Hazel Reade1*, Jennifer A. Tripp1, Sophy Charlton2, Sonja Grimm3, Kerry L. Sayle4

,

Alex Fensome1

, Thomas f. G. Higham5

, Ian Barnes2 & Rhiannon e. Stevens1

Lo studio di Hazel Reade e colleghi, Radiocarbon chronology and environmental context of Last Glacial Maximum human occupation in Switzerland, rappresenta un contributo particolarmente rilevante per comprendere il rapporto tra dinamiche climatiche estreme, disponibilità ecologica del paesaggio e mobilità dei gruppi umani paleolitici nell’Europa centrale durante il Last Glacial Maximum, cioè la fase culminante dell’ultima glaciazione. In termini paleoclimatici, il LGM non deve essere inteso come un momento uniforme e statico, ma come un intervallo complesso, collocato approssimativamente tra 26.500 e 19.000 anni fa, durante il quale le calotte glaciali raggiunsero una notevole espansione e il clima europeo fu caratterizzato da condizioni fredde, aride e fortemente instabili. La Svizzera, in questo quadro, costituiva un ambiente di frontiera glaciale: gran parte del territorio era occupato o direttamente condizionato dall’espansione della calotta alpina, mentre le aree libere dai ghiacci, soprattutto a nord del Giura, erano inserite in un mosaico ecologico dominato da permafrost, tundra steppica, vegetazione erbacea resistente e paesaggi aperti di tipo periglaciale. Proprio per questo motivo, l’esistenza di tracce di frequentazione umana a Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle, località poste a meno di 50 km dal margine massimo della calotta glaciale alpina, assume un valore archeologico e paleoambientale di grande importanza: essa dimostra che anche ambienti apparentemente marginali e severi potevano essere inclusi, almeno episodicamente, nei territori di mobilità dei cacciatori-raccoglitori del Paleolitico superiore. 

L’elemento centrale dello studio risiede nella revisione cronologica delle evidenze svizzere attraverso nuove datazioni al radiocarbonio AMS applicate a ossa di renna recanti tracce di macellazione antropica. Questo aspetto è metodologicamente decisivo, perché la semplice presenza di resti faunistici in un sito non basta a stabilire un’occupazione umana: sono invece le tracce di taglio, associate alla datazione diretta del reperto modificato dall’uomo, a fornire una connessione robusta tra cronologia, attività antropica e ambiente frequentato. Reade et al. hanno riesaminato quattro ossa di Rangifer tarandus provenienti da Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle, utilizzando protocolli moderni di estrazione e purificazione del collagene, compresa l’ultrafiltrazione, una procedura particolarmente utile per ridurre il rischio di contaminazione da carbonio moderno nei campioni paleolitici. I risultati indicano che l’occupazione umana documentata in Svizzera durante il LGM fu probabilmente confinata a una finestra molto breve, compresa all’incirca tra 23.400 e 22.800 anni calibrati BP, quindi non distribuita lungo un ampio arco cronologico, ma concentrata in una fase specifica e climaticamente significativa. 

Questa restrizione temporale è uno degli aspetti più interessanti dello studio, perché colloca l’attività umana svizzera in corrispondenza del Greenland Interstadial 2, una breve fase di riscaldamento riconosciuta nella stratigrafia isotopica delle carote di ghiaccio groenlandesi. Le carote groenlandesi, in particolare attraverso il segnale δ¹⁸O, costituiscono uno degli archivi più importanti per ricostruire le brusche oscillazioni climatiche dell’ultimo periodo glaciale; il lavoro di Rasmussen et al. sulla stratigrafia INTIMATE ha fornito una cornice cronologica raffinata per questi eventi climatici rapidi. Nel caso svizzero, la sovrapposizione tra le nuove date radiocarboniche e GI-2 suggerisce che la presenza umana non sia stata casuale, ma probabilmente favorita da una temporanea attenuazione delle condizioni glaciali più severe. Non si tratta necessariamente di un “periodo caldo” in senso moderno, ma di una finestra relativamente meno ostile, durante la quale la riduzione parziale della pressione glaciale, la possibile riorganizzazione delle precipitazioni alpine e una maggiore disponibilità ecologica nei paesaggi marginali avrebbero reso più praticabile la frequentazione umana dell’area. 

Il quadro paleoambientale ricostruito attraverso gli isotopi stabili di carbonio, azoto e zolfo aggiunge un ulteriore livello interpretativo. Le analisi su collagene osseo di renna mostrano valori di δ¹³C compatibili con una dieta nella quale i licheni avevano un ruolo importante, coerentemente con l’ecologia della renna in ambienti freddi, aperti e poveri di vegetazione arborea. Questo dato è significativo perché indica la presenza di risorse alimentari capaci di sostenere popolazioni di renne anche in prossimità dei margini glaciali. La renna, infatti, era una specie chiave dei paesaggi periglaciali pleistocenici: la sua capacità di sfruttare licheni e vegetazione bassa la rendeva adatta agli ambienti di tundra steppica, e la sua prevedibilità stagionale poteva costituire un fattore fondamentale per la pianificazione economica dei gruppi umani. In altre parole, la presenza umana in Svizzera durante questa fase non va interpretata come un insediamento stabile in senso sedentario, ma più probabilmente come una frequentazione logistica o stagionale legata allo sfruttamento di mandrie di renne in un ambiente temporaneamente accessibile. 

I valori di δ¹⁵N e δ³⁴S contribuiscono a definire meglio la natura del paesaggio. Secondo l’interpretazione proposta dagli autori, i valori intermedi di azoto suggeriscono un ambiente nel quale i processi del suolo erano ancora fortemente limitati dal freddo, dal permafrost e dalla bassa produttività biologica, ma non completamente assenti. Questo significa che il paesaggio non era un deserto glaciale sterile, bensì un sistema ecologico fragile ma funzionante, con suoli relativamente poco maturi e vegetazione sufficiente a sostenere erbivori specializzati. Anche il segnale dello zolfo è importante, perché può riflettere differenze geografiche, mobilità animale o cambiamenti locali nelle condizioni ambientali. Le differenze tra il campione di Y-Höhle e quelli di Kastelhöhle-Nord potrebbero indicare non un singolo episodio isolato, ma più momenti di frequentazione ravvicinati nel tempo, forse legati a variazioni nelle rotte di mobilità delle renne o nelle modalità di utilizzo del territorio da parte dei gruppi umani. 

Dal punto di vista archeologico, lo studio assume valore anche perché inserisce la Svizzera in una rete più ampia di siti dell’Europa centrale durante il LGM. Kastelhöhle-Nord, in particolare, ha restituito un insieme litico attribuito al Badegouliano o al Magdaleniano antico, tradizioni culturali del Paleolitico superiore diffuse nell’Europa centro-occidentale. La presenza di industrie litiche con affinità culturali in Germania, Austria e altre aree dell’Europa centrale suggerisce che durante queste brevi finestre climaticamente favorevoli potessero esistere connessioni tra gruppi umani distribuiti su ampi territori. Questo non implica necessariamente migrazioni continue o densità demografiche elevate, ma piuttosto una mobilità intermittente, forse organizzata lungo corridoi ecologici e faunistici, nei quali la disponibilità di prede come la renna costituiva il principale motore economico. La somiglianza cronologica tra i siti svizzeri e Kammern-Grubgraben in Austria, anch’esso rianalizzato mediante datazioni AMS ultrafiltrate, rafforza l’ipotesi di una fase relativamente sincronica di frequentazione umana in Europa centrale intorno a GI-2. 

La lettura più ampia che emerge dal lavoro di Reade et al. è quella di un’umanità paleolitica capace di inserirsi in ambienti estremi non in modo casuale, ma attraverso strategie altamente flessibili. I gruppi umani del LGM non occupavano il territorio secondo una logica uniforme; al contrario, sembrano aver risposto alle oscillazioni climatiche rapide sfruttando finestre temporali favorevoli, corridoi ecologici temporaneamente aperti e concentrazioni prevedibili di risorse animali. In questo senso, la Svizzera del LGM non fu necessariamente un rifugio stabile, ma un margine abitabile in modo episodico: un luogo in cui la presenza umana diveniva possibile solo quando clima, ghiaccio, suolo, vegetazione e fauna raggiungevano una combinazione sufficientemente favorevole. La datazione diretta delle ossa di renna macellate consente quindi di superare una visione generica dell’occupazione umana e di collocarla dentro una precisa finestra climatica, riducendo l’incertezza che aveva caratterizzato le cronologie precedenti. 

Tuttavia, è importante evitare una lettura eccessivamente deterministica. Lo studio svizzero sostiene con forza l’idea che GI-2 abbia favorito la frequentazione umana delle aree prossime al margine glaciale alpino, ma ricerche più recenti mostrano che il rapporto tra clima e presenza umana nell’Europa centrale durante il LGM potrebbe essere stato più complesso. Un lavoro del 2025 su Stránská skála IV, in Moravia, basato anch’esso su nuove datazioni radiocarboniche e analisi isotopiche, ha suggerito che alcuni gruppi umani poterono occupare ambienti dell’Europa centrale anche in condizioni fredde e aride, non necessariamente coincidenti con brevi fasi interstadiali. Questo non indebolisce il risultato svizzero; al contrario, lo raffina. Esso suggerisce che GI-2 possa aver rappresentato una finestra particolarmente favorevole per l’area alpina e giurassiana, mentre in altri contesti geografici gruppi umani dotati di strategie economiche e logistiche diverse potevano tollerare condizioni climatiche più severe. 

In definitiva, il valore dello studio di Reade e colleghi risiede nella sua capacità di unire cronologia, archeologia e paleoecologia in un’unica interpretazione coerente. La presenza umana nella Svizzera del LGM appare come un fenomeno breve, selettivo e strettamente connesso alle trasformazioni climatiche di scala regionale e continentale. Le datazioni AMS ultrafiltrate restringono l’occupazione a un intervallo compatibile con Greenland Interstadial 2; le analisi isotopiche indicano un paesaggio freddo, aperto, dominato da risorse di tundra e sostenuto dalla presenza della renna; il confronto con altri siti dell’Europa centrale suggerisce possibili connessioni culturali e territoriali su vasta scala. Ne emerge l’immagine di gruppi umani capaci di vivere ai margini del mondo glaciale non perché immuni al clima, ma perché in grado di leggerne le opportunità, adattarsi alla sua instabilità e trasformare brevi finestre ambientali in occasioni di mobilità, caccia e contatto culturale. In questa prospettiva, la Svizzera del LGM diventa un laboratorio prezioso per comprendere come le società paleolitiche affrontarono uno degli scenari climatici più estremi dell’ultimo ciclo glaciale, mostrando che anche nei paesaggi più severi la presenza umana poteva emergere là dove il clima, per un breve momento, allentava la sua pressione.

Cronologia radiocarbonica e contesto ambientale dell’occupazione umana in Svizzera durante il Last Glacial Maximum

Il lavoro di Hazel Reade e colleghi, dedicato alla cronologia radiocarbonica e al contesto ambientale dell’occupazione umana in Svizzera durante il Last Glacial Maximum, affronta una questione centrale per l’archeologia paleolitica europea: fino a che punto i gruppi umani del Paleolitico superiore furono in grado di occupare, anche solo episodicamente, ambienti prossimi ai margini glaciali durante una delle fasi climatiche più severe dell’ultimo ciclo glaciale. La Svizzera del LGM, collocabile in senso ampio tra circa 26.500 e 19.000 anni BP, era quasi interamente coperta dai ghiacci, con una limitata area libera a nord del Giura; proprio in questo contesto estremo, le evidenze archeologiche di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle assumono un significato straordinario, perché documentano una presenza umana a meno di 50 km dalla massima estensione della calotta glaciale alpina. Le datazioni precedenti indicavano una frequentazione compresa grossomodo tra 24.000 e 22.000 anni calibrati BP, ma tale intervallo era troppo ampio per stabilire se l’occupazione fosse avvenuta durante una fase genericamente glaciale oppure in corrispondenza di una breve oscillazione climatica più favorevole. Reade et al. affrontano precisamente questa incertezza attraverso nuove datazioni AMS su ossa di renna con tracce di taglio, associate ad analisi isotopiche stabili del collagene osseo, fornendo così un quadro integrato nel quale cronologia, ambiente e comportamento umano vengono letti congiuntamente. 

Il Last Glacial Maximum non deve essere interpretato come un evento perfettamente sincrono in tutte le regioni, ma come una fase tempo-trasgressiva dello stadio isotopico marino 2, durante la quale il massimo volume globale dei ghiacci, il minimo livello marino e i segnali isotopici più freddi non coincidono necessariamente in ogni archivio paleoclimatico. Questo punto è essenziale per comprendere il caso svizzero: l’avanzata glaciale alpina non fu semplicemente una risposta lineare a un raffreddamento uniforme, ma il risultato di interazioni complesse tra temperatura, precipitazioni, topografia e dinamica dei ghiacciai. Le simulazioni di Seguinot et al. sul ciclo glaciale alpino mostrano infatti che l’espansione dei ghiacciai nelle Alpi fu dinamica e spazialmente differenziata, con alcuni apparati glaciali capaci di raggiungere la massima estensione già intorno a 27.000 anni fa e altri più tardi, fino a circa 21.000 anni fa. In questo senso, il LGM alpino fu un paesaggio mobile, instabile e regionalmente eterogeneo, nel quale anche piccole modifiche della circolazione atmosferica o del bilancio nivale potevano tradursi in variazioni significative dell’estensione glaciale e della disponibilità ecologica nelle aree marginali. 

Il contesto climatico generale rimaneva tuttavia estremamente severo. A nord delle Alpi, durante questa fase, prevalevano condizioni fredde e aride, con temperature medie annue che potevano essere fino a 15 °C inferiori rispetto a quelle attuali. I paesaggi liberi dai ghiacci erano dominati da ambienti periglaciali, permafrost continuo, tundra e steppa fredda, con una vegetazione prevalentemente erbacea, costituita da graminacee, piante pioniere e comunità vegetali capaci di sopravvivere in condizioni di bassa produttività biologica. Non si trattava però di un deserto glaciale totalmente sterile. La presenza della renna, animale altamente adattato agli ecosistemi freddi e aperti, suggerisce l’esistenza di nicchie ecologiche sufficienti a sostenere popolazioni erbivore mobili. Per i gruppi umani paleolitici, queste mandrie potevano rappresentare una risorsa fondamentale, non solo alimentare, ma anche tecnologica e culturale: carne, grasso, pelli, tendini, ossa e palchi costituivano materiali essenziali per la sopravvivenza in ambienti freddi. L’occupazione umana della Svizzera durante il LGM va quindi interpretata non come insediamento stabile e continuo, ma come frequentazione selettiva, probabilmente stagionale o logistica, legata alla possibilità di sfruttare risorse animali in una finestra ambientale temporaneamente favorevole. 

Il dato più importante dello studio è la restrizione cronologica dell’occupazione umana. Le nuove determinazioni radiocarboniche su resti di renna con segni di macellazione indicano che la frequentazione di Kastelhöhle-Nord si colloca tra 23.450 e 22.733 anni calibrati BP con probabilità del 95%, mentre il campione di Y-Höhle restituisce un intervallo compreso tra 23.531 e 22.963 anni calibrati BP. Considerati congiuntamente, questi risultati suggeriscono che l’occupazione umana della Svizzera durante il LGM fu probabilmente concentrata tra circa 23.400 e 22.800 anni calibrati BP, cioè in una finestra molto più breve rispetto a quanto lasciavano supporre le datazioni precedenti. Questo affinamento cronologico è cruciale perché consente di mettere in relazione l’attività umana con il Greenland Interstadial 2, un breve episodio di riscaldamento registrato nelle carote di ghiaccio groenlandesi intorno a 23.300–22.800 anni BP. Rasmussen et al., attraverso la stratigrafia INTIMATE basata sui record sincronizzati di NGRIP, GRIP e GISP2, hanno mostrato come gli interstadiali e stadiali groenlandesi rappresentino oscillazioni climatiche rapide, riconoscibili attraverso variazioni del δ¹⁸O e del contenuto di polveri atmosferiche. Il fatto che le nuove date svizzere ricadano proprio in corrispondenza di GI-2 rafforza l’ipotesi che la presenza umana ai margini della calotta alpina sia stata favorita da una temporanea attenuazione delle condizioni più estreme. 

Questa correlazione, tuttavia, deve essere letta con prudenza scientifica. Gli stessi autori sottolineano che le incertezze cronologiche dei diversi archivi non permettono una sincronizzazione assoluta tra attività umana, ritiro glaciale locale e interstadiale groenlandese. Tuttavia, la sovrapposizione tra le date radiocarboniche, una fase di recessione glaciale alpina e una variazione positiva del δ¹⁸O negli speleotemi svizzeri suggerisce una convergenza significativa. Le ricerche sugli speleotemi alpini di Luetscher et al. hanno mostrato che le Alpi, agendo come barriera al trasporto meridiano dell’umidità, sono particolarmente sensibili agli spostamenti delle storm track nord-atlantiche durante le fasi glaciali. Successivamente, Spötl et al. hanno evidenziato che l’avanzata glaciale massima nelle Alpi europee fu probabilmente alimentata da intense nevicate autunnali e invernali, verosimilmente associate a sorgenti di umidità mediterranee. Questi studi aiutano a comprendere perché la dinamica glaciale alpina non dipendesse soltanto dal freddo, ma anche dalla distribuzione stagionale delle precipitazioni: un clima molto freddo ma secco poteva limitare l’accumulo glaciale, mentre un regime più nevoso poteva sostenere l’espansione dei ghiacci anche in presenza di variazioni termiche relativamente modeste. 

Le analisi isotopiche del collagene osseo di renna costituiscono l’altro pilastro dello studio. Il carbonio, l’azoto e lo zolfo non forniscono semplicemente informazioni dietetiche, ma permettono di ricostruire aspetti dell’ecologia animale, della vegetazione, dei suoli, dell’idrologia e potenzialmente della mobilità. I valori di δ¹³C delle renne svizzere, compresi tra circa −19,7‰ e −18,5‰, sono coerenti con quelli osservati in altre renne del Tardo Pleistocene europeo e riflettono verosimilmente una dieta con forte componente lichenica. Questo è un elemento paleoecologico molto importante, perché indica un ambiente freddo e aperto, nel quale i licheni potevano rappresentare una risorsa alimentare centrale per la renna, mentre altre forme di vegetazione risultavano più limitate. I valori di δ¹⁵N, compresi tra +2,5‰ e +3,9‰, suggeriscono condizioni ambientali povere, con suoli poco sviluppati, bassa attività microbica e processi biogeochimici compatibili con un paesaggio periglaciale prossimo ai ghiacci. In contesti glaciali, infatti, il δ¹⁵N degli erbivori può essere influenzato dalla maturità del suolo, dalla disponibilità di nutrienti, dalla temperatura, dalle precipitazioni e dalla presenza di permafrost, tutti elementi che agiscono sulla composizione isotopica della vegetazione consumata dagli animali. 

Particolarmente interessante è anche il ruolo dello zolfo. I valori di δ³⁴S del collagene osseo riflettono la composizione isotopica dello zolfo disponibile nell’ambiente, influenzata dalla geologia locale, dall’idrologia, dagli apporti atmosferici e dai processi microbici del suolo. Per questo motivo, il δ³⁴S può essere utilizzato sia come indicatore di mobilità e uso del paesaggio, sia come proxy paleoambientale sensibile alle condizioni idrologiche e microbiche. Nel caso svizzero, i valori relativamente bassi di zolfo e i valori intermedi di azoto possono essere interpretati come il segnale di un ambiente ancora freddo, ma forse temporaneamente meno ostile rispetto alle fasi più rigide del LGM. Gli autori ipotizzano che tali condizioni possano riflettere cambiamenti nei regimi di precipitazione alpina o un parziale disgelo/permeabilizzazione dei sistemi di permafrost in connessione con la breve fase di amelioramento climatico associata a GI-2. In termini archeologici, ciò significa che le popolazioni umane non entrarono in un ambiente “mite”, ma in un paesaggio glaciale ancora duro, nel quale una lieve attenuazione climatica poteva però essere sufficiente a migliorare la disponibilità di prede, l’accessibilità dei corridoi territoriali e la praticabilità stagionale delle aree libere dal ghiaccio. 

