Il Boletín de El Niño y Variabilidad Climática/ESPOL, Número 06-2026, pubblicato il 1 giugno 2026 dalla Facultad de Ingeniería Marítima y Ciencias del Mar della Escuela Superior Politécnica del Litoral, delinea uno scenario di notevole rilevanza climatica per il Pacifico tropicale e, in modo particolare, per il settore orientale del bacino, comprendente le coste di Ecuador e Perù. Il punto centrale del bollettino è la crescente probabilità di evoluzione verso un evento El Niño nel corso del 2026, con avvio previsto nel trimestre centrato su giugno e con persistenza delle condizioni calde fino all’inverno boreale 2026-2027. Il dato più significativo è la probabilità dell’82% di sviluppo dell’evento nel trimestre maggio-luglio e del 96% di persistenza nel trimestre dicembre-febbraio, valori coerenti con l’ultima discussione diagnostica NOAA/CPC del 14 maggio 2026, secondo cui El Niño è “likely to emerge soon” e dovrebbe continuare fino all’inverno dell’emisfero nord 2026-2027. Il bollettino ESPOL aggiunge un elemento di particolare importanza regionale: il riscaldamento non sarebbe confinato al Pacifico centrale, ma coinvolgerebbe anche il Pacifico orientale, in particolare le regioni Niño 3 e Niño 1+2, quest’ultima direttamente prossima alle coste di Ecuador e Perù. Proprio questa componente orientale rende lo scenario più delicato per la fascia costiera sudamericana, poiché in quell’area anche anomalie termiche relativamente contenute possono produrre risposte idroclimatiche marcate, soprattutto se si verificano nel periodo stagionale favorevole alla convezione costiera.
Dal punto di vista fisico, El Niño rappresenta la fase calda del sistema ENSO, cioè dell’oscillazione accoppiata oceano-atmosfera che domina la variabilità interannuale del Pacifico tropicale. In condizioni normali, gli alisei spingono le acque superficiali calde verso il Pacifico occidentale, favorendo lungo le coste sudamericane la risalita di acque più fredde e ricche di nutrienti attraverso l’upwelling. Durante lo sviluppo di El Niño, l’indebolimento degli alisei riduce l’upwelling e consente l’accumulo o la propagazione di acque più calde verso il Pacifico centro-orientale; se l’atmosfera risponde allo spostamento del massimo riscaldamento oceanico, la convezione tropicale tende a migrare verso est, indebolendo ulteriormente gli alisei e attivando il classico feedback positivo di Bjerknes. NOAA descrive proprio questo meccanismo: durante un El Niño in sviluppo, l’indebolimento degli alisei rallenta la risalita di acque fredde e permette l’accumulo di acque più calde nel Pacifico orientale; se la risposta atmosferica rinforza tale configurazione, le anomalie calde possono espandersi nel Pacifico centrale e orientale.
Un aspetto scientificamente rilevante del bollettino ESPOL è l’uso dell’indice rONI o RONI, cioè il Relative Oceanic Niño Index, adottato da NOAA/CPC per rappresentare meglio ENSO in un clima caratterizzato da riscaldamento oceanico di fondo. A differenza del tradizionale ONI, basato sull’anomalia della temperatura superficiale marina nella regione Niño 3.4 rispetto a una climatologia di riferimento, il RONI sottrae all’anomalia della regione Niño 3.4 l’anomalia media delle temperature superficiali tropicali tra 20°N e 20°S, per isolare meglio il segnale ENSO rispetto al riscaldamento generale degli oceani tropicali. NOAA definisce il RONI come una media mobile trimestrale dell’indice relativo Niño 3.4, con soglia calda superiore a +0,5 °C per classificare condizioni El Niño, se persistente per almeno cinque stagioni trimestrali sovrapposte. Questo passaggio metodologico è importante perché, in un clima più caldo, le anomalie assolute della temperatura marina possono apparire più elevate senza necessariamente indicare una maggiore organizzazione dinamica di ENSO; il RONI tenta quindi di distinguere il riscaldamento relativo specifico del Pacifico equatoriale dalla tendenza termica più ampia dei tropici. NOAA/NIDIS ha spiegato che l’adozione del RONI serve proprio a rappresentare meglio la variabilità climatica stagionale in presenza di trend oceanici di lungo periodo.
