione delle piogge. Tale modello è osservabile solo a 25°E e solamente nella seconda stagione delle piogge. I dati mostrati nella Figura 10 indicano che durante la prima stagione delle piogge, piuttosto che uno spostamento, si verifica una contrazione progressiva della cintura delle piogge, con il margine settentrionale che mostra piccole variazioni da un mese all’altro.
Se il paradigma della ZCIT è errato, sorge spontanea la domanda su cosa determini effettivamente il ciclo stagionale nell’Africa equatoriale, una regione notevole per la frequenza di temporali intensi e attività convettiva. Questo interrogativo esula dagli obiettivi di questo articolo, ma altri studi hanno identificato vari fattori potenziali. Uno di questi riguarda le tempeste che si formano nelle alte terre intorno al bacino del Congo, che si spostano nel bacino durante la notte quando prevale il flusso catabatico (Jackson et al. 2009). Le alte terre dell’Africa orientale, situate sul margine orientale del bacino del Congo, giocano un ruolo cruciale nell’innesco di sistemi convettivi a mesoscala che si propagano verso ovest attraversando le latitudini equatoriali (Hartman 2017, manoscritto sottoposto a Mon. Wea. Rev.). Lo sviluppo intenso di questi temporali sul bacino del Congo è favorito da alti livelli di temperatura potenziale equivalente e di energia potenziale convettiva disponibile (CAPE) durante entrambe le stagioni delle piogge (Hartman 2017, manoscritto sottoposto a Mon. Wea. Rev.). Anche i campi di movimento associati ai getti barici di media quota sembrano favorire l’ascesa (Nicholson e Grist 2003; Jackson et al. 2009).
Altri fattori, come l’energia statica media, l’energia statica media saturata e l’umidità integrata verticalmente dall’Oceano Indiano, sono stati evidenziati da Yang et al. (2015) per la regione equatoriale orientale. È fondamentale considerare anche il ruolo dell’orografia nello sviluppo dei sistemi portatori di pioggia e fenomeni su larga scala come l’oscillazione di Madden-Julian (Berhane e Zaitchik 2014) e le celle verticali sull’Oceano Indiano (Hastenrath et al. 2011; Nicholson 2015; Nicholson et al. 2017, manoscritto sottoposto a Global Planet. Change).
I primi meteorologi che proposero il paradigma della ZCIT non disponevano degli strumenti avanzati di cui disponiamo oggi. Le immagini satellitari, i dataset di rianalisi, i risultati degli esperimenti sul campo e i modelli generati da computer consentono una rappresentazione molto più dettagliata dell’atmosfera, sia in orizzontale che in verticale. Questi strumenti hanno portato alla revisione del modello del monsone sull’Africa occidentale e devono essere applicati per approfondire la nostra comprensione del ciclo stagionale sull’Africa equatoriale. È evidente che il paradigma attuale sulla ZCIT e la sua migrazione stagionale non spiega adeguatamente il ciclo stagionale in questa regione.
https://journals.ametsoc.org/view/journals/bams/99/2/bams-d-16-0287.1.xml
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