Dal punto di vista culturale, Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle si collocano in una posizione strategica per discutere le connessioni tra gruppi del Paleolitico superiore nell’Europa centrale. Le industrie litiche associate a Kastelhöhle-Nord sono state attribuite al Badegouliano o al Magdaleniano antico, tradizioni diffuse nell’Europa centro-occidentale, mentre altri siti grosso modo contemporanei dell’Europa centro-orientale sono spesso collegati all’Epigravettiano. La presenza di evidenze in Germania, Austria, Moravia e forse Polonia solleva la questione se durante brevi fasi climatiche più favorevoli si siano verificate espansioni episodiche delle popolazioni verso nord e verso le aree periglaciali, con possibili contatti culturali tra gruppi occidentali e orientali. In questa prospettiva, il caso svizzero non rappresenta soltanto una testimonianza locale, ma un tassello di una più ampia geografia culturale del LGM europeo, nella quale i margini glaciali non erano necessariamente barriere assolute, bensì ambienti attraversabili in determinate condizioni ecologiche e stagionali. 

È però necessario evitare una lettura rigidamente deterministica del rapporto tra clima e presenza umana. Lo studio di Reade et al. sostiene in modo convincente che l’occupazione svizzera fu probabilmente favorita da una breve fase di riscaldamento locale associata a GI-2, ma ricerche successive mostrano che in altre aree dell’Europa centrale la presenza umana durante il LGM poteva avvenire anche in condizioni fredde e aride. Uno studio del 2025 su Stránská skála IV, in Moravia, ha infatti proposto, attraverso nuove datazioni AMS ultrafiltrate e analisi isotopiche sui resti di cavallo, che l’occupazione del sito si collochi tra circa 24.100 e 23.000 anni calibrati BP, quindi prima di GI-2, in un ambiente aperto, freddo e arido, con temperature stimate circa 8,5 °C inferiori rispetto alla media attuale. Questo non contraddice il caso svizzero, ma lo arricchisce: suggerisce che il ruolo del clima fosse regionalmente variabile e mediato da ecologia, disponibilità di prede, strategie tecnologiche e reti di mobilità. In Svizzera, vicino alla calotta alpina, una finestra interstadiale poteva essere decisiva; in Moravia, invece, gruppi specializzati nella caccia al cavallo sembrano aver tollerato condizioni più severe. 

Nel complesso, il quadro che emerge è quello di una presenza umana breve, fragile ma altamente significativa, inserita in un paesaggio glaciale estremo e dinamico. Le nuove datazioni radiocarboniche su ossa di renna con tracce di taglio restringono l’occupazione svizzera a una finestra compatibile con GI-2; le analisi isotopiche indicano un ambiente freddo, aperto, dominato da risorse di tundra steppica e da renne probabilmente dipendenti dai licheni; gli archivi speleotemici e glaciologici mostrano che le Alpi risposero in modo sensibile alle variazioni di temperatura e precipitazione; il confronto con altri siti dell’Europa centrale suggerisce infine che il LGM non fu un vuoto umano assoluto, ma un periodo in cui la presenza dei cacciatori-raccoglitori fu intermittente, selettiva e fortemente condizionata dalla geografia delle risorse. La Svizzera del LGM appare quindi come un margine abitabile solo in circostanze particolari: non un rifugio stabile, ma una soglia ecologica attraversata quando il clima, per un breve intervallo, rese meno proibitivo il contatto tra esseri umani, renne e paesaggi prossimi al ghiaccio. In questa prospettiva, lo studio di Reade e colleghi contribuisce in modo sostanziale alla comprensione della resilienza paleolitica, mostrando che l’adattamento umano non fu semplicemente una risposta passiva al clima, ma una capacità di riconoscere e sfruttare finestre ambientali favorevoli all’interno di un mondo glaciale profondamente instabile.

Cronologia radiocarbonica, qualità del collagene e significato paleoambientale della Tabella 1 nello studio sull’occupazione umana del LGM in Svizzera

La Tabella 1 costituisce uno degli elementi più importanti dello studio di Reade e colleghi, perché raccoglie le determinazioni radiocarboniche AMS e le misure isotopiche del carbonio ottenute sul collagene osseo di resti di renna con tracce di taglio provenienti da Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle, due siti chiave per comprendere la presenza umana in Svizzera durante il Last Glacial Maximum. Il valore scientifico di questi dati risiede nel fatto che non si tratta di datazioni generiche su materiale faunistico associato in modo indiretto a un contesto archeologico, ma di datazioni eseguite su ossa di Rangifer tarandus direttamente modificate dall’attività umana. Questo aspetto è metodologicamente cruciale: una data ottenuta da un osso con segni di macellazione collega in modo molto più solido la cronologia del reperto all’azione antropica, riducendo il rischio di interpretare come “occupazione umana” una semplice presenza naturale di fauna nel sito. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, sottolinea infatti che le ossa di renna con tracce di taglio provenienti da Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle rappresentano le sole evidenze archeologiche direttamente databili per questo intervallo in Svizzera, un territorio allora posto ai margini della calotta glaciale alpina e quasi interamente dominato da condizioni periglaciali. 

Il primo elemento che emerge dalla tabella è la natura estremamente selettiva del campione. Tutti i reperti appartengono alla stessa specie, la renna, un erbivoro altamente adattato agli ambienti freddi, aperti e poveri di copertura arborea. I campioni provengono da elementi anatomici diversi — metatarso, tibia e falange — ma tutti recano tracce di taglio, indicando attività di trattamento della carcassa, probabilmente legata a macellazione, disarticolazione o sfruttamento delle risorse animali. A Y-Höhle è documentato il campione UPN-231, un metatarso di renna, mentre a Kastelhöhle-Nord sono registrati UPN-221, anch’esso metatarso, UPN-222, tibia, e UPN-223, prima falange. La presenza di tagli su elementi anatomici diversi suggerisce che l’interazione umana con le renne non fu marginale o casuale, ma rientrò in una più ampia economia di sfruttamento faunistico, nella quale la renna costituiva probabilmente una risorsa fondamentale per carne, midollo, pelli, tendini, ossa e materiali tecnici. In un ambiente collocato a meno di 50 km dalla massima estensione glaciale alpina, tale evidenza indica che i gruppi umani erano capaci di inserirsi, almeno episodicamente, in paesaggi estremi ma ecologicamente ancora produttivi. 

Sul piano tecnico, la tabella distingue tra datazioni precedentemente pubblicate e nuove datazioni prodotte dallo studio. Questa distinzione è fondamentale, perché l’obiettivo degli autori non era soltanto confermare la presenza umana, ma restringerne la cronologia attraverso procedure più moderne di pretrattamento del collagene. Negli ultimi decenni, la datazione radiocarbonica di ossa paleolitiche ha beneficiato dell’introduzione dell’ultrafiltrazione, una procedura che mira a rimuovere frazioni a basso peso molecolare e possibili contaminanti organici moderni dal collagene. Reade et al. ricordano che tale metodo può avere conseguenze rilevanti per i contesti paleolitici, dove anche piccole contaminazioni possono alterare in modo significativo l’età radiocarbonica ottenuta; allo stesso tempo, sottolineano la necessità di controlli rigorosi di qualità, poiché nessuna procedura analitica è di per sé immune da rischi metodologici. 

I dati della resa del collagene confermano la buona conservazione dei campioni. Nella tabella, i valori riportati per le nuove analisi vanno dal 2,9% del campione UPN-231 di Y-Höhle fino al 12,9% dei due duplicati del campione UPN-223 di Kastelhöhle-Nord. Anche i campioni di Kastelhöhle-Nord mostrano rese elevate: 8,8% per UPN-221, 10,6% per UPN-222 e 12,9% per UPN-223. Questi valori sono importanti perché la qualità del collagene è uno dei presupposti fondamentali per ottenere datazioni affidabili. Lo studio segnala che la conservazione del collagene nei campioni analizzati è eccellente e che i parametri chimici risultano comparabili a quelli del collagene in vivo, un elemento che rafforza la credibilità sia delle datazioni AMS sia delle interpretazioni isotopiche. 

Anche il rapporto C/N conferma la buona integrità del materiale organico. Nella tabella i valori oscillano tra 3,1 e 3,5 nelle misure riportate, con una forte concentrazione intorno a 3,3. Questo dato è particolarmente rilevante perché il rapporto atomico carbonio/azoto viene comunemente utilizzato come indicatore della qualità del collagene: valori coerenti con il collagene ben preservato riducono il rischio che il segnale isotopico o radiocarbonico sia stato alterato da contaminazioni, degradazione diagenetica o incorporazione di carbonio estraneo. Nel caso specifico, il fatto che i campioni datati mostrino rapporti C/N regolari rafforza l’affidabilità della cronologia proposta dagli autori e permette di interpretare le differenze tra vecchie e nuove date non come rumore casuale, ma come conseguenza di un affinamento metodologico. 

La parte più significativa della tabella riguarda le età radiocarboniche e le corrispondenti età calibrate. Le vecchie datazioni mostravano una dispersione più ampia: per esempio, il campione UPN-231 di Y-Höhle era stato datato a 18.875 ± 115 anni radiocarbonici BP, con un’età calibrata di 23.028–22.462 cal BP; il campione UPN-221 di Kastelhöhle-Nord a 18.530 ± 150 anni radiocarbonici BP, calibrato a 22.746–21.975 cal BP; il campione UPN-222 a 19.620 ± 140 anni radiocarbonici BP, calibrato a 24.016–23.230 cal BP; e UPN-223 a 19.200 ± 150 anni radiocarbonici BP, calibrato a 23.550–22.730 cal BP. Le nuove datazioni, invece, convergono in modo più coerente: UPN-231 restituisce 19.300 ± 90 anni radiocarbonici BP, calibrati a 23.531–22.963 cal BP; UPN-221 restituisce 19.140 ± 80 anni radiocarbonici BP, calibrati a 23.392–22.806 cal BP; UPN-222 restituisce 19.200 ± 90 anni radiocarbonici BP, calibrati a 23.450–22.867 cal BP; UPN-223, datato due volte come controllo interno, restituisce 19.110 ± 90 e 19.130 ± 80 anni radiocarbonici BP, con intervalli calibrati rispettivamente pari a 23.379–22.733 e 23.382–22.790 cal BP. Il dato più importante non è il singolo valore, ma la convergenza dell’insieme: le nuove date si addensano in una finestra molto stretta, compresa approssimativamente tra 23.500 e 22.700 anni cal BP.

Questa concentrazione cronologica cambia radicalmente l’interpretazione archeologica. Le vecchie date potevano suggerire una presenza umana più estesa nel tempo, distribuita tra circa 24.000 e 22.000 cal BP; le nuove date indicano invece che l’occupazione umana documentata in Svizzera durante il LGM fu probabilmente molto più breve. Gli autori dello studio propongono che, sulla base delle nuove evidenze radiocarboniche, la frequentazione umana della Svizzera sia avvenuta soprattutto tra circa 23.400 e 22.800 cal BP. Per Kastelhöhle-Nord, il modello bayesiano a singola fase colloca l’occupazione tra 23.450 e 22.733 cal BP con probabilità del 95%, mentre il campione di Y-Höhle ricade tra 23.531 e 22.963 cal BP. Questa differenza lieve, con Y-Höhle forse leggermente più antico rispetto a Kastelhöhle-Nord, suggerisce che la presenza umana non debba essere necessariamente interpretata come un unico episodio istantaneo, ma come una frequentazione breve, forse articolata in più momenti ravvicinati. 

La rilevanza paleoclimatica della tabella diventa evidente quando questi intervalli vengono messi in relazione con Greenland Interstadial 2. Le date calibrate ricadono infatti nella stessa finestra temporale di una breve fase di miglioramento climatico riconosciuta negli archivi groenlandesi e confrontata nello studio con il record isotopico NGRIP. Reade et al. osservano che il periodo di attività umana in Svizzera coincide, entro le incertezze cronologiche, con una fase di cambiamento nei regimi di precipitazione alpina e con una recessione glaciale locale, elementi che potrebbero aver reso più accessibili i paesaggi a nord del Giura. La correlazione non può essere considerata assoluta, perché gli archivi radiocarbonici, glaciologici e speleotemici hanno margini di incertezza propri, ma il quadro complessivo è coerente: l’occupazione umana sembra collocarsi non durante il massimo rigore climatico indistinto del LGM, bensì durante una breve finestra di attenuazione ambientale. 

Il confronto con gli studi sulle carote di ghiaccio groenlandesi è essenziale per comprendere il significato di questa coincidenza. Rasmussen e colleghi, nell’ambito della stratigrafia INTIMATE, hanno mostrato come le registrazioni groenlandesi ad alta risoluzione costituiscano un riferimento fondamentale per riconoscere brusche oscillazioni climatiche durante l’ultimo periodo glaciale. GI-2 rappresenta uno di questi episodi interstadiali, cioè una fase relativamente più mite inserita in un contesto ancora pienamente glaciale. Nel caso svizzero, la tabella mostra che i resti di renna modificati dall’uomo si collocano proprio in questo intervallo, suggerendo che anche un miglioramento climatico breve, forse dell’ordine di pochi secoli, potesse avere conseguenze ecologiche e archeologiche rilevanti. 

Il dato isotopico del carbonio arricchisce ulteriormente l’interpretazione. I valori δ¹³C riportati nella tabella per le nuove misure sono compresi tra −19,9‰ e −18,9‰ per Y-Höhle e Kastelhöhle-Nord, con valori molto coerenti nei duplicati di UPN-223 pari a −19,1‰. Questi valori rientrano nel campo tipico delle renne pleistoceniche europee e sono compatibili con una dieta nella quale i licheni avevano un ruolo importante. Lo studio sottolinea che le renne mostrano spesso valori di δ¹³C relativamente arricchiti rispetto ad altri erbivori perché consumano licheni, i quali risultano a loro volta arricchiti in ¹³C rispetto alle piante vascolari C3 presenti nello stesso ambiente. Questo aspetto è paleoecologicamente molto importante: se le renne potevano vivere in prossimità del margine glaciale, significa che il paesaggio non era biologicamente sterile, ma ospitava risorse sufficienti a sostenere erbivori specializzati. 

In termini antropologici, la tabella suggerisce dunque una relazione stretta tra clima, renna e mobilità umana. La presenza di ossa di renna tagliate, datate in modo diretto e concentrate cronologicamente in corrispondenza di GI-2, lascia immaginare gruppi umani capaci di sfruttare brevi finestre ambientali favorevoli ai margini del ghiaccio. Non è necessario ipotizzare un’occupazione stabile o annuale dell’area; anzi, gli stessi autori considerano possibile che la presenza umana nel nord della Svizzera rappresenti un uso breve, forse stagionale, delle mandrie locali o migratrici di renna durante condizioni climatiche temporaneamente più favorevoli. Le renne moderne possono mostrare sia comportamenti sedentari sia migrazioni stagionali a lunga distanza, e una variabilità simile è stata ipotizzata anche per le popolazioni pleistoceniche europee. Di conseguenza, Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle potrebbero riflettere non un insediamento permanente, ma episodi di caccia, macellazione e sosta legati alla disponibilità stagionale delle prede. 

La tabella assume infine un significato più ampio per il dibattito sull’occupazione dell’Europa centrale durante il LGM. Le nuove date svizzere mostrano una notevole sovrapposizione con quelle ottenute a Kammern-Grubgraben, in Austria, dove una serie di datazioni AMS ultrafiltrate ha ristretto l’attività umana a circa 23.400–22.850 cal BP. Questa convergenza suggerisce la possibilità di una fase relativamente breve ma più ampia di attività umana nell’Europa centrale, forse favorita dalle condizioni più miti di GI-2 e da una maggiore accessibilità ecologica dei territori periglaciali. Al tempo stesso, il quadro rimane prudente: altri siti, come Wiesbaden-Igstadt, Mittlere Klause, Langmannersdorf e Stranska Skala IV, hanno cronologie ancora troppo ampie o problematiche per stabilire con certezza un legame altrettanto stretto con GI-2. 

In sintesi, la Tabella 1 non deve essere letta come un semplice elenco tecnico di misure radiocarboniche e isotopiche, ma come una vera chiave interpretativa dell’intero studio. Essa mostra che i resti di renna con tracce di taglio provenienti da Y-Höhle e Kastelhöhle-Nord sono ben conservati, presentano parametri chimici affidabili, restituiscono nuove date AMS più coerenti e collocano l’attività umana in una finestra cronologica molto ristretta, centrata tra circa 23.400 e 22.800 cal BP. Allo stesso tempo, i valori di δ¹³C indicano una dieta delle renne compatibile con ambienti freddi, aperti e ricchi di licheni, coerenti con un paesaggio di tundra-steppa ai margini della calotta alpina. Ne emerge un quadro nel quale l’occupazione umana della Svizzera durante il LGM appare episodica, ecologicamente mirata e probabilmente favorita da una breve fase di miglioramento climatico. La forza della tabella sta proprio in questo: attraverso pochi campioni, ma analizzati con elevato rigore, essa permette di collegare la presenza umana, la dinamica delle renne, la qualità del collagene, la cronologia AMS e le oscillazioni climatiche rapide dell’ultimo periodo glaciale in un’unica interpretazione coerente.

Analisi al radiocarbonio e degli isotopi stabili: metodologia, affidabilità cronologica e ricostruzione paleoambientale dell’occupazione umana in Svizzera durante il Last Glacial Maximum

La sezione dedicata alle analisi al radiocarbonio e agli isotopi stabili nello studio di Reade e colleghi costituisce il fondamento metodologico dell’intera interpretazione archeologica e paleoambientale dell’occupazione umana in Svizzera durante il Last Glacial Maximum. La sua importanza deriva dal fatto che, in un contesto così antico e così vicino al margine della calotta glaciale alpina, la semplice attribuzione culturale o stratigrafica dei reperti non è sufficiente per ricostruire con precisione la presenza umana. È necessario, invece, disporre di una cronologia diretta, costruita su materiali effettivamente modificati dall’uomo, e di indicatori paleoecologici capaci di descrivere l’ambiente in cui quei gruppi si muovevano. In questo caso, le ossa di renna con tracce di taglio provenienti da Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle rappresentano una testimonianza eccezionale, perché permettono di collegare in modo diretto la datazione radiocarbonica all’attività antropica, evitando l’ambiguità che spesso caratterizza i reperti faunistici semplicemente associati a un livello archeologico. Lo studio mostra infatti che le nuove datazioni AMS su collagene osseo, associate alle analisi isotopiche di carbonio, azoto e zolfo, consentono di restringere l’occupazione umana svizzera durante il LGM a una finestra probabilmente compresa tra circa 23.400 e 22.800 anni calibrati BP, in coincidenza con il Greenland Interstadial 2, una breve fase di miglioramento climatico. 

Uno degli aspetti più rilevanti della sezione riguarda l’ultrafiltrazione del collagene osseo, una procedura che negli ultimi decenni ha modificato profondamente la datazione radiocarbonica dei contesti paleolitici. Il collagene è la frazione organica dell’osso più utilizzata per le datazioni al radiocarbonio, ma nei reperti antichi esso può essere alterato da processi diagenetici o contaminato da carbonio più recente. In materiali vecchi decine di migliaia di anni, anche una piccola quantità di carbonio moderno può produrre un’età apparentemente più giovane, falsando l’interpretazione cronologica. L’ultrafiltrazione viene impiegata proprio per separare e trattenere le frazioni molecolari più adatte alla datazione, rimuovendo componenti a basso peso molecolare potenzialmente contaminate. Il lavoro di Higham, Jacobi e Bronk Ramsey sull’uso dell’ultrafiltrazione presso l’Oxford Radiocarbon Accelerator Unit ha mostrato che questa tecnica può eliminare contaminanti non rimossi da procedure meno rigorose, assumendo particolare valore nei campioni ossei archeologici molto antichi. 

Tuttavia, la sezione sottolinea giustamente che l’ultrafiltrazione non deve essere considerata una soluzione automatica o infallibile. Alcuni studi hanno discusso la reale necessità di includerla sempre nei protocolli di preparazione del collagene, e gli stessi autori ricordano che l’uso degli ultrafiltri, se non accompagnato da procedure di pulizia rigorose, può persino introdurre ulteriori contaminanti. Questo passaggio è molto importante dal punto di vista epistemologico: la robustezza di una datazione radiocarbonica non dipende solo dalla tecnologia impiegata, ma dall’intero sistema di controllo qualità. Occorre valutare la resa del collagene, il rapporto carbonio/azoto, la coerenza tra misure duplicate, la qualità chimica del campione e la plausibilità stratigrafica e archeologica del risultato. In altre parole, una data radiocarbonica non è mai un semplice numero: è l’esito di un processo analitico complesso che deve essere verificato attraverso criteri chimici, fisici e contestuali. Proprio per questo Reade e colleghi scelgono di riesaminare le quattro ossa di renna già datate in precedenza, applicando la metodologia con ultrafiltrazione e i criteri di controllo dell’ORAU, così da rafforzare la cronologia dell’occupazione umana svizzera durante il LGM. 