Secondo ESPOL, la magnitudo prevista dell’evento sarebbe almeno moderata, con rONI compreso tra +1,0 e +1,5 °C, mentre la probabilità di condizioni molto forti, con rONI superiore a +2,0 °C, raggiungerebbe il 33% nel trimestre ottobre-dicembre. Questa informazione va interpretata con cautela scientifica: un valore elevato dell’indice ENSO aumenta la probabilità di impatti climatici marcati, ma non determina in modo automatico l’intensità locale degli effetti. NOAA sottolinea infatti che esiste ancora incertezza sulla forza di picco dell’evento 2026 e che, pur essendo cresciuta la fiducia nello sviluppo di El Niño, nessuna categoria di intensità superava il 37% di probabilità nella previsione ufficiale di metà maggio. La stessa WMO ricorda che ogni evento El Niño possiede caratteristiche proprie in termini di evoluzione, distribuzione spaziale delle anomalie e impatti regionali, e che la definizione giornalistica di “super El Niño” non appartiene alla classificazione operativa standard.
La componente più sensibile per Ecuador e Perù riguarda la possibilità di anomalie calde persistenti nella regione Niño 1+2, cioè nel settore più orientale del Pacifico tropicale. Gli studi sul Coastal El Niño hanno mostrato che il riscaldamento localizzato davanti alle coste sudamericane può generare precipitazioni intense anche senza un El Niño canonico perfettamente sviluppato sull’intero bacino pacifico. L’evento costiero del 2017, analizzato tramite dati radar e osservazioni regionali, dimostrò che il riscaldamento isolato della regione Niño 1+2 fu il principale innesco delle forti piogge, mentre la topografia andina e le circolazioni locali modularono la distribuzione spaziale degli accumuli. Un ulteriore studio pubblicato su npj Climate and Atmospheric Science ha evidenziato che, durante eventi costieri, le precipitazioni medie nell’area Niño 1+2 possono aumentare in modo sostanziale: nel caso del 2017, la precipitazione media febbraio-aprile raggiunse circa 120 mm/mese, contro una climatologia intorno a 60 mm/mese, con effetti ancora più estremi in alcune aree continentali di Ecuador e Perù.
Questa relazione tra temperatura superficiale marina e precipitazione non è lineare in ogni stagione, ma diventa particolarmente importante quando le acque costiere superano soglie termiche capaci di sostenere convezione profonda, convergenza nei bassi strati e trasporto di umidità verso le pianure costiere e i versanti occidentali andini. Lo stesso studio su eventi costieri mostra che, durante febbraio-marzo-aprile, un aumento di 1 °C della temperatura marina assoluta nella regione Niño 1+2 sopra circa 23,1 °C è associato mediamente a un incremento della precipitazione di circa 1,5 mm/giorno, cioè circa 45 mm/mese. Ciò spiega perché il bollettino ESPOL attribuisca grande attenzione alle regioni Niño 3 e Niño 1+2: non si tratta soltanto di un dettaglio geografico, ma di un’informazione dinamica decisiva per valutare il rischio idrometeorologico lungo la costa pacifica sudamericana.
In Ecuador, un El Niño con forte componente orientale può favorire un aumento della temperatura superficiale del mare, una maggiore evaporazione, un indebolimento della stabilità atmosferica costiera e una più frequente attivazione di temporali intensi, con conseguenti rischi di alluvioni, frane, erosione, danni infrastrutturali, interruzioni nei trasporti, problemi sanitari e impatti sulle attività agricole, acquacole e portuali. La vulnerabilità non dipende esclusivamente dall’anomalia oceanica, ma dall’interazione tra forzante marina, circolazione atmosferica, stagionalità, esposizione territoriale e capacità di adattamento. La letteratura sugli eventi costieri mostra infatti che la topografia andina può amplificare o redistribuire le precipitazioni attraverso sollevamento orografico, brezze marine umide e convergenze locali nei bassi strati; per questo gli impatti possono risultare molto eterogenei anche su distanze relativamente brevi.