Il valore di questa revisione cronologica è particolarmente alto perché riguarda un periodo nel quale la presenza umana in Europa centrale era probabilmente discontinua, fragile e fortemente condizionata dall’ambiente. Durante il Last Glacial Maximum, la Svizzera era quasi interamente coperta dai ghiacci e solo una limitata area a nord del Giura rimaneva libera dalla calotta alpina. In questo contesto, l’identificazione di attività umane a Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle non indica necessariamente una presenza stabile o permanente, ma più verosimilmente una frequentazione episodica di ambienti marginali, legata a finestre ecologiche favorevoli. La nuova cronologia permette quindi di affrontare una questione decisiva: questi gruppi umani occuparono la Svizzera durante una fase qualunque del LGM, oppure approfittarono di una breve oscillazione climatica più mite? La convergenza delle date con il Greenland Interstadial 2 suggerisce la seconda ipotesi, cioè che una fase relativamente meno ostile abbia favorito temporaneamente l’accessibilità del territorio, la disponibilità di risorse animali e forse la mobilità delle popolazioni paleolitiche lungo i margini glaciali. 

La seconda componente della sezione riguarda le analisi isotopiche stabili del collagene osseo, che costituiscono uno strumento fondamentale per trasformare il reperto archeologico in archivio paleoecologico. Il collagene conserva infatti informazioni isotopiche legate alla dieta dell’animale, all’ambiente in cui esso viveva e, in alcuni casi, alla sua mobilità. Nel caso delle renne svizzere, gli autori analizzano i rapporti isotopici del carbonio, dell’azoto e dello zolfo, indicati rispettivamente come δ¹³C, δ¹⁵N e δ³⁴S. Questi tre sistemi isotopici non forniscono lo stesso tipo di informazione, ma, se letti insieme, permettono di ricostruire un quadro ambientale più ricco. Gli isotopi del carbonio sono legati soprattutto alla dieta e alla struttura della vegetazione; quelli dell’azoto riflettono sia il livello trofico sia le condizioni pedologiche e climatiche; quelli dello zolfo sono sensibili alla geologia locale, all’idrologia, agli apporti atmosferici e ai processi microbici del suolo. Studi multi-isotopici recenti sugli ungulati del Tardo Pleistocene confermano che l’integrazione di carbonio, azoto e zolfo nel collagene osseo può rivelare differenze di nicchia ecologica, uso del paesaggio e plasticità comportamentale nelle specie erbivore, inclusa la renna. 

Il δ¹³C assume un significato particolarmente interessante nel caso della renna. Questa specie tende spesso a mostrare valori di carbonio relativamente arricchiti rispetto ad altri erbivori, perché nella sua dieta i licheni possono avere un ruolo importante. I licheni, infatti, possiedono firme isotopiche diverse rispetto a molte piante vascolari C3 e possono influenzare sensibilmente il valore del collagene osseo degli animali che li consumano. Nei paesaggi freddi, aperti e poveri di copertura arborea del LGM, la presenza di renne con segnali isotopici compatibili con un consumo significativo di licheni suggerisce l’esistenza di ambienti di tundra-steppa ancora ecologicamente funzionali, nonostante la prossimità della calotta glaciale. Questo punto è essenziale: l’area svizzera frequentata dagli esseri umani non era un paesaggio “abitabile” in senso moderno, ma non era neppure un deserto biologico privo di risorse. Era piuttosto un ambiente estremo, freddo e aperto, nel quale specie altamente adattate come la renna potevano trovare risorse sufficienti, e dove i gruppi umani potevano inserirsi temporaneamente attraverso strategie di caccia specializzate. 

Il δ¹⁵N permette invece di ampliare la lettura dal piano alimentare a quello ambientale. Nei mammiferi erbivori, i valori di azoto del collagene non dipendono soltanto dalla posizione trofica, ma anche dai processi che regolano l’azoto nei suoli e nelle piante. Temperatura, precipitazioni, maturità del suolo, disponibilità di nutrienti, attività microbica e presenza di permafrost possono influenzare il segnale isotopico trasmesso dalla vegetazione agli erbivori. In Europa durante il Tardo Pleistocene, valori relativamente bassi di δ¹⁵N sono stati spesso messi in relazione con ambienti freddi, suoli poco sviluppati, ridotta attività microbica e prossimità a masse glaciali. Nel caso di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle, l’analisi dell’azoto contribuisce dunque a delineare un paesaggio periglaciale severo, caratterizzato da bassa produttività e da processi pedologici limitati, ma comunque capace di sostenere comunità erbivore adattate al freddo. Le analisi isotopiche su ossa e denti sono ormai considerate archivi bioarcheologici importanti per ricostruire condizioni paleoclimatiche e paleoambientali, proprio perché collegano la fisiologia animale alle caratteristiche degli ecosistemi in cui gli animali vivevano. 

Il δ³⁴S aggiunge un ulteriore livello interpretativo, spesso meno immediato ma molto prezioso. Lo zolfo nel collagene osseo riflette le forme di zolfo disponibili nell’ambiente, che a loro volta dipendono dalla geologia del substrato, dalle acque sotterranee, dagli apporti atmosferici e dai processi microbici. Per questa ragione, il δ³⁴S viene spesso utilizzato negli studi archeologici come indicatore della mobilità animale e dell’uso del paesaggio: animali che si nutrono in aree geologicamente o idrologicamente differenti possono acquisire firme isotopiche dello zolfo diverse. Tuttavia, la sezione sottolinea un aspetto ancora più interessante: il δ³⁴S può funzionare anche come proxy paleoambientale, perché variazioni nei processi idrologici e microbici possono modificare il segnale isotopico incorporato nella catena alimentare. In un contesto glaciale come quello svizzero, tale informazione può essere particolarmente utile per valutare se le renne abbiano utilizzato paesaggi omogenei o differenziati, e se i cambiamenti climatici brevi abbiano prodotto modifiche riconoscibili nella disponibilità idrica, nell’attività biologica dei suoli o nei corridoi ecologici percorribili.

La scelta di analizzare non solo i quattro reperti datati, ma anche ulteriori sette ossa di renna provenienti dall’orizzonte intermedio di Kastelhöhle-Nord, rafforza l’impostazione dello studio. In questo modo gli autori non si limitano a ottenere una cronologia dei campioni antropizzati, ma cercano di costruire un quadro paleoambientale più ampio per il livello archeologico nel suo complesso. Questo approccio è scientificamente robusto perché evita di sovrainterpretare pochi reperti isolati e permette di confrontare le ossa direttamente datate con un insieme faunistico più esteso. La combinazione tra radiocarbonio AMS e isotopi stabili diventa così una forma di archeologia integrata: le date definiscono quando avvenne l’attività umana, mentre gli isotopi contribuiscono a spiegare in quale tipo di ambiente tale attività si svolse.

Il significato più profondo di questa sezione è dunque metodologico e interpretativo insieme. Dal punto di vista metodologico, essa mostra come la revisione di vecchie cronologie paleolitiche debba passare attraverso protocolli analitici aggiornati, controlli chimici rigorosi e datazioni dirette sui materiali più strettamente legati all’attività umana. Dal punto di vista interpretativo, essa dimostra che la presenza umana durante il LGM non può essere compresa separando archeologia e paleoclima: occorre invece ricostruire la relazione dinamica tra finestre climatiche, risorse animali, paesaggi periglaciali e strategie di mobilità. Nel caso svizzero, le ossa di renna non sono soltanto resti di caccia o macellazione, ma archivi multipli: conservano una data, una firma dietetica, un segnale ambientale e un indizio della capacità umana di sfruttare territori estremi durante brevi fasi favorevoli.

In conclusione, la sezione “Analisi al radiocarbonio e degli isotopi stabili” chiarisce perché lo studio di Reade e colleghi sia così rilevante per il dibattito sull’occupazione dell’Europa centrale durante il Last Glacial Maximum. L’ultrafiltrazione del collagene consente di ottenere datazioni più affidabili in contesti vulnerabili alla contaminazione; i controlli di qualità chimica garantiscono la solidità delle misure; gli isotopi stabili permettono di ricostruire dieta, ambiente, idrologia e potenziale mobilità delle renne; l’integrazione di tutti questi dati colloca l’attività umana svizzera in una breve finestra climatica compatibile con GI-2. Ne deriva l’immagine di gruppi paleolitici capaci di leggere e sfruttare un paesaggio glaciale instabile, entrando nei margini alpini non in modo permanente, ma quando una combinazione temporanea di clima, risorse e accessibilità territoriale rendeva possibile la frequentazione. In questo senso, la metodologia isotopica e radiocarbonica non è soltanto uno strumento tecnico, ma diventa il mezzo attraverso cui ricostruire la fragile relazione tra esseri umani, renne e ambienti glaciali alla fine del Pleistocene.

Risultati: conservazione del collagene, nuova cronologia radiocarbonica e segnali isotopici delle renne di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle

La sezione dei risultati dello studio dedicato all’occupazione umana della Svizzera durante il Last Glacial Maximum rappresenta il punto in cui le ipotesi cronologiche e paleoambientali formulate dagli autori trovano una verifica analitica concreta. I dati ottenuti sul collagene osseo delle renne provenienti da Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle non si limitano infatti a fornire una nuova serie di date al radiocarbonio, ma permettono di valutare contemporaneamente la qualità biochimica dei campioni, la durata dell’attività umana, la coerenza cronologica tra i due siti e il tipo di ambiente frequentato dagli animali e, indirettamente, dai gruppi umani che li cacciarono o ne sfruttarono le carcasse. In un contesto paleolitico così antico e così vicino alla massima espansione della calotta glaciale alpina, l’affidabilità del collagene è un requisito essenziale, perché ogni interpretazione successiva dipende dalla possibilità di considerare i campioni chimicamente integri e non alterati in modo significativo da processi diagenetici o da contaminazioni moderne.

Il primo risultato di grande rilievo è l’eccellente conservazione del collagene in entrambi i siti. Tutti i campioni analizzati hanno prodotto rese di collagene comprese tra il 2,9% e il 14,3%, valori che gli autori considerano comparabili a quelli ottenuti da campioni moderni preparati con la stessa metodologia. Questo è un dato estremamente importante, perché nei reperti ossei pleistocenici la sopravvivenza del collagene dipende da una serie di fattori ambientali, tra cui temperatura, umidità, pH del sedimento, attività microbica e condizioni di seppellimento. Nei contesti freddi e relativamente stabili, come quelli periglaciali, la conservazione può essere favorita, ma non è mai scontata. Il fatto che le ossa di renna abbiano restituito quantità di collagene così buone indica che il materiale organico originario è rimasto in larga parte preservato, rendendo i campioni particolarmente idonei sia alla datazione AMS sia alle analisi isotopiche stabili.

La qualità dei campioni è ulteriormente confermata dai rapporti atomici C:N, compresi tra 3,2 e 3,4. Questo intervallo è molto vicino a quello atteso per il collagene ben conservato e rappresenta uno dei criteri più utilizzati nella ricerca archeometrica per distinguere i campioni affidabili da quelli alterati. Se il rapporto carbonio/azoto si discosta troppo dai valori tipici del collagene in vivo, può indicare contaminazione, degradazione selettiva di alcune componenti organiche o incorporazione di materiale estraneo. Nel caso dei campioni svizzeri, invece, i valori risultano pienamente coerenti con un collagene integro. Anche il contenuto di carbonio, compreso tra il 41% e il 45%, e quello di azoto, compreso tra il 14% e il 16%, rafforzano questa valutazione, poiché rientrano nei parametri generalmente attesi per un collagene osseo ben preservato. La solidità di questi indicatori consente quindi agli autori di trattare le date radiocarboniche e i valori isotopici come dati robusti, e non come risultati potenzialmente compromessi da alterazioni post-deposizionali.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda anche lo zolfo. Il contenuto di zolfo nei campioni varia tra lo 0,14% e lo 0,19%, mentre i rapporti atomici C:S e N:S si collocano rispettivamente tra 625–785 e 190–245. Questi parametri vengono utilizzati per valutare la qualità del collagene anche in relazione alle analisi isotopiche dello zolfo, che possono essere più sensibili a contaminazioni o alterazioni ambientali. La buona integrità dei campioni, indicata da questi rapporti, è fondamentale perché il δ³⁴S viene interpretato non solo come potenziale indicatore di mobilità animale o utilizzo del paesaggio, ma anche come proxy di condizioni idrologiche, geologiche e microbiche locali. In altre parole, prima di attribuire un significato paleoambientale ai valori dello zolfo, è necessario dimostrare che essi derivino effettivamente dal collagene originario e non da processi successivi di alterazione. La sezione dei risultati chiarisce che questa condizione è soddisfatta.

Sul piano cronologico, le nuove determinazioni al radiocarbonio sono uno dei risultati più significativi dello studio. Esse rientrano nell’intervallo delle datazioni precedentemente pubblicate, ma indicano una durata molto più breve dell’attività umana rispetto a quanto suggerito dalle cronologie precedenti. Questo passaggio è centrale: le vecchie date, pur collocando la presenza umana nel pieno del LGM, lasciavano aperta la possibilità di un’occupazione distribuita su un arco temporale relativamente ampio. Le nuove datazioni, invece, restringono l’intervallo in modo netto e mostrano che l’attività umana documentata da questi reperti fu probabilmente concentrata in una finestra breve, forse di pochi secoli. In archeologia paleolitica, una simile restrizione cronologica è di enorme valore, perché permette di collegare l’occupazione umana non a un generico periodo glaciale, ma a una fase climatica specifica.

Il controllo interno effettuato sul campione UPN-223 è particolarmente importante. Gli autori hanno prodotto due nuove datazioni sullo stesso campione come verifica di qualità di laboratorio, e i risultati si sono rivelati statisticamente identici. Per questo motivo è stata calcolata una media ponderata sull’errore pari a 19.121 ± 60 anni radiocarbonici BP. Questo procedimento aumenta la precisione della datazione e mostra la coerenza interna delle misure. Il range complessivo rappresentato dalle nuove date va da 19.300 ± 90 a 19.121 ± 60 anni ¹⁴C BP. Poiché le età radiocarboniche non coincidono direttamente con le età calendariali, a causa delle variazioni nella concentrazione atmosferica di radiocarbonio nel passato, questi valori devono essere calibrati. Una volta calibrate, le date si collocano all’interno di una finestra che converge approssimativamente tra 23.500 e 22.700 anni cal BP.

Per Kastelhöhle-Nord, gli autori applicano un modello statistico bayesiano assumendo che i tre campioni appartengano alla stessa fase di attività nel sito. L’impiego della modellazione bayesiana è ormai uno degli strumenti più importanti nella costruzione delle cronologie archeologiche, perché consente di integrare le misure radiocarboniche con informazioni contestuali, stratigrafiche o interpretative. In questo caso, l’assunzione che i campioni rappresentino una medesima fase di attività permette di stimare in modo più preciso l’intervallo di occupazione del sito. Il risultato indica che l’attività umana a Kastelhöhle-Nord si colloca tra 23.450 e 22.733 anni calibrati BP con una probabilità del 95%. Il campione di Y-Höhle, invece, restituisce un intervallo calibrato compreso tra 23.531 e 22.963 anni BP, sempre con probabilità del 95%. La sovrapposizione tra questi intervalli suggerisce che i due siti, posti a breve distanza l’uno dall’altro, possano testimoniare episodi di frequentazione prossimi nel tempo, forse collegati a uno stesso quadro ecologico e climatico regionale.

Il significato archeologico di questa convergenza cronologica è notevole. Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle non documentano una presenza umana lunga e continua nella Svizzera glaciale, ma una frequentazione circoscritta, probabilmente episodica, avvenuta in un momento specifico del LGM. Questa finestra coincide con il Greenland Interstadial 2, una breve fase di miglioramento climatico riconosciuta nei record groenlandesi e probabilmente associata, nell’area alpina, a cambiamenti nei regimi di precipitazione e a una parziale recessione della calotta glaciale. È quindi plausibile che l’attività umana ai margini del ghiaccio alpino sia stata favorita da condizioni temporaneamente meno severe: non un clima mite in senso moderno, ma un ambiente leggermente più accessibile, con una maggiore disponibilità di risorse animali e forse con corridoi periglaciali più praticabili. In questo senso, i risultati radiocarbonici sostengono l’idea che i gruppi paleolitici sfruttassero finestre climatiche favorevoli per penetrare in ambienti che, durante le fasi più rigide del LGM, sarebbero stati difficilmente frequentabili.

Le analisi isotopiche stabili completano il quadro fornendo informazioni sull’ecologia delle renne e sulle condizioni ambientali del paesaggio. Ogni campione è stato analizzato in duplicato, con una riproducibilità molto elevata: migliore di ±0,1‰ per il δ¹³C, ±0,2‰ per il δ¹⁵N e ±0,3‰ per il δ³⁴S. Questo livello di precisione analitica è importante perché consente di interpretare le variazioni isotopiche osservate come segnali biologici o ambientali reali, e non come semplice rumore strumentale. I valori di δ¹³C delle renne di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle variano tra −19,7‰ e −18,5‰, mentre quelli di δ¹⁵N oscillano tra +2,5‰ e +3,9‰. Gli autori osservano che questi valori sono tipici delle renne del Tardo Pleistocene europeo e riflettono in larga misura la loro ecologia comportamentale e la specializzazione alimentare verso il consumo di licheni.

Il dato del carbonio è particolarmente significativo. Le renne tendono spesso ad avere valori di δ¹³C relativamente arricchiti rispetto ad altri erbivori perché i licheni, componente importante della loro dieta in ambienti freddi e aperti, presentano caratteristiche isotopiche diverse rispetto a molte piante vascolari C3. In un paesaggio di tundra-steppa ai margini della calotta alpina, la presenza di renne con valori compatibili con una dieta lichenica suggerisce che il territorio, pur estremamente freddo e povero di vegetazione arborea, fosse ecologicamente funzionale. Non si trattava dunque di un deserto glaciale completamente improduttivo, ma di un ambiente aperto, dominato da vegetazione bassa, licheni, graminacee e piante erbacee, capace di sostenere erbivori specializzati. Per i gruppi umani, la presenza di renne rappresentava una risorsa cruciale, perché questi animali fornivano carne, grasso, midollo, pelli, ossa e tendini, elementi essenziali per la sopravvivenza in un ambiente periglaciale.

Il δ¹⁵N aggiunge una dimensione più propriamente paleoambientale. I valori relativamente bassi, compresi tra +2,5‰ e +3,9‰, sono coerenti con ambienti freddi, suoli poco maturi, bassa disponibilità di nutrienti e ridotta attività microbica. Nel Tardo Pleistocene europeo, la prossimità alle calotte glaciali e la presenza di permafrost sono spesso associate a valori di azoto più bassi negli erbivori, perché i processi pedologici che regolano il ciclo dell’azoto risultano fortemente rallentati. In questo senso, le renne di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle confermano l’immagine di un ambiente severo, caratterizzato da bassa produttività biologica, ma non privo di risorse. La combinazione tra δ¹³C e δ¹⁵N suggerisce quindi un paesaggio freddo e aperto, con una vegetazione adatta al pascolo o al brucamento di erbivori specializzati, e con condizioni pedologiche ancora fortemente condizionate dalla vicinanza del ghiaccio.

Anche i valori di δ³⁴S offrono informazioni preziose. Le renne dell’orizzonte intermedio di Kastelhöhle-Nord presentano valori compresi tra −10,8‰ e −7,5‰, mentre il campione di Y-Höhle mostra un valore più basso, pari a −12,6‰. Lo zolfo isotopico nel collagene osseo può riflettere differenze nella geologia locale, nelle acque, negli apporti atmosferici, nei processi microbici del suolo e nei territori frequentati dagli animali. La differenza tra Y-Höhle e Kastelhöhle-Nord potrebbe quindi indicare una lieve diversità nell’uso del paesaggio, nelle aree di alimentazione delle renne o nelle condizioni idrologiche locali. È possibile che gli animali non appartenessero tutti alla stessa popolazione ecologica o che avessero sfruttato aree leggermente differenti prima di essere abbattuti o trasportati nei siti. Tuttavia, poiché i due siti sono vicini e i dati cronologici sono sovrapponibili, è più prudente interpretare questa differenza come indicazione di una certa variabilità ambientale locale all’interno di un paesaggio periglaciale complesso.

Nel complesso, i risultati dello studio restituiscono un quadro estremamente coerente. La qualità del collagene è eccellente, i parametri chimici confermano l’integrità dei campioni, le nuove date AMS restringono la presenza umana a una finestra breve e le analisi isotopiche descrivono un ambiente freddo, aperto e dominato da risorse tipiche della tundra-steppa. Questa convergenza tra dati cronologici e paleoecologici rafforza l’interpretazione secondo cui l’occupazione umana della Svizzera durante il LGM fu episodica, selettiva e probabilmente favorita da un breve miglioramento climatico. I gruppi umani non abitavano stabilmente un territorio glaciale inospitale, ma sembrano aver sfruttato una finestra ambientale nella quale la presenza di renne, la parziale accessibilità del paesaggio e forse una momentanea recessione del ghiaccio rendevano possibile la frequentazione dei margini alpini.

In conclusione, la sezione dei risultati mostra come pochi campioni, se ben conservati e analizzati con metodi rigorosi, possano modificare in modo sostanziale la comprensione di un intero contesto archeologico. Le ossa di renna di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle diventano così archivi multipli: conservano la traccia materiale dell’attività umana attraverso i segni di taglio, registrano una cronologia precisa attraverso il radiocarbonio AMS, documentano la qualità biochimica del collagene e riflettono, attraverso gli isotopi stabili, le condizioni ecologiche di un ambiente glaciale marginale. Il risultato finale è l’immagine di una presenza umana breve ma significativa, collocata in una fase specifica del LGM e legata a un paesaggio freddo, fragile ma ancora attraversabile. Proprio questa integrazione tra archeologia, cronologia e geochimica rende lo studio particolarmente importante per comprendere come i gruppi paleolitici fossero capaci di adattarsi ai margini estremi del mondo glaciale europeo.

Figura 2: cronologia calibrata dell’occupazione umana svizzera durante il LGM e sincronizzazione con il Greenland Interstadial 2

La Figura 2 dello studio di Reade e colleghi rappresenta uno dei passaggi più importanti per comprendere la relazione tra occupazione umana, oscillazioni climatiche rapide e abitabilità dei margini glaciali alpini durante il Last Glacial Maximum. La sua forza interpretativa risiede nel fatto che non si limita a mostrare una serie di datazioni radiocarboniche, ma le colloca direttamente in relazione con il record isotopico groenlandese NGRIP, uno degli archivi paleoclimatici più rilevanti per la ricostruzione delle variazioni climatiche abruptive dell’ultimo periodo glaciale. In questo modo, la figura permette di visualizzare se la presenza umana documentata a Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle debba essere interpretata come un fenomeno casuale all’interno del LGM oppure come una frequentazione strettamente connessa a una finestra climatica relativamente più favorevole.

Nella parte superiore della figura è riportato il record δ¹⁸O della carota di ghiaccio NGRIP, proveniente dalla Groenlandia settentrionale. Questo segnale isotopico è ampiamente utilizzato negli studi paleoclimatici perché riflette, pur con le necessarie cautele interpretative, le variazioni della temperatura e della circolazione atmosferica nell’area groenlandese. Durante le fasi più fredde, il δ¹⁸O tende ad assumere valori più negativi; durante gli episodi relativamente più miti, invece, i valori diventano meno negativi. La curva NGRIP mostra quindi una sequenza di oscillazioni climatiche rapide, tipiche dell’ultimo periodo glaciale, tra cui il Greenland Interstadial 2, collocato approssimativamente tra 23.300 e 22.800 anni BP. Questo interstadiale rappresenta una breve fase di attenuazione climatica all’interno di un contesto ancora pienamente glaciale, non un riscaldamento paragonabile alle condizioni interglaciali moderne. Tuttavia, anche un miglioramento climatico limitato, in un ambiente estremo come quello svizzero del LGM, poteva avere conseguenze ecologiche rilevanti, modificando l’accessibilità del territorio, la distribuzione delle risorse vegetali e la mobilità delle mandrie di renna.

La parte inferiore della figura presenta le datazioni radiocarboniche calibrate ottenute su ossa di renna con tracce di taglio provenienti dai due siti svizzeri. Le distribuzioni in rosso rappresentano le datazioni precedentemente pubblicate, mentre quelle in grigio rappresentano le nuove datazioni prodotte dallo studio mediante metodologie aggiornate di pretrattamento del collagene, inclusa l’ultrafiltrazione. Questa distinzione è metodologicamente decisiva. Le vecchie date mostravano una dispersione più ampia e potevano suggerire una presenza umana relativamente estesa nel tempo, compresa genericamente tra circa 24.000 e 22.000 anni calibrati BP. Le nuove datazioni, invece, risultano più coerenti tra loro e restringono sensibilmente la finestra cronologica dell’attività umana. Il dato visivo è molto chiaro: le distribuzioni grigie si concentrano soprattutto tra circa 23.500 e 22.800 anni calibrati BP, cioè in un intervallo che coincide in larga parte con il Greenland Interstadial 2.

Questo risultato è fondamentale perché modifica il modo in cui può essere interpretata l’occupazione umana della Svizzera durante il LGM. Se si considerassero solo le datazioni più antiche, si potrebbe pensare a una presenza umana distribuita lungo una fase più ampia del massimo glaciale. Le nuove determinazioni, invece, suggeriscono che l’occupazione fu molto più breve, episodica e probabilmente legata a condizioni ambientali particolari. In altre parole, la figura mostra che i gruppi umani non sembrano aver frequentato stabilmente questi territori durante tutto il LGM, ma piuttosto li avrebbero raggiunti in un momento specifico, quando il clima risultava temporaneamente meno ostile. Questo è coerente con l’ipotesi già avanzata in precedenza nello stesso ambito di ricerca, secondo cui le aree dell’Europa centrale prossime ai margini glaciali poterono essere occupate dai cacciatori-raccoglitori solo durante brevi episodi di miglioramento climatico.

Il confronto tra Y-Höhle e Kastelhöhle-Nord è particolarmente interessante. A Y-Höhle, la nuova datazione del campione UPN-231 mostra una distribuzione calibrata compresa tra 23.531 e 22.963 anni BP, mentre a Kastelhöhle-Nord le nuove date dei campioni UPN-221, UPN-222 e UPN-223 convergono all’interno di un intervallo modellato tra 23.450 e 22.733 anni BP. Questa sovrapposizione suggerisce che i due siti, distanti meno di 10 km l’uno dall’altro e situati sul margine nord-orientale del Giura, possano testimoniare una fase regionale di frequentazione umana piuttosto che episodi completamente indipendenti. La prossimità geografica e la coerenza cronologica rafforzano l’idea che questi luoghi facessero parte di un medesimo sistema territoriale, probabilmente utilizzato da gruppi mobili che seguivano la disponibilità stagionale delle renne o sfruttavano corridoi ecologici temporaneamente accessibili.

La fascia grigia verticale nella figura indica il Greenland Stadial 2.2, una breve fase di raffreddamento intercalata all’interno del Greenland Interstadial 2. Questo dettaglio è molto importante perché mostra che anche l’interstadiale non fu un periodo climaticamente uniforme. Le oscillazioni interne al GI-2 suggeriscono una notevole instabilità, con un breve ritorno a condizioni più fredde. La relazione tra questo episodio e la cronologia svizzera non può essere definita con certezza assoluta, perché le datazioni radiocarboniche e i record glaciali presentano margini di incertezza. Tuttavia, il fatto che le nuove date si collochino attorno a questa fase dimostra quanto fosse complesso il contesto climatico in cui avvenne la frequentazione umana. Non si trattò semplicemente di un “periodo caldo”, ma di una finestra climatica dinamica, segnata da variazioni rapide, durante la quale anche piccoli cambiamenti nella temperatura, nella copertura nevosa, nell’umidità o nella posizione del margine glaciale potevano alterare sensibilmente l’abitabilità del paesaggio.

Sul piano paleoambientale, la figura va letta insieme alle evidenze geomorfologiche e speleotemiche alpine. Studi condotti sugli speleotemi delle Alpi, come quelli di Luetscher e colleghi, hanno mostrato che durante il LGM il sistema alpino era sensibile alle variazioni della circolazione atmosferica e dei regimi di precipitazione. In Svizzera, una positiva escursione del δ¹⁸O negli speleotemi tra circa 23.230 e 22.759 anni BP è stata interpretata come indicativa di cambiamenti nelle sorgenti e nei percorsi delle precipitazioni, forse associati a una maggiore influenza di masse d’aria meridionali. Parallelamente, alcuni studi geomorfologici indicano che in questo intervallo potrebbe essersi verificata una fase di recessione della calotta glaciale alpina. La coincidenza, entro le incertezze, tra queste evidenze locali e il GI-2 suggerisce che il miglioramento climatico registrato in Groenlandia ebbe probabilmente una manifestazione anche nell’Europa centro-alpina, influenzando la dinamica glaciale e le condizioni ecologiche regionali.

In questo senso, la Figura 2 ha un valore che va oltre la semplice cronologia archeologica. Essa consente di collegare tre livelli di informazione: il record climatico ad alta risoluzione della Groenlandia, le nuove datazioni AMS delle ossa di renna modificate dall’uomo e il contesto paleoambientale alpino. La sovrapposizione tra questi livelli suggerisce che la presenza umana in Svizzera non fu indipendente dal clima, ma si inserì in un momento in cui il sistema glaciale e periglaciale poteva aver attraversato una fase di relativa apertura. La riduzione locale della pressione glaciale, una maggiore disponibilità di habitat di tundra-steppa e la presenza di renne avrebbero creato condizioni sufficienti per permettere a gruppi di cacciatori-raccoglitori di frequentare aree che, in fasi più fredde o più aride, sarebbero state probabilmente poco praticabili.

La scelta di datare direttamente ossa di renna con tracce di taglio è un altro elemento centrale per l’interpretazione della figura. In molti contesti paleolitici, le datazioni radiocarboniche possono derivare da materiali associati indirettamente all’attività umana, come resti faunistici non modificati o campioni provenienti dallo stesso livello stratigrafico. In questo caso, invece, le ossa datate portano segni di macellazione, cioè tracce fisiche dell’intervento umano. Ciò significa che la datazione non riguarda semplicemente la presenza della renna nel paesaggio, ma un episodio concreto di sfruttamento antropico dell’animale. Di conseguenza, la cronologia ottenuta è direttamente collegata alla presenza umana. Questo conferisce alla figura un peso archeologico molto forte: non si sta datando genericamente un ambiente faunistico, ma una vera interazione tra esseri umani e risorse animali.

Dal punto di vista delle strategie di sussistenza, la figura suggerisce un modello di occupazione altamente flessibile. Le popolazioni del Paleolitico superiore che attraversavano o frequentavano il margine alpino durante il LGM dovevano disporre di una conoscenza approfondita del territorio, delle rotte animali e delle finestre stagionali favorevoli. La renna, specie adattata agli ambienti freddi e aperti, costituiva una risorsa essenziale nelle economie paleolitiche dell’Europa glaciale. La sua presenza ai margini della calotta alpina indica che il paesaggio, pur severo, non era ecologicamente sterile. Era un ambiente di tundra-steppa, probabilmente dominato da vegetazione erbacea, licheni e comunità vegetali pioniere, in grado di sostenere mandrie mobili. I gruppi umani potevano sfruttare questi animali in modo opportunistico o pianificato, entrando nel territorio quando le condizioni climatiche e faunistiche lo rendevano vantaggioso.

La Figura 2 contribuisce anche al dibattito più ampio sull’occupazione dell’Europa centrale durante il LGM. Per molto tempo, il massimo glaciale è stato interpretato come una fase di forte contrazione demografica, con popolazioni umane concentrate in rifugi più meridionali o occidentali. Tuttavia, siti come Kastelhöhle-Nord, Y-Höhle, Kammern-Grubgraben, Langmannersdorf, Stranska Skala IV e altri contesti dell’Europa centrale mostrano che la situazione fu probabilmente più complessa. L’Europa centrale non fu necessariamente un vuoto umano totale, ma un mosaico di territori occupati in modo intermittente, con presenze brevi, discontinue e fortemente dipendenti dalle condizioni locali. La cronologia svizzera, per la sua vicinanza alla calotta alpina, rappresenta uno dei casi più estremi di questa capacità umana di sfruttare ambienti marginali.

Il confronto con Kammern-Grubgraben, in Austria, è particolarmente rilevante perché anche lì le datazioni ultrafiltrate indicano una fase di attività umana grosso modo contemporanea al GI-2. Questa possibile sincronizzazione tra siti alpini e centro-europei suggerisce che il breve miglioramento climatico possa aver favorito non solo l’accesso a specifici paesaggi marginali, ma anche una più ampia riorganizzazione della mobilità umana nell’Europa centrale. In questo quadro, le industrie litiche di Kastelhöhle-Nord, attribuite al Badegouliano o al Magdaleniano antico, assumono particolare interesse, perché potrebbero riflettere connessioni culturali con altre aree dell’Europa centro-occidentale. La figura, dunque, non parla soltanto di clima, ma anche di possibili reti di mobilità, contatto e diffusione culturale durante una fase breve ma significativa del LGM.

È comunque necessario mantenere una lettura prudente. La sovrapposizione cronologica tra le date archeologiche e il GI-2 non dimostra in modo meccanico che il clima sia stato l’unica causa della frequentazione umana. Le società paleolitiche non erano semplici comparse passive del cambiamento ambientale; possedevano tecnologie, strategie economiche, conoscenze territoriali e forme di organizzazione sociale che consentivano loro di adattarsi a condizioni difficili. Il clima fornì probabilmente una finestra di opportunità, ma furono le capacità umane di riconoscere e sfruttare quella finestra a rendere possibile l’occupazione. La figura va quindi letta non come prova di determinismo climatico, ma come evidenza di una relazione dinamica tra ambiente e comportamento umano.

Nel complesso, la Figura 2 dimostra che la presenza umana in Svizzera durante il Last Glacial Maximum fu molto probabilmente breve, concentrata e sincronizzata con una fase di relativo miglioramento climatico. Le nuove datazioni in grigio restringono l’intervallo dell’attività umana rispetto alle vecchie date in rosso, mostrando una maggiore coerenza cronologica e una più forte corrispondenza con il Greenland Interstadial 2. Il record NGRIP fornisce il riferimento climatico globale o almeno emisferico, mentre le date AMS sulle ossa di renna con tracce di taglio forniscono la prova archeologica diretta. L’integrazione di questi dati suggerisce che i gruppi umani frequentarono il margine glaciale svizzero non durante una fase qualsiasi del LGM, ma in un momento in cui il paesaggio periglaciale divenne temporaneamente più accessibile. La figura diventa così una sintesi visiva della tesi principale dello studio: l’occupazione umana della Svizzera durante il LGM non fu continua, ma episodica; non fu svincolata dal clima, ma probabilmente favorita da una breve oscillazione interstadiale; non rappresenta una contraddizione rispetto alla severità del massimo glaciale, ma una dimostrazione della capacità dei gruppi paleolitici di sfruttare le rare aperture ecologiche offerte da un mondo glaciale instabile.

Cronologia dell’insediamento umano in Svizzera e nell’Europa centrale durante il Last Glacial Maximum

La discussione proposta da Reade e colleghi sulla cronologia dell’insediamento umano in Svizzera durante il Last Glacial Maximum rappresenta uno dei nodi interpretativi più importanti per comprendere il rapporto tra oscillazioni climatiche rapide, dinamica glaciale alpina e mobilità dei gruppi paleolitici nell’Europa centrale. Le nuove evidenze radiocarboniche indicano che la presenza umana documentata in Svizzera si colloca con maggiore probabilità tra circa 23.400 e 22.800 anni calibrati BP, restringendo sensibilmente l’intervallo precedentemente ipotizzato. Questo dato è decisivo perché non permette più di immaginare una frequentazione lunga e continua dell’area svizzera durante il LGM, ma suggerisce piuttosto una presenza episodica, concentrata in una finestra temporale breve e potenzialmente collegata a un momento di miglioramento ambientale. Gli autori precisano che non si può escludere in modo assoluto una presenza umana in Svizzera anche prima o dopo questo intervallo, ma allo stato attuale non esistono evidenze archeologiche dirette che la supportino. La forza dello studio risiede proprio nella prudenza metodologica: esso non estende l’interpretazione oltre ciò che i dati consentono, ma mostra che le ossa di renna con tracce di taglio provenienti da Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle costituiscono, per ora, la base più solida per definire la cronologia dell’occupazione umana svizzera durante il massimo glaciale. 

Il significato di questa finestra cronologica diventa ancora più rilevante se viene inserito nel quadro paleoambientale alpino. L’intervallo compreso tra circa 23.400 e 22.800 cal BP coincide infatti, entro i margini di incertezza, con la fine di una fase di recessione dei ghiacciai alpini e con un cambiamento nei regimi di precipitazione registrato negli archivi speleotemici regionali. In questo senso, la presenza umana non appare come un’anomalia isolata in un paesaggio glaciale totalmente inospitale, ma come il possibile esito di una breve riorganizzazione ambientale che rese temporaneamente più accessibili le aree poste a nord del Giura e ai margini della calotta alpina. Gli autori collegano questa fase locale di miglioramento ambientale al Greenland Interstadial 2, una breve oscillazione più mite riconosciuta nelle carote di ghiaccio groenlandesi. Tuttavia, la correlazione non può essere stabilita con assoluta certezza, perché gli archivi radiocarbonici, speleotemici e glaciologici possiedono incertezze cronologiche differenti. Questo è un punto fondamentale: la coincidenza tra attività umana, regressione glaciale e GI-2 è altamente suggestiva, ma deve essere interpretata come una convergenza probabilistica, non come una dimostrazione meccanica e definitiva. 

Il Greenland Interstadial 2 assume qui un ruolo centrale perché rappresenta una delle brevi fasi di attenuazione climatica inserite nel quadro ancora severo del MIS 2. I lavori di Rasmussen e colleghi sulla stratigrafia degli stadiali e interstadiali groenlandesi hanno fornito una cornice essenziale per riconoscere e ordinare le oscillazioni climatiche rapide dell’ultimo periodo glaciale, associate ai cosiddetti eventi di Dansgaard-Oeschger. In questo contesto, GI-2 non deve essere immaginato come un periodo caldo in senso moderno, ma come una fase relativamente meno rigida rispetto agli stadiali circostanti, sufficiente però a modificare la circolazione atmosferica, i regimi di precipitazione e forse la disponibilità ecologica in aree marginali come quella alpina. Il fatto che le datazioni svizzere si collochino proprio all’interno o in prossimità di questo intervallo rafforza l’ipotesi che l’occupazione umana del margine glaciale non sia stata indipendente dal clima, ma favorita da una temporanea finestra di abitabilità. 

La discussione degli autori è particolarmente raffinata perché non si limita a correlare le date archeologiche con un evento climatico globale, ma introduce anche il problema della scala locale. Le condizioni climatiche registrate in Groenlandia non possono essere trasferite automaticamente alla Svizzera alpina; occorre verificare se esistano segnali regionali coerenti. Proprio per questo diventano importanti gli archivi locali, come gli speleotemi e le ricostruzioni geomorfologiche della dinamica glaciale alpina. La possibile recessione glaciale intorno a 23.500 BP e il cambiamento nei pattern di precipitazione tra circa 23.230 e 22.759 BP suggeriscono che il GI-2 possa aver avuto una manifestazione riconoscibile anche nel sistema alpino. In termini ecologici, una riduzione temporanea della pressione glaciale, anche modesta, avrebbe potuto ampliare o rendere più praticabili i corridoi periglaciali, favorire la presenza di vegetazione di tundra-steppa e sostenere la mobilità delle renne. La presenza umana documentata dalle ossa con tracce di taglio si inserirebbe dunque in un paesaggio ancora glaciale, ma non completamente chiuso alla frequentazione stagionale o episodica. 

Un punto particolarmente interessante riguarda la relazione tra Y-Höhle e Kastelhöhle-Nord. La data leggermente più antica del campione di Y-Höhle rispetto a quelli di Kastelhöhle-Nord, insieme alla possibile differenza nei valori di δ³⁴S tra i due siti, suggerisce che l’attività umana non debba essere ridotta a un singolo episodio puntuale. È più plausibile immaginare una serie di frequentazioni ravvicinate, forse distribuite lungo alcune generazioni o legate a stagioni diverse, entro una stessa finestra climatica favorevole. Y-Höhle, tuttavia, presenta un contesto più problematico, perché il reperto proviene da una posizione secondaria e non è associato ad altri materiali archeologici. Kastelhöhle-Nord, al contrario, restituisce le ossa di renna in associazione con un insieme litico composto da 228 manufatti, il che potrebbe indicare una frequentazione più strutturata o ripetuta del sito. Questa distinzione è importante perché mostra come la cronologia radiocarbonica debba sempre essere interpretata insieme al contesto archeologico: la datazione definisce il tempo dell’evento, ma il tipo di deposito, l’associazione dei reperti e la natura dell’assemblaggio aiutano a capire il comportamento umano sottostante. 

L’eventuale impatto del Greenland Stadial 2.2, una breve fase fredda inserita all’interno del GI-2, rimane più difficile da valutare. Gli autori osservano che la durata dell’evento è troppo breve rispetto alle incertezze delle datazioni disponibili per stabilire se abbia interrotto, limitato o modificato l’attività umana nella regione. Questo aspetto è molto importante perché introduce il problema della risoluzione temporale: anche quando disponiamo di datazioni radiocarboniche di buona qualità, non sempre esse sono abbastanza precise da distinguere eventi della durata di pochi decenni o due secoli. Di conseguenza, l’occupazione umana svizzera può essere associata a una fase generale di miglioramento climatico, ma non è possibile stabilire con certezza se i gruppi umani abbiano frequentato il territorio prima, durante o dopo la breve pulsazione fredda interna al GI-2. Questa cautela rafforza la credibilità dello studio, perché evita di trasformare una correlazione plausibile in una certezza non dimostrabile.

La discussione si allarga poi al quadro dell’Europa centrale. Dopo circa 25.000 anni BP, il record archeologico centro-europeo è scarso, ma non assente. Esso suggerisce che l’attività umana persistette durante il tratto LGM del MIS 2 almeno in forma sporadica. Questo dato è rilevante perché contrasta con una visione troppo rigida dell’Europa centrale come territorio completamente abbandonato durante il massimo glaciale. Piuttosto, il quadro che emerge è quello di una presenza discontinua, rarefatta e fortemente dipendente dalle condizioni locali. Le somiglianze tra il materiale litico svizzero e quello di siti tedeschi come Wiesbaden-Igstadt e Gera-Zoitzberg, nonché del sito austriaco di Kammern-Grubgraben, sono state interpretate come possibili indizi di contatti a lunga distanza tra l’Europa centro-occidentale e l’Europa centro-orientale. Se questa interpretazione fosse corretta, il GI-2 avrebbe potuto rappresentare non solo una finestra ecologica, ma anche una fase di maggiore connettività culturale tra gruppi umani distribuiti su territori molto ampi. 

Il caso di Kammern-Grubgraben è particolarmente importante perché le nuove datazioni AMS ultrafiltrate dei livelli 2–4 mostrano una forte sovrapposizione con le date svizzere. La serie di sei date comprese tra 19.330 ± 70 e 19.070 ± 60 anni radiocarbonici BP, corrispondenti approssimativamente a 23.400–22.850 cal BP, restringe fortemente la durata dell’attività umana rispetto alle stime precedenti e colloca anche questo sito nella stessa finestra del GI-2. Questo parallelismo tra Svizzera e Austria è uno degli elementi più forti a favore dell’idea che, durante il breve miglioramento climatico, alcune aree dell’Europa centrale siano state rioccupate o attraversate da gruppi umani mobili. Non si tratta necessariamente di una migrazione massiccia o di un’espansione demografica ampia, ma piuttosto di una riorganizzazione intermittente della mobilità, forse guidata dalla disponibilità di risorse animali, dall’apertura di corridoi ecologici e dalla possibilità di mantenere contatti culturali tra regioni diverse. 

Altri siti, come Wiesbaden-Igstadt, Mittlere Klause, Langmannersdorf e Stránská Skála IV, presentano cronologie che includono lo stesso intervallo, ma con margini troppo ampi per stabilire un legame sicuro con GI-2. Questo dimostra quanto sia ancora fragile la cronologia del popolamento umano centro-europeo durante il LGM. In particolare, il caso di Mittlere Klause è emblematico: l’unica data ultrafiltrata disponibile è stata successivamente ritirata per possibili problemi di contaminazione. Tale situazione evidenzia la necessità di una revisione sistematica delle vecchie datazioni, soprattutto nei siti chiave del Paleolitico superiore, utilizzando protocolli moderni di estrazione del collagene, ultrafiltrazione, controlli C:N e modelli bayesiani. Solo attraverso una cronologia più precisa sarà possibile capire se l’occupazione umana dell’Europa centrale durante il LGM fu realmente sincronizzata con GI-2 o se alcuni gruppi furono capaci di frequentare questi ambienti anche in condizioni più fredde e aride. 

In questo senso, la sezione di discussione non propone un modello semplicistico di determinismo climatico, ma un’interpretazione più complessa. Il clima non “decide” da solo la presenza o l’assenza dell’uomo; piuttosto, modifica il grado di accessibilità del paesaggio, la distribuzione delle prede, la produttività vegetale e la praticabilità dei corridoi di mobilità. I gruppi paleolitici rispondono a queste trasformazioni attraverso strategie sociali, tecnologiche ed economiche. La presenza di industrie litiche attribuite al Badegouliano o al Magdaleniano antico a Kastelhöhle-Nord, e il confronto con siti culturalmente diversi dell’Europa centro-orientale, aprono quindi una questione più ampia: durante il LGM, le brevi finestre climatiche favorevoli potrebbero aver favorito non solo la caccia e la sopravvivenza, ma anche il contatto tra tradizioni culturali differenti. L’Europa centrale glaciale non sarebbe stata un territorio permanentemente occupato, ma neppure un vuoto assoluto: sarebbe stata piuttosto una zona di soglia, attraversata episodicamente quando clima, risorse e reti sociali lo consentivano.

Nel complesso, la cronologia discussa da Reade e colleghi suggerisce che la Svizzera del LGM fu frequentata dagli esseri umani in una fase molto breve, collocata con maggiore probabilità tra 23.400 e 22.800 cal BP, in coincidenza con un momento di miglioramento climatico locale e continentale riconducibile al Greenland Interstadial 2. Questa presenza appare fragile, discontinua e strettamente legata alla disponibilità di ambienti periglaciali ancora produttivi, nei quali le renne costituivano una risorsa fondamentale. Il confronto con Kammern-Grubgraben rafforza l’idea di una possibile fase centro-europea di attività umana durante GI-2, mentre le incertezze cronologiche di altri siti mostrano quanto lavoro resti ancora da compiere. La sezione, quindi, non solo chiarisce quando l’uomo frequentò la Svizzera glaciale, ma contribuisce a ridefinire il modo in cui immaginiamo l’Europa centrale durante il massimo glaciale: non come uno spazio rigidamente chiuso alla presenza umana, ma come un mosaico di margini, corridoi e rifugi temporanei, abitabili solo in determinate condizioni e sfruttati da gruppi capaci di adattarsi con notevole flessibilità a uno dei paesaggi più estremi del Pleistocene europeo.

Figura 3: sincronizzazione multiproxy tra clima groenlandese, dinamica glaciale alpina, speleotemi e occupazione umana in Svizzera durante il Last Glacial Maximum

La Figura 3 costituisce una delle sintesi più efficaci dello studio di Reade e colleghi, perché mette in relazione quattro livelli indipendenti di informazione: il record isotopico groenlandese NGRIP, la ricostruzione dell’avanzata e recessione dei ghiacciai alpini del Tagliamento e del Reno, il segnale isotopico degli speleotemi alpini 7H-2 e 7H-3, e infine la cronologia archeologica ottenuta mediante modellazione bayesiana delle datazioni radiocarboniche di Kastelhöhle-Nord, posta a confronto con la data calibrata di Y-Höhle. La figura, quindi, non mostra soltanto “quando” l’uomo frequentò la Svizzera durante il LGM, ma tenta di chiarire “in quale contesto ambientale” tale presenza si sia verificata. La sua importanza deriva proprio dall’integrazione tra scala emisferica, scala alpina e scala archeologica locale: il dato umano non viene isolato, ma inserito all’interno di una sequenza climatica e glaciale più ampia. Secondo lo studio, la presenza umana in Svizzera durante il LGM risulta più probabilmente concentrata tra circa 23.400 e 22.800 anni calibrati BP, in corrispondenza di una fase che coincide, entro le incertezze cronologiche, con il Greenland Interstadial 2 e con segnali regionali di cambiamento ambientale alpino. 

Il primo pannello, indicato con la lettera a, riporta il record δ¹⁸O della carota di ghiaccio NGRIP. Questo archivio groenlandese è fondamentale perché le carote di ghiaccio ad alta risoluzione consentono di riconoscere le oscillazioni abruptive dell’ultimo periodo glaciale, comprese le alternanze tra Greenland Stadials e Greenland Interstadials. Rasmussen e colleghi, nel quadro della stratigrafia INTIMATE, hanno formalizzato una sequenza di eventi climatici basata sulla sincronizzazione dei record NGRIP, GRIP e GISP2, utilizzando in particolare il δ¹⁸O del ghiaccio, legato soprattutto alla temperatura locale groenlandese, e le concentrazioni di calcio, associate principalmente al carico di polveri atmosferiche. In questo schema, gli interstadiali groenlandesi rappresentano le espressioni più miti delle oscillazioni di Dansgaard-Oeschger, mentre gli stadiali corrispondono alle fasi più fredde della regione nord-atlantica. 

La presenza del Greenland Interstadial 2, delimitato nella figura dalle linee verticali tratteggiate, fornisce dunque il riferimento climatico principale. In termini generali, GI-2 è collocato intorno a 23.300–22.800 anni BP, ma la figura ricorda anche che questo intervallo non fu climaticamente uniforme: al suo interno compare una breve ricaduta fredda, indicata dalla fascia grigia e corrispondente al Greenland Stadial 2.2. Questo dettaglio è importante perché impedisce una lettura troppo semplice del GI-2 come fase “calda” omogenea. Piuttosto, siamo davanti a una finestra climatica instabile, relativamente meno severa rispetto al contesto glaciale circostante, ma comunque attraversata da oscillazioni interne. Nel caso svizzero, questa distinzione ha grande valore interpretativo: l’occupazione umana non viene collocata in un clima mite in senso moderno, bensì in un breve momento di attenuazione del rigore glaciale, entro un sistema ancora estremamente freddo e dinamico. 

Il secondo pannello, indicato con la lettera b, mostra le ricostruzioni dell’avanzata glaciale alpina per i sistemi del Tagliamento e del Reno. La freccia laterale indica la direzione dell’avanzata glaciale, permettendo di leggere le curve non come semplici variazioni astratte, ma come espressione della dinamica spaziale dei ghiacciai alpini. Questo pannello è essenziale perché trasferisce il discorso dalla scala groenlandese alla risposta regionale alpina. Durante il LGM, la Svizzera era quasi interamente coperta dai ghiacci, con soltanto una piccola regione a nord del Giura rimasta libera; le evidenze geomorfologiche e speleotemiche indicano che la massima estensione glaciale alpina può essersi collocata tra circa 26.500 e 22.000 anni BP, mentre l’avvio della rapida deglaciazione si situa intorno a 19.000 anni BP. In questo quadro, la figura evidenzia che intorno alla finestra del GI-2 si colloca anche una fase di recessione o riorganizzazione dei ghiacciai alpini, con implicazioni dirette per l’accessibilità del paesaggio periglaciale. 

Il terzo pannello, indicato con la lettera c, introduce il record δ¹⁸O degli speleotemi alpini 7H-2 e 7H-3. Questo archivio è particolarmente prezioso perché gli speleotemi, a differenza delle carote groenlandesi, registrano processi idrologici locali e regionali, legati alla provenienza dell’umidità, alla circolazione atmosferica e alle condizioni di precipitazione sopra il sistema carsico. I dati della grotta svizzera di Sieben Hengste mostrano una registrazione continua del δ¹⁸O delle precipitazioni meteoriche tra circa 30.000 e 14.700 anni fa, e sono stati interpretati come evidenza di apporti di umidità da sud durante il LGM, coerenti con uno spostamento verso sud delle storm track nord-atlantiche. 

Questo punto è centrale per comprendere la Figura 3: il miglioramento ambientale alpino non deve essere immaginato soltanto come un aumento di temperatura, ma come una trasformazione del sistema climatico regionale, comprendente anche la distribuzione stagionale e geografica delle precipitazioni. Le Alpi agiscono infatti come barriera al trasporto meridiano dell’umidità; per questo motivo, variazioni nella traiettoria delle perturbazioni nord-atlantiche o nel contributo di masse d’aria meridionali possono lasciare un segnale marcato negli speleotemi. Reade e colleghi indicano che in Svizzera si osserva una escursione positiva del δ¹⁸O speleotemico tra 23.230 ± 37 BP e 22.759 ± 47 BP, interpretata come cambiamento nei pattern di precipitazione e coincidente, entro le incertezze, con una fase di recessione della calotta glaciale alpina e con il periodo caldo groenlandese GI-2. 

Il quarto pannello, indicato con la lettera d, rappresenta la componente archeologica della figura. Qui compare il modello bayesiano a singola fase per Kastelhöhle-Nord, accanto alla data calibrata del campione di Y-Höhle. La modellazione bayesiana, applicata alle datazioni radiocarboniche, consente di integrare le misure cronometriche con un’ipotesi archeologica, in questo caso l’appartenenza dei tre campioni di Kastelhöhle-Nord a una stessa fase di attività. Il risultato è una finestra di occupazione stimata tra 23.450 e 22.733 anni cal BP con probabilità del 95%, mentre Y-Höhle restituisce una data calibrata compresa tra 23.531 e 22.963 anni cal BP. Questi intervalli si sovrappongono in modo significativo alla finestra del GI-2 e al cambiamento registrato nei proxy alpini. 

Il valore scientifico della figura risiede proprio in questa convergenza. Il record NGRIP mostra una fase interstadiale relativamente più mite; le ricostruzioni glaciali indicano una fase di recessione o minore avanzata dei ghiacciai alpini; gli speleotemi documentano un cambiamento nei regimi di precipitazione; le datazioni archeologiche collocano la presenza umana nella medesima finestra temporale. Questo non significa che la relazione causale sia dimostrata in modo assoluto, e gli autori sono molto cauti nel sottolinearlo. Le incertezze cronologiche dei diversi archivi impediscono una correlazione perfettamente certa tra attività umana, GI-2, recessione glaciale e cambiamento idrologico locale. Tuttavia, la coerenza multiproxy è molto forte: l’età dei reperti faunistici datati sembra correlarsi bene con un episodio locale e breve di miglioramento climatico e recessione glaciale, suggerendo che la presenza umana in Svizzera possa essere stata facilitata dal cambiamento ambientale. 

In termini paleoecologici, la Figura 3 permette di interpretare la presenza umana non come un’anomalia inspiegabile in un ambiente glaciale, ma come l’effetto di una temporanea apertura del paesaggio. Durante il LGM, a nord delle Alpi dominavano condizioni fredde e secche, con permafrost periglaciale continuo, tundra e steppa dominate da graminacee e piante erbacee; allo stesso tempo, il LGM alpino fu interrotto da fluttuazioni sub-millenarie di temperatura e precipitazione, capaci di influenzare le condizioni locali e l’estensione dei ghiacci. È proprio in questa variabilità che bisogna collocare l’occupazione di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle: non in un ambiente stabile, ma in un margine glaciale dinamico, dove una breve variazione climatica poteva modificare l’accessibilità dei corridoi, la distribuzione delle renne e la disponibilità di risorse sfruttabili dai gruppi umani. 

La figura suggerisce quindi un modello di abitabilità intermittente. I gruppi paleolitici non avrebbero occupato stabilmente la Svizzera glaciale durante tutto il LGM, ma avrebbero sfruttato una finestra ecologica favorevole, probabilmente legata alla presenza di renne in paesaggi di tundra-steppa. Questa interpretazione è rafforzata dal fatto che i reperti datati sono ossa di renna con tracce di taglio: non si tratta di resti faunistici generici, ma di elementi direttamente collegabili all’attività umana. Inoltre, gli isotopi stabili mostrano che le renne svizzere sfruttavano una dieta con significativa componente lichenica e vivevano in un ambiente in cui il ciclo dei nutrienti del suolo era limitato dal freddo e dal permafrost, ma non al punto da impedire lo sviluppo di vegetazione resistente e la sopravvivenza di popolazioni erbivore. 

Da un punto di vista archeologico, la Figura 3 contribuisce anche a ridimensionare l’idea di un’Europa centrale completamente svuotata durante il massimo glaciale. Il record dopo circa 25.000 anni BP è scarso, ma testimonia attività umana almeno sporadica durante la porzione LGM del MIS 2. La sovrapposizione tra le date svizzere e quelle di Kammern-Grubgraben, in Austria, è particolarmente significativa: le datazioni AMS ultrafiltrate di quest’ultimo sito si collocano tra circa 23.400 e 22.850 cal BP, mostrando una forte coincidenza con la cronologia svizzera e con GI-2. Questo apre la possibilità che la fase interstadiale abbia favorito non soltanto la frequentazione locale dei margini glaciali alpini, ma anche una più ampia riorganizzazione della mobilità umana e forse dei contatti culturali tra Europa centrale occidentale e orientale. 

La prudenza resta però necessaria. La stessa figura mostra che gli archivi climatici e archeologici non possiedono tutti la stessa risoluzione temporale. Il breve raffreddamento del GS-2.2, indicato dalla fascia grigia, è troppo breve rispetto alle incertezze delle datazioni per stabilire se abbia interrotto, limitato o influenzato direttamente l’attività umana. Inoltre, la correlazione tra un segnale groenlandese e un comportamento umano locale richiede sempre il passaggio attraverso proxy regionali, come appunto i ghiacciai alpini e gli speleotemi. La Figura 3 è convincente proprio perché non si limita a confrontare direttamente uomo e Groenlandia, ma introduce due archivi intermedi: il ghiaccio alpino e l’idrologia delle precipitazioni. Questo rende l’argomento più robusto, perché mostra una possibile catena climatica e ambientale tra evento emisferico, risposta regionale alpina e frequentazione archeologica.

In conclusione, la Figura 3 può essere letta come una rappresentazione integrata dell’abitabilità marginale durante il Last Glacial Maximum. Essa mostra che la presenza umana in Svizzera non avvenne in modo casuale né lungo un intervallo molto ampio, ma si concentrò in una finestra cronologica breve, sovrapposta a un episodio di miglioramento climatico, cambiamento idrologico e recessione glaciale. L’immagine che ne deriva è quella di gruppi umani altamente mobili, capaci di sfruttare temporaneamente territori posti ai margini della calotta alpina quando il clima, la dinamica glaciale e la disponibilità di risorse animali rendevano quei paesaggi praticabili. La figura non dimostra un determinismo climatico semplice, ma documenta una relazione complessa tra sistema atmosferico nord-atlantico, risposta glaciale alpina, ecologia della tundra-steppa e comportamento umano. In questo senso, essa rappresenta uno dei risultati più significativi dello studio: l’occupazione umana della Svizzera durante il LGM fu probabilmente breve, episodica e favorita da una rara finestra ambientale, all’interno di un mondo glaciale ancora severo ma non del tutto chiuso alla presenza umana.

Figura 4: segnali isotopici di carbonio, azoto e zolfo nelle renne di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle come indicatori paleoecologici dell’ambiente umano durante il Last Glacial Maximum

La Figura 4 dello studio di Reade e colleghi rappresenta il nucleo paleoecologico della ricerca, perché consente di passare dalla sola cronologia dell’occupazione umana alla ricostruzione delle condizioni ambientali in cui tale occupazione avvenne. Mentre le Figure 2 e 3 mostrano che la presenza umana a Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle si colloca probabilmente tra circa 23.400 e 22.800 anni calibrati BP, in corrispondenza del Greenland Interstadial 2, la Figura 4 cerca di chiarire quale tipo di paesaggio fosse effettivamente frequentato dalle renne e, indirettamente, dai gruppi umani che le sfruttarono. I tre pannelli riportano i valori isotopici stabili del carbonio, dell’azoto e dello zolfo misurati sul collagene osseo di renna: i cerchi neri rappresentano i campioni di Kastelhöhle-Nord, mentre il triangolo rosso rappresenta l’unico campione di Y-Höhle. L’uso congiunto di δ¹³C, δ¹⁵N e δ³⁴S è particolarmente potente perché permette di leggere il reperto faunistico come archivio biologico e ambientale: il carbonio informa soprattutto sulla dieta e sulla struttura della vegetazione, l’azoto riflette sia aspetti trofici sia condizioni del suolo e del clima, mentre lo zolfo può registrare differenze geologiche, idrologiche, microbiche e territoriali. Reade et al. sottolineano infatti che l’analisi isotopica del collagene osseo costituisce uno strumento consolidato per investigare ecologia e ambienti terrestri del Tardo Pleistocene, e nello specifico utilizzano questi tre sistemi isotopici per definire le condizioni paleoambientali durante l’attività umana nei due siti svizzeri. 

Il primo pannello, dedicato al δ¹³C, mostra valori compresi approssimativamente tra −19,7‰ e −18,5‰. Il campione di Y-Höhle ricade pienamente all’interno del campo osservato a Kastelhöhle-Nord, indicando una sostanziale coerenza ecologica tra i due siti. In termini paleoambientali, questi valori sono tipici delle renne del Tardo Pleistocene europeo e riflettono una dieta coerente con ambienti freddi, aperti e poveri di copertura arborea. Nelle renne, il δ¹³C tende a essere relativamente arricchito rispetto ad altri erbivori perché questa specie consuma frequentemente licheni, risorsa fondamentale negli ambienti di tundra e tundra-steppa. Questo aspetto è centrale: la firma isotopica del carbonio non indica semplicemente “cosa mangiava” l’animale, ma suggerisce l’esistenza di un paesaggio periglaciale nel quale licheni, vegetazione bassa, graminacee e piante erbacee costituivano una base alimentare sufficiente per sostenere popolazioni di renne. Lo studio evidenzia che a nord delle Alpi, durante il LGM, dominavano condizioni fredde e secche, permafrost periglaciale continuo e paesaggi di tundra e steppa con vegetazione graminoide ed erbacea; la Figura 4 conferma quindi, attraverso il segnale biologico degli animali, che l’ambiente frequentato non era forestale, ma aperto, freddo e coerente con un ecosistema marginale glaciale. 

Il secondo pannello, relativo al δ¹⁵N, mostra valori compresi tra circa +2,5‰ e +3,9‰. Anche in questo caso il campione di Y-Höhle rientra pienamente nel campo di variabilità osservato a Kastelhöhle-Nord, suggerendo che le renne dei due siti condividessero condizioni ecologiche molto simili almeno per quanto riguarda il ciclo dell’azoto e la base vegetale della dieta. Il δ¹⁵N del collagene osseo negli erbivori non dipende solo dal livello trofico, ma anche dai processi del suolo che regolano la disponibilità dell’azoto nelle piante. In ambienti freddi, aridi e prossimi alle calotte glaciali, la bassa maturità dei suoli, la ridotta attività microbica, la scarsa disponibilità di nutrienti e la presenza di permafrost tendono a influenzare i valori isotopici dell’azoto. Reade et al. richiamano proprio questo quadro interpretativo: nel Tardo Pleistocene europeo, la prossimità alle calotte glaciali e le condizioni periglaciali sono state spesso associate a valori relativamente bassi di δ¹⁵N negli erbivori. La Figura 4, dunque, non restituisce l’immagine di un ambiente ricco e produttivo, ma di un paesaggio biologicamente povero, freddo, con suoli poco sviluppati, in cui tuttavia esisteva una catena trofica sufficiente a sostenere erbivori altamente specializzati. 

Il terzo pannello, dedicato al δ³⁴S, è probabilmente il più interessante dal punto di vista dell’interpretazione spaziale. A Kastelhöhle-Nord i valori dello zolfo variano approssimativamente tra −10,8‰ e −7,5‰, mentre il campione di Y-Höhle presenta un valore più basso, intorno a −12,6‰. A differenza di carbonio e azoto, che mostrano una sostanziale sovrapposizione tra i due siti, lo zolfo suggerisce una possibile differenza locale. Questo non significa necessariamente che Y-Höhle appartenesse a un ambiente radicalmente diverso, ma potrebbe indicare che la renna di questo sito abbia utilizzato un’area di alimentazione leggermente differente, oppure che il suo territorio fosse caratterizzato da condizioni idrologiche, geologiche o microbiche diverse rispetto agli animali di Kastelhöhle-Nord. Lo zolfo isotopico, infatti, riflette le diverse forme di zolfo presenti nei suoli, influenzate dal substrato geologico, dalle acque sotterranee, dagli apporti atmosferici e dai processi microbici. Proprio per questa sensibilità spaziale, il δ³⁴S viene spesso utilizzato in archeologia e paleoecologia come indicatore di mobilità, uso del paesaggio e variabilità ambientale locale. Studi recenti hanno inoltre ribadito il potenziale dello zolfo nel collagene per affrontare domande archeologiche, paleontologiche e paleoecologiche, purché la conservazione del collagene venga attentamente controllata attraverso parametri come %C, %N, C:N, %S, C:S e N:S. 

La differenza nel δ³⁴S tra Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle si inserisce bene nella lettura proposta dagli autori: l’attività umana durante questa fase non fu necessariamente un unico evento puntuale, ma potrebbe aver compreso più frequentazioni ravvicinate o l’uso di microterritori differenti all’interno dello stesso sistema periglaciale. Questo punto è coerente anche con la cronologia: Y-Höhle restituisce una data leggermente più antica rispetto a Kastelhöhle-Nord, mentre il sito di Kastelhöhle-Nord presenta un insieme litico più consistente, associato ai resti di renna. La Figura 4, quindi, aggiunge una dimensione paleoecologica alla discussione cronologica: carbonio e azoto suggeriscono continuità ambientale generale tra i due siti, mentre lo zolfo introduce la possibilità di una variabilità più fine, forse legata a differenze di mobilità animale, aree di pascolo, idrologia locale o condizioni microambientali. È importante però mantenere prudenza, perché il campione di Y-Höhle è unico e non consente una verifica statistica robusta; il suo valore più basso di δ³⁴S è suggestivo, non definitivo.

Letta nel quadro più ampio del LGM svizzero, la Figura 4 contribuisce a spiegare perché la presenza umana poté verificarsi proprio in questa finestra. I dati isotopici non descrivono un clima “mite”, ma un ambiente ancora pienamente glaciale: freddo, aperto, povero di nutrienti, dominato da tundra-steppa e probabilmente influenzato dal permafrost. Tuttavia, essi mostrano anche che questo ambiente era ecologicamente funzionante. La presenza di renne con una dieta coerente con il consumo di licheni indica che esistevano risorse vegetali sufficienti a sostenere erbivori adattati al freddo; di conseguenza, anche i gruppi umani potevano sfruttare temporaneamente questi paesaggi attraverso strategie di caccia e mobilità. La renna, nel Paleolitico superiore europeo, rappresentava una risorsa strategica non solo per la carne, ma anche per grasso, midollo, pelli, tendini, ossa e palchi. In un ambiente vicino al margine della calotta alpina, la disponibilità di questa specie poteva trasformare una regione apparentemente proibitiva in un territorio episodicamente utilizzabile.

La coerenza tra δ¹³C e δ¹⁵N dei due siti rafforza anche l’idea che Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle appartenessero a un medesimo sistema ecologico regionale. Non si osservano segnali che indichino una netta differenza nella dieta delle renne o nel tipo generale di ambiente. Entrambi i siti sembrano riflettere una tundra-steppa fredda e aperta, compatibile con il quadro paleoambientale descritto dai modelli climatici e dai proxy alpini. Questo è importante perché rende più plausibile l’interpretazione di una frequentazione umana regionale, non limitata a un contesto isolato. I gruppi paleolitici potevano muoversi entro un mosaico di ambienti periglaciali, seguendo le mandrie o intercettandole in aree favorevoli alla caccia, mentre i due siti conservano soltanto frammenti di questo sistema più ampio.

La Figura 4 assume quindi un ruolo complementare rispetto alle figure cronologiche. Se la Figura 2 mostrava la concentrazione delle nuove date radiocarboniche nel periodo del Greenland Interstadial 2, e la Figura 3 integrava tale cronologia con il record groenlandese, la dinamica glaciale alpina e gli speleotemi, la Figura 4 documenta il carattere ecologico del paesaggio frequentato. Essa indica che il miglioramento climatico associato al GI-2 non deve essere inteso come una trasformazione radicale verso condizioni temperate, ma come una temporanea attenuazione del rigore glaciale sufficiente a sostenere un ecosistema di tundra-steppa utilizzabile da renne e uomini. Gli autori dello studio sostengono infatti che la presenza umana in Svizzera durante il LGM fu verosimilmente ristretta tra 23.400 e 22.800 cal BP, e che gli isotopi stabili della fauna forniscono informazioni paleoambientali essenziali per interpretare questa fase. 

Dal punto di vista metodologico, la figura dimostra anche l’importanza dell’approccio multi-isotopico. Il solo δ¹³C avrebbe suggerito una dieta lichenica e un ambiente aperto; il solo δ¹⁵N avrebbe indicato condizioni fredde e suoli poveri; il solo δ³⁴S avrebbe potuto essere interpretato in termini di mobilità o variabilità locale. L’insieme dei tre segnali, invece, consente una lettura più robusta: le renne vivevano in un paesaggio glaciale marginale, freddo e aperto, ma non uniforme; i due siti condividono una base ecologica comune, ma mostrano possibili differenze microterritoriali; l’attività umana si inserisce in un sistema in cui la disponibilità delle renne costituiva probabilmente il fattore economico principale. La letteratura isotopica recente conferma che l’integrazione di carbonio, azoto e zolfo nel collagene osseo può rivelare differenze di nicchia, uso del territorio e variazioni ambientali non percepibili attraverso la sola cronologia o la sola tipologia archeologica. 

In conclusione, la Figura 4 mostra che l’occupazione umana della Svizzera durante il Last Glacial Maximum avvenne in un ambiente estremo ma ecologicamente sfruttabile. I valori di δ¹³C indicano renne legate a una dieta coerente con licheni e vegetazione di tundra; i valori di δ¹⁵N suggeriscono suoli freddi, poco sviluppati e poveri di nutrienti, probabilmente condizionati dal permafrost e dalla vicinanza glaciale; i valori di δ³⁴S rivelano una possibile variabilità locale nell’uso del paesaggio o nelle condizioni idrologiche tra Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle. Il risultato complessivo è l’immagine di un ecosistema marginale, non abbondante ma funzionante, capace di sostenere mandrie di renne e quindi di offrire ai gruppi umani una risorsa strategica durante una breve finestra di miglioramento climatico. La figura diventa così una prova paleoecologica essenziale: non basta sapere che gli uomini furono presenti ai margini della calotta alpina; occorre comprendere che quella presenza fu possibile perché, per un breve intervallo, il paesaggio glaciale offrì una combinazione minima ma sufficiente di accessibilità, risorse animali e stabilità ecologica.

Environmental context of human settlement in Switzerland during the LGM

Il contesto ambientale dell’insediamento umano nella Svizzera settentrionale durante l’Ultimo Massimo Glaciale emerge come un quadro estremamente complesso, nel quale la presenza umana non può essere interpretata soltanto come un semplice episodio di frequentazione marginale in prossimità dei ghiacci alpini, ma deve essere letta alla luce delle relazioni ecologiche tra clima, paesaggio, disponibilità faunistica e strategie di sussistenza. I dati isotopici ottenuti dai resti di renna provenienti da Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle offrono infatti una chiave di lettura particolarmente raffinata per ricostruire le condizioni ambientali in cui gruppi umani e popolazioni animali si muovevano durante una fase climatica severa, caratterizzata dall’estensione massima o quasi massima dei ghiacciai alpini, da paesaggi periglaciali instabili e da una vegetazione ridotta, ma non assente. In tale scenario, la renna assume un ruolo ecologico e culturale centrale: essa non era soltanto una preda importante per le comunità umane del Paleolitico superiore, ma anche un indicatore sensibile delle condizioni ambientali, della disponibilità di risorse vegetali e della struttura dei territori frequentati.

I valori di δ¹³C rilevati nel collagene osseo delle renne svizzere indicano una dieta nella quale i licheni costituivano una componente significativa. Questo dato è particolarmente rilevante perché i licheni, rispetto alle piante vascolari C3 che crescono nel medesimo ambiente, tendono a presentare valori di carbonio isotopico relativamente arricchiti in ¹³C, generalmente nell’ordine di circa 2–4‰. Tale arricchimento viene trasferito lungo la catena alimentare e si riflette nei tessuti scheletrici degli erbivori che consumano licheni in quantità significativa. La firma isotopica delle renne svizzere, quindi, non rappresenta semplicemente un dato biochimico, ma suggerisce l’esistenza di un mosaico vegetazionale capace di sostenere una fauna adattata agli ambienti freddi e aperti. Studi moderni sulle popolazioni di Rangifer tarandus mostrano come i licheni siano una risorsa fondamentale soprattutto durante i mesi invernali, quando la copertura nevosa limita l’accesso ad altre forme di vegetazione e gli animali ricorrono allo scavo nella neve per raggiungere le risorse disponibili al suolo. La capacità delle renne di sfruttare i licheni rappresenta dunque un adattamento ecologico decisivo in ambienti artici, subartici e periglaciali, e verosimilmente costituì anche durante il Pleistocene superiore un elemento chiave per la loro sopravvivenza in prossimità dei margini glaciali.

Questa informazione assume un significato ancora più ampio se collegata alla presenza umana nella Svizzera settentrionale durante il LGM. In un ambiente fortemente condizionato dalla vicinanza delle masse glaciali alpine, la disponibilità di branchi di renne avrebbe rappresentato una risorsa strategica per i gruppi umani, fornendo carne, grasso, pelli, tendini, ossa e palco, materiali indispensabili per la sussistenza, l’abbigliamento, la costruzione di strumenti e probabilmente anche per l’organizzazione sociale e simbolica delle comunità paleolitiche. La presenza umana presso siti come Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle potrebbe quindi essere spiegata proprio dalla possibilità di intercettare popolazioni di renne che utilizzavano habitat marginali, ma ecologicamente produttivi, grazie alla presenza di licheni e vegetazione resistente. In questo senso, il paesaggio glaciale non deve essere immaginato come una distesa completamente sterile o inabitabile, bensì come un ambiente severo, selettivo e frammentato, nel quale alcune nicchie ecologiche potevano sostenere comunità animali e, indirettamente, forme di occupazione umana temporanea.

Rimane tuttavia aperta la questione della durata e della stagionalità di tale presenza. I dati isotopici non consentono di stabilire con certezza se le renne fossero stanziali tutto l’anno nell’area del Giura svizzero o se vi transitassero durante migrazioni stagionali. Lo stesso vale per i gruppi umani, la cui presenza potrebbe essere stata continua, intermittente o limitata a brevi periodi favorevoli. Le popolazioni moderne di renne mostrano una notevole variabilità comportamentale: alcune mandrie sono relativamente sedentarie, mentre altre compiono migrazioni stagionali su lunghe distanze tra aree di pascolo estive e invernali. Studi archeozoologici e isotopici sulle renne pleistoceniche europee hanno suggerito una simile diversità di strategie anche nel passato, con popolazioni capaci di adattarsi a condizioni ambientali regionali molto differenti. Di conseguenza, la presenza umana nella Svizzera settentrionale durante il LGM potrebbe riflettere un uso stagionale del territorio, forse collegato a momenti specifici del ciclo annuale delle renne, come le migrazioni, la concentrazione dei branchi in determinate aree o la maggiore accessibilità delle risorse in fasi climatiche temporaneamente meno rigide.

I valori di δ¹⁵N forniscono un secondo livello di interpretazione, legato non tanto alla dieta specifica quanto alla struttura ecologica del suolo, alla disponibilità di nutrienti e alla maturità del paesaggio. Nel contesto dei Monti Giura durante il Tardo Pleistocene, valori bassi di δ¹⁵N nelle renne sono stati associati ad ambienti recentemente deglaciati, poveri di nutrienti e dominati da processi periglaciali; valori più elevati, al contrario, sono stati interpretati come indicativi di aree rifugio con suoli più sviluppati e cicli biogeochimici più maturi. I campioni di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle mostrano prevalentemente valori intermedi, compresi tra circa +2,5‰ e +3,9‰. Questa posizione intermedia è particolarmente significativa perché suggerisce un ambiente non pienamente maturo dal punto di vista pedologico, ma neppure completamente dominato da condizioni di recente deglaciazione o estrema instabilità periglaciale.

Tale segnale può essere interpretato come il prodotto di un paesaggio freddo, probabilmente interessato da permafrost o da condizioni stagionalmente gelate, nel quale il ciclo dei nutrienti era rallentato dalle basse temperature e dalla limitata attività microbica, ma dove una certa stabilità geomorfologica permetteva comunque la conservazione o lo sviluppo di suoli sottili, coperture vegetali discontinue e comunità di licheni, muschi ed erbe resistenti. In altri termini, il paesaggio frequentato dalle renne svizzere durante il LGM non appare come un ambiente completamente impoverito, bensì come una zona ecotonale, posta tra condizioni glaciali estreme e microambienti più favorevoli. Questa interpretazione si inserisce bene nel quadro più ampio degli studi paleoecologici sul Pleistocene europeo, che hanno progressivamente superato l’immagine di un continente rigidamente suddiviso tra aree glaciali inabitabili e rifugi meridionali, mostrando invece l’esistenza di rifugi criptici, microhabitat favorevoli e corridoi ecologici capaci di sostenere vegetazione, erbivori e gruppi umani anche in fasi climatiche molto fredde.

Il δ³⁴S aggiunge un ulteriore elemento di grande interesse, poiché riflette in modo più diretto le condizioni geochimiche del territorio frequentato dagli animali. I valori dello zolfo isotopico nel collagene delle renne dipendono infatti dai valori isotopici del suolo e della vegetazione ingerita, i quali a loro volta sono influenzati dalla litologia, dall’alterazione minerale, dall’idrologia, dalle interazioni tra suolo e substrato roccioso e dai processi microbici di riduzione e ossidazione dello zolfo. Nei campioni svizzeri la variabilità del δ³⁴S risulta più contenuta rispetto ad altre popolazioni europee del LGM, suggerendo che le renne analizzate avessero probabilmente utilizzato un territorio relativamente omogeneo dal punto di vista geografico o ambientale. Questo dato può essere compatibile sia con una popolazione locale relativamente stanziale, sia con una popolazione migratrice che tuttavia si muoveva entro un’area geochimicamente poco differenziata.

Particolarmente interessante è il fatto che il campione più antico, proveniente da Y-Höhle, presenti il valore di δ³⁴S più basso, pari a circa –12,6‰, mentre i tre campioni leggermente più recenti di Kastelhöhle-Nord mostrano valori medi più elevati, intorno a –8,2‰. Questa differenza potrebbe riflettere un cambiamento temporale delle condizioni ambientali locali, una variazione nei percorsi di mobilità delle renne oppure una modifica nella disponibilità delle aree di pascolo. In un contesto glaciale e periglaciale, anche variazioni apparentemente modeste della temperatura, della copertura nevosa, dell’umidità del suolo o dello stato del permafrost possono produrre effetti significativi sulla distribuzione della vegetazione e sulla geochimica superficiale. La possibilità che tali differenze siano legate a un episodio relativamente più temperato, come il Greenland Interstadial 2, è particolarmente suggestiva: un lieve aumento termico avrebbe potuto favorire un parziale disgelo stagionale del permafrost, alterare il drenaggio superficiale, aumentare la saturazione idrica dei suoli e modificare i processi batterici responsabili del frazionamento isotopico dello zolfo.

Il confronto con altre popolazioni di renne europee del LGM rafforza questa interpretazione. I valori di δ¹³C e δ¹⁵N delle renne svizzere mostrano una considerevole sovrapposizione con quelli provenienti da altre regioni, come il Giura francese, il Massiccio Centrale, il sud-ovest della Francia e la regione del Medio Reno. Questo suggerisce che l’ecologia della renna, in particolare la sua capacità di sfruttare licheni e vegetazione resistente in ambienti freddi e aperti, generasse firme isotopiche relativamente simili in contesti geografici diversi. Tuttavia, i valori più elevati di δ¹³C osservati nel Giura svizzero e francese e nel Massiccio Centrale possono indicare una maggiore dipendenza dai licheni, oppure un possibile effetto altitudinale, poiché le condizioni di quota possono influenzare la fisiologia delle piante, la disponibilità idrica, la composizione della vegetazione e quindi la firma isotopica del carbonio trasferita agli erbivori.

Per quanto riguarda il δ¹⁵N, l’assenza nei campioni svizzeri dei valori estremamente bassi osservati nel Medio Reno e dei valori molto elevati documentati nel sud-ovest della Francia suggerisce una condizione ambientale intermedia. Da un lato, l’assenza dei valori più alti indica che il ciclo dei nutrienti era probabilmente limitato dalle basse temperature e dalla ridotta attività biologica del suolo; dall’altro, l’assenza dei valori più bassi suggerisce che i processi periglaciali più estremi non dominavano completamente il segnale isotopico locale. Questo è un punto cruciale per la ricostruzione del paesaggio svizzero durante il LGM: le aree prossime ai margini glaciali non erano necessariamente uniformemente ostili, ma potevano presentare una complessa articolazione di condizioni microambientali, con zone più stabili, superfici vegetate e risorse sufficienti a sostenere popolazioni animali.

Le differenze più marcate emergono invece nei valori di δ³⁴S, che mostrano variazioni geografiche più evidenti tra le regioni considerate. Poiché il substrato litologico del Giura svizzero, del Giura francese e di alcune aree della Francia sud-occidentale è costituito in larga misura da depositi calcarei e arenacei del tardo Mesozoico e del Cenozoico, è improbabile che la sola litologia possa spiegare l’intera ampiezza delle differenze osservate. Diventa quindi necessario chiamare in causa parametri ambientali, soprattutto idrologici e pedologici. Valori più bassi di δ³⁴S sono stati spesso collegati a condizioni di suolo saturo d’acqua, scarsamente ossigenato o soggetto a processi di riduzione batterica dello zolfo. In ambienti freddi, tali condizioni possono svilupparsi in presenza di permafrost poco permeabile, ristagni idrici stagionali, drenaggio limitato o disgelo superficiale. Pertanto, i valori più bassi osservati nei campioni svizzeri rispetto a quelli francesi potrebbero indicare un ambiente localmente più umido, con suoli più frequentemente saturi o meno ossigenati.

Questa ipotesi si collega in modo coerente alle evidenze paleoclimatiche provenienti da archivi indipendenti, come gli speleotemi alpini. Le registrazioni isotopiche delle grotte, in particolare quelle basate sull’ossigeno stabile, sono strumenti fondamentali per ricostruire variazioni nella temperatura, nella provenienza delle masse d’aria, nei regimi di precipitazione e nella dinamica idrologica regionale. Se durante il LGM o nelle sue fasi immediatamente contigue si verificarono cambiamenti nei regimi di precipitazione alpina, questi avrebbero potuto influenzare il bilancio idrico dei suoli del Giura e delle aree limitrofe, modificando la disponibilità di acqua, il grado di ossigenazione del terreno e i processi geochimici responsabili dei valori di δ³⁴S. In alternativa, o in combinazione, un lieve riscaldamento associato al GI-2 avrebbe potuto intensificare il disgelo stagionale del permafrost, favorendo condizioni localmente più umide e chimicamente riducenti.

Nel complesso, i dati isotopici delle renne di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle delineano un ambiente glaciale di margine, freddo ma non ecologicamente sterile, segnato da una vegetazione povera ma sufficiente, da suoli poco maturi ma non del tutto assenti, da condizioni idrologiche probabilmente variabili e da una disponibilità faunistica capace di attrarre gruppi umani. La renna, in questo contesto, diventa il principale mediatore tra ambiente e presenza umana: la sua capacità di vivere in paesaggi aperti, freddi e ricchi di licheni rendeva possibile l’esistenza di biomassa animale in prossimità dei ghiacci; questa biomassa, a sua volta, poteva sostenere strategie di caccia e frequentazioni umane anche in un periodo tradizionalmente considerato tra i più severi del Quaternario recente.

L’insediamento umano nella Svizzera settentrionale durante il LGM deve quindi essere interpretato non come un’anomalia isolata, ma come il risultato di una precisa convergenza ecologica: la presenza di habitat periglaciali relativamente stabili, la sopravvivenza di coperture vegetali resistenti, l’adattabilità trofica delle renne e la capacità dei gruppi umani paleolitici di sfruttare finestre ambientali favorevoli. Gli isotopi stabili del carbonio, dell’azoto e dello zolfo, letti congiuntamente, permettono di superare una visione statica del paesaggio glaciale e restituiscono l’immagine di un territorio dinamico, attraversato da variazioni climatiche, idrologiche e biologiche. In questa prospettiva, Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle non sono soltanto siti archeologici marginali, ma punti di osservazione privilegiati per comprendere come vita animale, mobilità umana e trasformazioni ambientali si intrecciarono lungo il margine settentrionale delle Alpi durante una delle fasi climatiche più estreme dell’ultima glaciazione.

Interpretazione paleoecologica della figura 5: firme isotopiche delle renne europee durante il LGM

La figura 5 costituisce uno dei passaggi più importanti dello studio, perché permette di collocare i campioni di renna provenienti dal Giura svizzero all’interno di un quadro comparativo europeo più ampio. Attraverso il confronto dei valori isotopici stabili di carbonio, azoto e zolfo misurati nel collagene osseo, la figura non descrive soltanto differenze chimiche tra gruppi animali, ma consente di ricostruire aspetti fondamentali dell’ecologia delle renne, della struttura dei paesaggi glaciali e delle condizioni ambientali che potevano rendere possibile la presenza umana nella Svizzera settentrionale durante l’Ultimo Massimo Glaciale. Il valore scientifico di questa comparazione risiede proprio nel fatto che gli isotopi stabili non registrano un singolo parametro ambientale, ma integrano dieta, mobilità, geochimica del suolo, disponibilità vegetazionale, maturità pedologica e condizioni climatiche regionali. In questo senso, la renna diventa un vero e proprio archivio biologico del paesaggio pleistocenico.

Nel pannello dedicato al δ¹³C, i valori delle diverse popolazioni europee mostrano una certa sovrapposizione, ma con differenze interpretabili sul piano ecologico. Le renne del Giura svizzero, del Giura francese e del Massiccio Centrale presentano valori relativamente meno negativi rispetto ad altri gruppi, collocandosi in una fascia che suggerisce una maggiore incorporazione di licheni nella dieta. Questo aspetto è coerente con quanto documentato dagli studi di ecologia isotopica sugli erbivori artici e subartici: i licheni tendono infatti a essere arricchiti in ¹³C rispetto alle piante vascolari C3 che crescono nello stesso ambiente. Quando le renne consumano quantità significative di licheni, tale segnale viene trasferito al collagene osseo, producendo valori di δ¹³C meno negativi rispetto a erbivori che si nutrono prevalentemente di graminacee, erbe o arbusti C3. La figura, dunque, suggerisce che in questi ambienti freddi, aperti e probabilmente poveri di vegetazione arborea, i licheni rappresentassero una risorsa alimentare centrale, soprattutto nei periodi più rigidi dell’anno.

Questo elemento ha implicazioni paleoambientali molto importanti. Durante il LGM, la regione alpina e prealpina era fortemente condizionata dalla presenza dei ghiacciai, dalla riduzione della copertura forestale e dalla diffusione di paesaggi steppico-tundrici o periglaciali. Tuttavia, l’esistenza di renne capaci di nutrirsi in modo significativo di licheni indica che questi territori non erano completamente sterili. Al contrario, dovevano esistere superfici stabili, anche se fredde e scarsamente produttive, in grado di sostenere comunità vegetali resistenti, composte da licheni, muschi, erbe basse e forme arbustive adattate alle basse temperature. In tale contesto, la renna appare come una specie chiave, perfettamente adattata a sfruttare una nicchia ecologica che altri grandi erbivori avrebbero potuto utilizzare con maggiore difficoltà. La sua presenza, a sua volta, avrebbe reso questi ambienti interessanti per i gruppi umani paleolitici, che potevano seguire o intercettare i branchi come risorsa alimentare e materiale.

Il pannello relativo al δ¹⁵N introduce un livello interpretativo diverso, maggiormente connesso alla fertilità del suolo, alla maturità degli ecosistemi e all’intensità del ciclo dei nutrienti. I valori delle renne del Giura svizzero si collocano in una fascia intermedia, generalmente superiore ai valori più bassi osservati nella regione del Medio Reno, ma inferiore ai valori più elevati presenti in alcune popolazioni della Francia sud-occidentale. Questo andamento è particolarmente significativo, perché suggerisce che il Giura svizzero durante il LGM non fosse dominato da condizioni estremamente immature e appena deglaciate, ma neppure da ecosistemi pienamente sviluppati e ricchi di nutrienti. I valori intermedi di δ¹⁵N possono essere interpretati come il prodotto di un paesaggio freddo, dove le basse temperature e forse la presenza di permafrost limitavano l’attività microbica e il riciclo dell’azoto, ma dove una certa stabilità geomorfologica consentiva comunque la sopravvivenza o lo sviluppo di suoli sottili e coperture vegetali sufficienti a sostenere popolazioni di renne.

Gli studi sugli isotopi dell’azoto negli erbivori pleistocenici hanno spesso evidenziato come il δ¹⁵N possa variare in funzione dell’aridità, della temperatura, della disponibilità di nutrienti, della maturità del suolo e del tipo di vegetazione consumata. In ambienti freddi e recentemente deglaciati, valori molto bassi di δ¹⁵N possono riflettere suoli poveri, instabili e con scarsa attività biologica. Al contrario, valori più elevati possono indicare suoli più maturi, maggiore decomposizione della materia organica, cicli biogeochimici più attivi o condizioni ecologiche più produttive. La posizione intermedia dei campioni svizzeri suggerisce dunque un ambiente di transizione: un paesaggio marginale rispetto alla grande espansione glaciale alpina, ma non completamente privo di risorse. Questo dato rafforza l’idea che i margini glaciali non debbano essere immaginati come barriere ecologiche assolute, bensì come zone complesse, caratterizzate da microambienti differenziati e da finestre di abitabilità variabili nel tempo.

Il confronto con il Medio Reno e la Francia sud-occidentale è particolarmente istruttivo. Nel Medio Reno compaiono valori di δ¹⁵N più bassi, compatibili con ambienti più poveri di nutrienti e probabilmente più influenzati da dinamiche periglaciali intense. La Francia sud-occidentale, invece, mostra anche valori più elevati, che possono riflettere condizioni relativamente più favorevoli, suoli più sviluppati o ecosistemi meno rigidamente limitati dal freddo. Il Giura svizzero si colloca tra questi due estremi, confermando una condizione paleoecologica peculiare: prossimità ai ghiacci, clima severo, ma presenza di habitat sufficientemente stabili per sostenere erbivori specializzati. Questa immagine è coerente con il concetto, sempre più discusso negli studi paleoclimatici e paleoecologici, di “rifugi freddi” o micro-rifugi glaciali, cioè aree localizzate in cui particolari condizioni topografiche, geologiche o climatiche consentivano la persistenza di vegetazione e fauna anche durante fasi climatiche estreme.

Il pannello del δ³⁴S è forse quello che mostra le differenze più nette tra le regioni e, proprio per questo, offre un’informazione complementare di grande valore. A differenza del carbonio e dell’azoto, che sono fortemente influenzati dalla dieta e dai processi ecologici generali, lo zolfo isotopico è particolarmente sensibile alla geochimica locale, alla litologia, all’idrologia e alle condizioni redox del suolo. Le renne del Giura svizzero presentano valori di δ³⁴S nettamente più bassi rispetto a quelle del Giura francese e soprattutto della Francia sud-occidentale. Questo suggerisce che gli animali svizzeri si muovessero in un ambiente geochimicamente distinto, probabilmente caratterizzato da suoli più umidi, più saturi d’acqua o meno ossigenati. In condizioni di ristagno idrico, infatti, i processi batterici di riduzione dello zolfo possono modificare il rapporto isotopico del solfato disponibile nel suolo e nelle piante, trasferendo poi questo segnale lungo la catena alimentare fino al collagene osseo degli erbivori.

La ridotta variabilità del δ³⁴S nei campioni svizzeri è altrettanto significativa. Essa può indicare che le renne analizzate abbiano frequentato un territorio relativamente omogeneo dal punto di vista geochimico, oppure che il loro areale stagionale fosse più ristretto rispetto a quello di altre popolazioni europee. Questo non significa necessariamente che fossero completamente sedentarie, ma suggerisce che, almeno nel periodo di formazione del tessuto analizzato, esse abbiano utilizzato paesaggi con caratteristiche ambientali simili. Al contrario, la maggiore dispersione dei valori nel Giura francese e i valori molto più elevati della Francia sud-occidentale indicano condizioni ecologiche e geochimiche differenti, forse legate a suoli meglio drenati, diversa disponibilità idrica, differente interazione tra suolo e substrato roccioso o diverse traiettorie di mobilità animale.

L’aspetto più interessante è che le differenze nel δ³⁴S non sembrano spiegabili soltanto dalla litologia. Le regioni considerate condividono infatti, almeno in parte, substrati sedimentari mesozoici e cenozoici, con presenza di calcari e arenarie. Se la sola roccia madre fosse il fattore dominante, ci si attenderebbe una variabilità meno marcata tra alcune aree. La figura suggerisce invece che siano stati i parametri ambientali locali, in particolare quelli idrologici e pedologici, ad avere un ruolo decisivo. Questo è un punto importante perché consente di collegare la chimica delle ossa delle renne alle condizioni fisiche del paesaggio: drenaggio del suolo, presenza di permafrost, saturazione idrica stagionale, disgelo superficiale, circolazione dell’acqua e attività microbica. In un ambiente freddo posto vicino ai margini glaciali alpini, anche modeste oscillazioni climatiche potevano alterare profondamente questi processi.

La possibilità che i bassi valori di δ³⁴S del Giura svizzero riflettano condizioni più umide o scarsamente ossigenate si integra bene con le ricostruzioni paleoclimatiche basate su speleotemi alpini e altri archivi naturali. Le variazioni negli isotopi dell’ossigeno degli speleotemi possono registrare cambiamenti nei regimi di precipitazione, nella provenienza delle masse d’aria e nella temperatura regionale. Se durante alcune fasi del LGM o in prossimità del Greenland Interstadial 2 si verificarono lievi aumenti termici o variazioni nella circolazione atmosferica alpina, questi avrebbero potuto favorire un maggiore apporto idrico, un disgelo stagionale più marcato del permafrost o condizioni di drenaggio più difficili nei suoli. In tal modo, il segnale isotopico dello zolfo registrato nelle renne diventerebbe una testimonianza indiretta della dinamica idrologica locale e non soltanto della geologia regionale.

La figura 5 permette quindi di ricostruire una distinzione fondamentale tra segnali isotopici più generali e segnali più locali. Il δ¹³C e il δ¹⁵N mostrano una certa sovrapposizione tra le popolazioni europee di renna, indicando che questi animali condividevano strategie ecologiche relativamente simili in diversi ambienti del LGM: sfruttamento di vegetazione fredda, frequente uso dei licheni, adattamento a paesaggi aperti e cicli nutritivi limitati dalle basse temperature. Il δ³⁴S, invece, mette in evidenza differenze regionali molto più marcate, rivelando che dietro una apparente somiglianza ecologica si nascondevano paesaggi geochimicamente e idrologicamente molto diversi. Questa combinazione di somiglianza e differenza è essenziale per comprendere la complessità dell’Europa glaciale: le renne potevano occupare nicchie ecologiche simili, ma lo facevano in territori con storie ambientali, idrologiche e pedologiche differenti.

Dal punto di vista archeologico, questa interpretazione è particolarmente rilevante perché contribuisce a spiegare la presenza umana nel Giura svizzero durante una fase climatica estremamente severa. Se le renne erano presenti in questi ambienti grazie alla disponibilità di licheni e alla persistenza di superfici vegetate, allora i gruppi umani potevano sfruttare tali popolazioni come risorsa strategica. La presenza umana presso Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle potrebbe quindi essere collegata non a una permanenza stabile e continua, ma a una frequentazione opportunistica o stagionale di aree in cui le renne erano disponibili in determinati momenti dell’anno. Le comunità paleolitiche avrebbero potuto organizzare i propri spostamenti in relazione alla mobilità dei branchi, alla disponibilità delle risorse e alle condizioni climatiche temporaneamente favorevoli. In questo senso, la figura non parla soltanto di renne, ma anche delle condizioni che rendevano possibile l’occupazione umana di paesaggi prossimi ai ghiacci.

Un altro aspetto importante riguarda il concetto di marginalità ambientale. Spesso i territori prossimi ai margini glaciali vengono descritti come aree periferiche, fredde e difficilmente abitabili. Tuttavia, i dati isotopici mostrati nella figura 5 suggeriscono una realtà più sfumata. Il Giura svizzero durante il LGM non appare come un ambiente completamente ostile, ma come un paesaggio freddo, povero e selettivo, nel quale alcune risorse specifiche — in particolare i licheni e le popolazioni di renna — potevano creare opportunità ecologiche importanti. La marginalità, quindi, non coincide necessariamente con l’inabitabilità. Al contrario, in alcuni casi i margini glaciali potevano funzionare come ambienti di attrazione stagionale, soprattutto per gruppi umani altamente mobili e capaci di sfruttare risorse concentrate.

La figura 5 mostra anche l’importanza di un approccio multiproxy. Nessun isotopo, preso singolarmente, sarebbe sufficiente a ricostruire il paesaggio in modo completo. Il δ¹³C suggerisce informazioni sulla dieta e sull’importanza dei licheni; il δ¹⁵N informa sulla maturità del suolo e sul ciclo dei nutrienti; il δ³⁴S introduce indicazioni sulla geochimica, sull’idrologia e sulla mobilità territoriale. Solo la combinazione di questi tre sistemi isotopici consente di ottenere una ricostruzione più robusta e articolata. Questo approccio è ormai centrale negli studi archeometrici e paleoecologici, perché permette di superare letture semplicistiche del rapporto tra clima, fauna e presenza umana. La figura dimostra infatti che i paesaggi del LGM non erano uniformi, ma organizzati in mosaici ambientali nei quali condizioni climatiche generali e fattori locali interagivano in modo complesso.

Nel complesso, la figura 5 suggerisce che le renne del Giura svizzero vivevano in un ambiente freddo, aperto e prossimo ai margini glaciali, ma dotato di una certa stabilità ecologica. La loro dieta incorporava probabilmente una componente significativa di licheni, come indicato dai valori relativamente elevati di δ¹³C. I valori intermedi di δ¹⁵N indicano suoli e cicli nutritivi limitati dal freddo, ma non completamente immaturi o privi di vegetazione. I bassi valori di δ³⁴S suggeriscono condizioni locali particolari, forse più umide, più povere di ossigeno o influenzate da dinamiche di permafrost e drenaggio superficiale. Rispetto ad altre regioni europee, il Giura svizzero emerge quindi come un ambiente intermedio e peculiare: non un rifugio temperato in senso classico, ma un habitat glaciale marginale capace di sostenere erbivori specializzati e, di conseguenza, forme di frequentazione umana.

La forza interpretativa della figura risiede proprio in questa capacità di collegare scale diverse: il comportamento alimentare della renna, la geochimica del suolo, il clima regionale, la mobilità animale e le strategie umane. Essa mostra che la presenza umana durante il LGM in Svizzera non deve essere interpretata come un fatto isolato o sorprendente, ma come il risultato di una precisa configurazione ecologica. Dove le renne potevano sopravvivere grazie ai licheni e a una vegetazione resistente, anche i gruppi umani potevano trovare risorse sufficienti per frequentare il territorio. La figura 5, quindi, non è soltanto un confronto tra valori isotopici, ma una finestra sulla complessità dei paesaggi glaciali europei e sulla capacità delle società paleolitiche di inserirsi in ambienti estremi attraverso mobilità, conoscenza del territorio e sfruttamento selettivo delle risorse disponibili.

Conclusioni: occupazione umana della Svizzera durante il Last Glacial Maximum, oscillazioni climatiche del GI-2 e ricostruzione isotopica degli ambienti di caccia

Il quadro conclusivo che emerge dal modello cronologico rielaborato per l’occupazione umana della Svizzera durante il Last Glacial Maximum suggerisce una presenza antropica estremamente selettiva, episodica e strettamente condizionata dalla finestra climatica disponibile in un territorio posto ai margini immediati dell’espansione glaciale alpina. Nel contesto del MIS 2, la Svizzera rappresentava infatti un ambiente fortemente limitante per le popolazioni paleolitiche: gran parte del territorio era interessata dalla presenza o dalla prossimità della calotta glaciale alpina, mentre le aree libere dai ghiacci, in particolare a nord del Giura, erano dominate da condizioni periglaciali, da paesaggi aperti di steppa-tundra e da una biomassa vegetale ridotta rispetto ai periodi temperati. Lo studio di Reade et al. su Scientific Reports colloca i siti di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle in un’area posta a meno di 50 km dal margine massimo della calotta glaciale alpina e indica, attraverso nuove datazioni radiocarboniche AMS su ossa di renna con segni di macellazione, una probabile finestra di frequentazione compresa tra circa 23.400 e 22.800 anni cal BP, in coincidenza con il Greenland Interstadial 2, una breve fase di miglioramento climatico registrata nelle carote glaciali groenlandesi. 

Questa coincidenza cronologica è centrale perché consente di interpretare l’occupazione umana non come una presenza stabile e continua nel paesaggio svizzero del LGM, ma come il risultato di una breve opportunità ecologica generata da un temporaneo allentamento delle condizioni glaciali più estreme. Il GI-2, pur non trasformando radicalmente l’ambiente in senso temperato, avrebbe potuto produrre una mitigazione sufficiente a rendere accessibili corridoi territoriali, nicchie ecologiche e risorse faunistiche sfruttabili da gruppi altamente mobili di cacciatori-raccoglitori. In questo senso, l’occupazione dei siti svizzeri non va letta come prova di una piena colonizzazione del territorio alpino-settentrionale durante il massimo glaciale, ma come segnale di una capacità adattativa molto raffinata, basata sulla rapidità di spostamento, sulla conoscenza dei paesaggi marginali e sulla possibilità di intercettare risorse animali in aree ecologicamente instabili ma temporaneamente produttive. Il dato cronologico assume quindi un valore paleoantropologico più ampio: non documenta soltanto “quando” gli esseri umani raggiunsero la Svizzera durante il LGM, ma suggerisce “in quali condizioni” e “con quali limiti ambientali” tale presenza poté realizzarsi.

L’importanza del modello deriva anche dal fatto che le nuove datazioni sono state ottenute su resti direttamente collegati all’attività umana, cioè ossa di renna recanti tracce di intervento antropico. Questo aspetto riduce una delle principali ambiguità che spesso caratterizzano i siti paleolitici, dove la datazione di materiali indirettamente associati può produrre incertezze nella relazione tra età radiocarbonica, frequentazione umana e contesto ambientale. L’impiego di protocolli moderni di pretrattamento del collagene osseo, inclusa l’ultrafiltrazione, ha rappresentato un avanzamento metodologico importante nella cronologia del Paleolitico superiore, poiché permette di ridurre il rischio di contaminazioni organiche moderne o di frazioni molecolari degradate che possono alterare l’età apparente dei campioni. Reade et al. sottolineano proprio come l’ultrafiltrazione e i controlli di qualità del collagene siano particolarmente rilevanti nei contesti paleolitici, dove anche piccole contaminazioni possono produrre conseguenze significative sulla collocazione cronologica dei reperti. 

Alla robustezza cronologica si aggiunge il contributo paleoecologico fornito dagli isotopi stabili del collagene osseo di renna. L’analisi combinata di carbonio, azoto e zolfo permette infatti di trasformare i resti faunistici in archivi ambientali, capaci di restituire informazioni non solo sulla dieta degli animali, ma anche sulle caratteristiche del suolo, della vegetazione, dell’umidità, della produttività biologica e della stabilità ecologica locale. I valori relativamente elevati di δ¹³C osservati nelle renne svizzere rispetto ad altri dati europei suggeriscono una maggiore dipendenza dai licheni, elemento coerente con un ambiente povero di vegetazione vascolare abbondante e dominato da risorse tipiche di paesaggi freddi, aperti e poco produttivi. Questa interpretazione è rafforzata dal fatto che le renne moderne e pleistoceniche tendono a mostrare valori di carbonio arricchiti quando la componente lichenica assume un peso importante nella dieta; gli stessi autori ricordano che il δ¹³C del collagene osseo nelle renne è fortemente influenzato dal consumo di licheni, oltre che da variabili ambientali come temperatura, umidità e copertura vegetale. 

Il dato isotopico, tuttavia, non indica un ambiente mite in senso assoluto. Al contrario, suggerisce che gli esseri umani cacciassero renne in paesaggi ancora decisamente freddi, probabilmente aperti, periglaciali e caratterizzati da una vegetazione limitata. La fase di riscaldamento associata al GI-2 deve dunque essere intesa come una mitigazione relativa, non come una transizione verso condizioni pienamente interglaciali o deglaciali. È proprio questa distinzione a rendere lo studio particolarmente significativo: l’occupazione umana non avvenne perché il paesaggio divenne “favorevole” in senso moderno, ma perché una breve attenuazione climatica rese temporaneamente meno proibitive aree marginali altrimenti difficili da frequentare. I bassi valori di δ³⁴S e i valori intermedi di δ¹⁵N possono essere interpretati come indicatori di processi pedologici e biogeochimici legati a suoli freddi, forse influenzati da permafrost, ridotta attività microbica e variazioni nella disponibilità di nutrienti. In particolare, il δ¹⁵N nei tessuti animali è sensibile non solo alla posizione trofica, ma anche ai processi del suolo, alla maturità pedologica, alla disponibilità di azoto e all’attività batterica, fattori che in ambienti glaciali e periglaciali possono risultare fortemente compressi o alterati. 

La presenza delle renne costituisce inoltre un elemento ecologico e culturale fondamentale. Durante il Paleolitico superiore, la renna rappresentò in molte regioni europee una risorsa chiave, non solo per la carne, ma anche per pelli, tendini, ossa e palchi, materiali essenziali per la produzione di strumenti, abbigliamento, ripari e tecnologie di sopravvivenza. In un contesto marginale come quello svizzero del LGM, la disponibilità di branchi di renne avrebbe potuto costituire il principale fattore attrattivo per gruppi umani mobili, capaci di inserirsi stagionalmente o episodicamente in un paesaggio freddo ma ecologicamente leggibile. L’interpretazione che emerge è dunque quella di un’occupazione orientata alla caccia, probabilmente breve, opportunistica e legata alla prevedibilità di determinate risorse faunistiche. La stabilità relativa suggerita dai dati isotopici non implica abbondanza biologica, ma piuttosto una certa continuità delle condizioni locali nel periodo di frequentazione, sufficiente a consentire strategie di approvvigionamento pianificate.

Il confronto con il sito austriaco di Kammern-Grubgraben rafforza ulteriormente questa lettura centro-europea. Le indagini cronologiche e stratigrafiche su questo importante sito del LGM in Bassa Austria indicano una frequentazione principale collocabile intorno a 23–22 ka cal BP, con una possibile relazione con le fasi di miglioramento climatico GI-2.2 e GI-2.1. Il sito, posto in un contesto geomorfologico favorevole, protetto dai venti dominanti e aperto verso la valle del Kamp e la pianura danubiana, presenta una ricca documentazione archeologica, comprendente industria litica, manufatti organici e oggetti in osso, avorio e palco. La sovrapposizione cronologica tra Kammern-Grubgraben e i siti svizzeri suggerisce la possibilità che, durante una breve fase climatica meno severa del LGM, alcune aree dell’Europa centrale siano state attraversate o frequentate da gruppi umani capaci di espandersi temporaneamente verso ambienti settentrionali e alpino-marginali.

Tuttavia, questa ipotesi deve essere formulata con cautela. Molti siti centro-europei attribuiti al LGM possiedono ancora cronologie troppo imprecise per stabilire se appartengano effettivamente alla stessa finestra climatica o se riflettano episodi distinti di frequentazione umana. Proprio per questo, lo studio svizzero non chiude il dibattito, ma lo raffina: mostra che nel caso di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle la relazione con il GI-2 è altamente plausibile, ma invita a non generalizzare automaticamente tale modello a tutta l’Europa centrale. Ricerche più recenti, come quelle su Stránská skála IV in Moravia, hanno infatti mostrato che alcune frequentazioni umane del LGM potrebbero essere avvenute anche in condizioni fredde e aride, non necessariamente coincidenti con brevi interstadiali caldi; Stevens et al. propongono che l’occupazione di Stránská skála IV possa precedere il GI-2 e che la presenza umana in Europa centrale durante il LGM non fosse confinata esclusivamente agli episodi di miglioramento climatico. 

Questa prospettiva più ampia non indebolisce il significato del caso svizzero, ma lo inserisce in un quadro interpretativo più complesso. Da un lato, la Svizzera del LGM sembra offrire un esempio molto chiaro di occupazione favorita da una breve finestra climatica, in un ambiente prossimo al margine glaciale e quindi particolarmente sensibile a piccole variazioni di temperatura, precipitazione e copertura glaciale. Dall’altro, il mosaico centro-europeo suggerisce che le popolazioni del Paleolitico superiore possedessero una resilienza ecologica maggiore di quanto ipotizzato in modelli rigidamente deterministici, nei quali il clima agisce come unico fattore di presenza o assenza umana. È più probabile che la distribuzione dei gruppi umani dipendesse dall’interazione fra clima, disponibilità di prede, accessibilità topografica, reti culturali, conoscenza del territorio, mobilità stagionale e capacità tecnologica.

In conclusione, la sezione evidenzia come l’occupazione umana della Svizzera durante il Last Glacial Maximum debba essere interpretata come un fenomeno raro, breve e altamente significativo, collocato all’intersezione tra dinamiche climatiche rapide, adattamento umano e trasformazioni ecologiche dei paesaggi glaciali. Il GI-2 avrebbe rappresentato una finestra di opportunità in cui il paesaggio, pur rimanendo freddo e povero di risorse vegetali, divenne temporaneamente più accessibile e sufficientemente stabile da permettere la caccia alla renna. Le analisi isotopiche confermano che non si trattò di un ambiente favorevole in senso assoluto, ma di un ecosistema marginale nel quale piccoli cambiamenti climatici potevano modificare la disponibilità di habitat, suoli, vegetazione e prede. Il valore dello studio risiede quindi nella sua capacità di integrare cronologia radiocarbonica, archeologia e geochimica isotopica in una ricostruzione coerente dell’interazione tra esseri umani e ambienti estremi. Al tempo stesso, il confronto con Kammern-Grubgraben e con altri siti dell’Europa centrale invita a proseguire le indagini con datazioni più precise e archivi paleoambientali locali, perché solo una caratterizzazione sito-specifica potrà chiarire se l’episodio svizzero rappresenti parte di una più ampia espansione umana centro-europea durante il GI-2 o una manifestazione regionale di strategie adattative più articolate nel cuore del massimo glaciale.

Metodi: estrazione del collagene, analisi isotopica e datazione AMS dei resti ossei di renna nel contesto dell’occupazione umana della Svizzera durante il Last Glacial Maximum

La sezione metodologica dello studio assume un ruolo centrale perché l’intera interpretazione cronologica e paleoambientale dell’occupazione umana della Svizzera durante il Last Glacial Maximum dipende dalla qualità del materiale organico analizzato, dalla purezza del collagene estratto e dall’affidabilità delle misure isotopiche e radiocarboniche ottenute. In un contesto archeologico così antico, collocato intorno a 23.400–22.800 anni cal BP e associato a resti ossei di renna direttamente legati all’attività umana, ogni passaggio tecnico non rappresenta una semplice procedura di laboratorio, ma una garanzia critica per distinguere il segnale biologico originario da possibili alterazioni post-deposizionali. Reade et al. fondano infatti la loro revisione della cronologia svizzera del LGM su datazioni AMS di ossa di renna con tracce di macellazione provenienti dai siti di Kastelhöhle-Nord e Y-Höhle, integrando tali risultati con analisi degli isotopi stabili del carbonio, dell’azoto e dello zolfo nel collagene osseo. Questa combinazione metodologica permette di collegare in modo diretto tre livelli informativi: la presenza umana, l’età dei reperti e il contesto ecologico in cui le renne vivevano e venivano cacciate. 

Il primo momento della procedura riguarda il campionamento osseo, effettuato prelevando da ciascun reperto una quantità compresa tra 0,2 e 1,3 grammi di materiale mediante trapano dentale. Questo approccio consente di ottenere una quantità sufficiente di tessuto osseo preservando, per quanto possibile, l’integrità morfologica del reperto archeologico. In archeologia paleolitica, il campionamento distruttivo deve sempre bilanciare due esigenze contrapposte: da un lato la conservazione del materiale, spesso raro e culturalmente significativo; dall’altro la necessità di ottenere una frazione organica adeguata per le analisi biochimiche. La scelta di prelevare osso per estrarre collagene deriva dal fatto che il collagene costituisce la principale componente organica dell’osso e, quando ben conservato, conserva informazioni fondamentali sia per la datazione al radiocarbonio sia per la ricostruzione isotopica della dieta e dell’ambiente. Il metodo classico di estrazione del collagene per la datazione radiocarbonica risale al lavoro di Longin, che introdusse una procedura basata sulla rimozione della componente minerale dell’osso mediante trattamento acido e sul recupero della frazione organica residua, rendendo possibile la datazione diretta di reperti ossei anche in assenza di carbone, legno o altri materiali associati. 

Nel caso specifico dello studio svizzero, l’estrazione del collagene è stata eseguita presso lo University College London mediante una versione modificata del protocollo dell’Oxford Radiocarbon Accelerator Unit, a sua volta derivato dal metodo di Longin. I campioni sono stati trattati con acido cloridrico 0,5 M a 4 °C fino alla completa demineralizzazione, un processo che può richiedere da 24 ore fino a due settimane a seconda dello stato di conservazione, della densità ossea e della dimensione del frammento. La demineralizzazione rimuove la frazione inorganica dell’osso, principalmente idrossiapatite, lasciando disponibile la matrice organica collagenica. Successivamente, i campioni sono stati accuratamente risciacquati con acqua ultrapura per eliminare residui acidi e prodotti solubili, quindi gelatinizzati in soluzione acida a pH 3 a 75 °C per 48 ore. La gelatinizzazione trasforma il collagene insolubile in una forma solubile più facilmente filtrabile, ma deve avvenire in condizioni controllate per evitare degradazione eccessiva delle catene proteiche. Proprio per questo, le modifiche moderne al metodo Longin hanno cercato di migliorare il recupero del collagene e di ridurre la degradazione termica, come mostrato già da Brown, Nelson, Vogel e Southon, i quali evidenziarono che una temperatura di trattamento più bassa può preservare meglio i residui proteici e facilitare successivi passaggi di purificazione. 

Un passaggio particolarmente importante è rappresentato dall’ultrafiltrazione. Dopo la gelatinizzazione e la filtrazione tramite Ezee-filter, il filtrato è stato fatto passare attraverso un ultrafiltro pre-pulito da 15–30 kD, raccogliendo la frazione superiore a 30 kD, poi liofilizzata. Questo procedimento mira a isolare molecole collageniche di peso molecolare relativamente elevato, più probabilmente rappresentative del collagene endogeno originario, separandole da contaminanti a basso peso molecolare, frammenti proteici degradati, acidi umici, acidi fulvici e altre sostanze derivate dal suolo. L’ultrafiltrazione ha avuto un impatto notevole nella datazione dei materiali paleolitici, perché anche piccole quantità di carbonio contaminante possono alterare in modo significativo l’età apparente di campioni molto antichi. Higham e colleghi hanno mostrato che il protocollo di ultrafiltrazione adottato dall’ORAU, utilizzato sistematicamente a partire dal 2000, permette in molti casi di rimuovere contaminanti che metodi meno rigorosi non riescono a eliminare. Questo è particolarmente rilevante per ossa del Paleolitico superiore, nelle quali la differenza tra una cronologia affidabile e una cronologia falsata può dipendere da frazioni organiche minime ma isotopicamente e radiocarbonicamente significative. 

L’analisi degli isotopi stabili è stata condotta su aliquote molto piccole di collagene purificato, comprese tra 1,2 e 1,5 mg, pesate in capsule di stagno e analizzate mediante spettrometria di massa a rapporto isotopico a flusso continuo. L’impiego di uno spettrometro Delta V Advantage accoppiato a un analizzatore elementare EA IsoLink consente di misurare con elevata precisione i rapporti isotopici del carbonio, dell’azoto e dello zolfo nel collagene. Il carbonio, espresso come δ¹³C rispetto allo standard VPDB, fornisce informazioni sulla base vegetale della dieta e, nel caso della renna, può riflettere il contributo dei licheni rispetto ad altre risorse vegetali. L’azoto, espresso come δ¹⁵N rispetto allo standard AIR, è sensibile sia alla posizione trofica sia alle condizioni ecologiche del suolo, alla disponibilità di nutrienti, all’aridità e ai processi microbici. Lo zolfo, espresso come δ³⁴S rispetto allo standard VCDT, può aggiungere informazioni sulla geochimica locale, sull’influenza del substrato, sulle condizioni ambientali e, in alcuni contesti, sulla mobilità degli animali tra aree isotopicamente distinte. Studi multi-isotopici su ungulati pleistocenici hanno mostrato che la combinazione di δ¹³C, δ¹⁵N e δ³⁴S nel collagene osseo consente di ricostruire nicchie ecologiche, comportamenti alimentari, differenze ambientali locali e plasticità ecologica delle specie, in particolare della renna, animale altamente adattabile ai paesaggi freddi e aperti del Pleistocene. 

La solidità del dato isotopico dipende anche dal controllo della calibrazione strumentale. Per ogni dieci campioni ignoti, lo studio ha previsto l’analisi di tre standard interni calibrati rispetto a materiali di riferimento internazionali dell’International Atomic Energy Agency e dell’USGS, tra cui USGS40, USGS41, USGS43, IAEA-S-2 e IAEA-S-3. Questo sistema di calibrazione permette di ancorare le misure a scale isotopiche riconosciute internazionalmente e di confrontare i risultati con quelli prodotti in altri laboratori e in altri studi paleoecologici. Le incertezze riportate, pari a ±0,1‰ per δ¹³C, ±0,2‰ per δ¹⁵N e ±0,3‰ per δ³⁴S, indicano un’elevata precisione analitica, ottenuta tramite misurazioni ripetute di standard interni di collagene osseo e di gelatina di pesce certificata. In un’indagine paleoambientale, questa precisione è essenziale perché le differenze isotopiche tra popolazioni animali, regioni e fasi climatiche possono essere relativamente sottili, ma paleoecologicamente molto significative. Per esempio, studi sui resti di renna del Giura francese hanno utilizzato proprio la combinazione di isotopi del carbonio, dell’azoto e dello zolfo per indagare cambiamenti ecologici e ambientali tra il tardo LGM e il Tardoglaciale, mostrando come variazioni nei valori isotopici del collagene possano riflettere modificazioni della vegetazione, dell’aridità, della produttività e della disponibilità di risorse. 

La datazione al radiocarbonio è stata eseguita presso l’ORAU secondo procedure standardizzate. Circa 5 mg di collagene purificato sono stati pesati in capsule di stagno precedentemente riscaldate a 500 °C per 12 ore, in modo da ridurre il rischio di contaminazione organica residua. I campioni sono stati quindi combusti mediante analizzatore elementare accoppiato a spettrometro di massa, con raccolta della CO₂ prodotta. Questa CO₂ è stata successivamente trasformata in grafite attraverso riduzione su catalizzatore di ferro in atmosfera di idrogeno a 560 °C. La grafite così ottenuta è stata analizzata mediante spettrometria di massa con acceleratore, utilizzando il sistema AMS di Oxford e una sorgente di ioni di cesio. La datazione AMS rappresenta uno dei metodi più potenti per i reperti paleolitici perché richiede quantità molto ridotte di carbonio rispetto alla radiometria convenzionale e consente di ottenere misure precise anche su campioni piccoli, come spesso accade nei contesti archeologici dove il materiale conservato è limitato. Brock, Higham, Ditchfield e Bronk Ramsey hanno descritto nel dettaglio i protocolli ORAU per il pretrattamento e la datazione AMS, sottolineando l’importanza di procedure chimiche diversificate e rigorose per isolare la frazione databile più affidabile. 

Un ulteriore elemento metodologico di rilievo riguarda la correzione per la contaminazione di fondo. Poiché il pretrattamento delle ossa è stato effettuato nel laboratorio UCL e non direttamente presso l’ORAU, le date sono state contrassegnate con codici specifici “OxA-V-wwww-pp”, distinguendole dalle normali determinazioni ORAU. Le date corrette sono state poi indicate con l’aggiunta di una “C” al codice, in modo da segnalare l’applicazione di una correzione per possibile contaminazione di laboratorio. Questo passaggio è particolarmente importante perché, nelle datazioni di campioni antichi e con basse quantità di collagene, anche piccole aggiunte di carbonio moderno durante l’estrazione possono produrre età più giovani del reale. Wood e colleghi hanno discusso proprio la necessità di affinare le correzioni di background nei protocolli di ultrafiltrazione, mostrando che la contaminazione introdotta durante la chimica di laboratorio può diventare particolarmente problematica quando si lavora con meno di 10 mg di collagene. In questo senso, la trasparenza nel riportare date corrette e non corrette, insieme ai dettagli dei calcoli supplementari, rappresenta una componente fondamentale della riproducibilità scientifica. 

Nel complesso, la metodologia descritta non è soltanto una sequenza tecnica di laboratorio, ma costituisce l’ossatura epistemologica dell’intero studio. La demineralizzazione acida, la gelatinizzazione controllata, l’ultrafiltrazione della frazione >30 kD, la liofilizzazione, la calibrazione isotopica tramite standard internazionali, la combustione, la grafitizzazione e la misura AMS formano una catena analitica costruita per ridurre progressivamente l’incertezza. Ogni passaggio serve a proteggere l’affidabilità del segnale: il collagene purificato deve essere abbastanza ben conservato da rappresentare il tessuto originario dell’animale; i rapporti isotopici devono riflettere la dieta e l’ambiente della renna, non contaminazioni post-deposizionali; la data radiocarbonica deve misurare il momento biologico della morte dell’animale, e quindi, nel caso di ossa con tracce di attività antropica, il tempo dell’interazione fra esseri umani e fauna. È proprio questa integrazione tra rigore chimico, controllo isotopico e precisione cronologica che consente allo studio di proporre una finestra relativamente breve di occupazione umana della Svizzera durante il LGM e di collegarla alle condizioni climatiche meno severe del Greenland Interstadial 2. In altre parole, la forza interpretativa dei risultati non nasce soltanto dalla presenza dei reperti, ma dalla capacità dei metodi applicati di trasformare frammenti ossei pleistocenici in archivi cronologici ed ecologici ad alta risoluzione.

https://www.nature.com/articles/s41598-020-61448-7.pdf


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