Nel quadro climatico attuale, è inoltre necessario distinguere tra la variabilità naturale di ENSO e il ruolo del riscaldamento globale antropico. La WMO precisa che non esiste evidenza conclusiva che il cambiamento climatico stia aumentando direttamente la frequenza o l’intensità degli eventi El Niño, ma sottolinea che un oceano e un’atmosfera più caldi possono amplificare gli impatti associati, perché aumentano l’energia disponibile e la capacità dell’aria di contenere vapore acqueo, favorendo ondate di calore e precipitazioni estreme. In parallelo, studi recenti e valutazioni IPCC indicano che la variabilità delle precipitazioni legata a ENSO è molto probabilmente destinata ad amplificarsi nella seconda metà del XXI secolo in molti scenari emissivi, anche qualora l’ampiezza termica delle anomalie ENSO non aumentasse in modo sistematico. Questo significa che, dal punto di vista degli impatti, un evento El Niño futuro o contemporaneo non va valutato soltanto in base all’indice oceanico, ma anche in relazione a un’atmosfera globalmente più calda, a bacini oceanici più energetici e a sistemi territoriali spesso più esposti.
Il bollettino ESPOL assume quindi un valore non soltanto diagnostico, ma anche operativo. L’indicazione di un evento almeno moderato, con possibilità non trascurabile di intensità molto forte nel trimestre ottobre-dicembre, suggerisce la necessità di anticipare le misure di preparazione nei settori più sensibili: gestione delle acque, protezione civile, manutenzione delle infrastrutture drenanti, sorveglianza di frane e versanti instabili, pianificazione agricola, controllo sanitario nelle aree soggette a ristagni e allagamenti, tutela della pesca e dell’acquacoltura, continuità logistica nei porti e nelle vie di comunicazione. In presenza di anomalie calde nel Pacifico orientale, la preparazione precoce è essenziale perché gli impatti possono manifestarsi in modo rapido, episodico e localmente estremo, come dimostrato dagli eventi costieri del passato. La prospettiva delineata da ESPOL, confermata nel suo impianto generale dalle previsioni NOAA, IRI e WMO, non deve essere letta come una previsione deterministica di catastrofe, ma come un segnale climatico ad alta probabilità che richiede monitoraggio continuo e gestione preventiva del rischio.
In sintesi, il bollettino ESPOL del 1 giugno 2026 descrive una fase del Pacifico tropicale nella quale la transizione verso El Niño appare ormai altamente probabile, con persistenza prevista fino all’inverno boreale e con un elemento particolarmente sensibile per l’America sud-occidentale: il riscaldamento del Pacifico orientale. L’eventuale coinvolgimento delle regioni Niño 3 e Niño 1+2 rende lo scenario particolarmente rilevante per Ecuador e Perù, perché la letteratura scientifica mostra che il riscaldamento costiero può tradursi in precipitazioni intense, alluvioni e impatti socio-economici anche quando la dinamica ENSO non assume una configurazione perfettamente canonica. Il messaggio scientifico principale è dunque duplice: da un lato, El Niño 2026 appare come un evento da seguire con attenzione per la sua elevata probabilità e possibile intensità; dall’altro, la sua pericolosità effettiva dipenderà dalla struttura spaziale delle anomalie oceaniche, dal grado di accoppiamento oceano-atmosfera, dalla stagionalità e dalla vulnerabilità territoriale. In questo senso, il bollettino ESPOL costituisce uno strumento di allerta climatica preventiva, utile non solo per descrivere l’evoluzione del Pacifico tropicale, ma anche per orientare decisioni concrete di adattamento, riduzione del rischio e protezione delle comunità esposte lungo il margine pacifico sudamericano.
Sezione 1: Analisi delle condizioni oceano-atmosferiche e delle previsioni
La prima sezione del bollettino ESPOL descrive una fase di transizione climatica particolarmente significativa nel Pacifico tropicale, nella quale il sistema oceano-atmosfera mostra segnali sempre più coerenti con l’avvio di un evento El Niño nel corso del 2026. L’elemento fisico più importante è l’aumento del contenuto di calore nel Pacifico equatoriale durante aprile e maggio, attribuito alla propagazione di onde di Kelvin di subsidenza. Queste onde, generate spesso da anomalie dei venti occidentali nel Pacifico occidentale o centro-occidentale, trasportano verso est calore subsuperficiale e determinano un approfondimento della termoclina nel Pacifico orientale. In termini dinamici, ciò significa che lo strato di acqua calda superficiale si ispessisce e che le acque fredde normalmente portate in superficie dall’upwelling lungo l’equatore e lungo le coste sudamericane diventano meno facilmente accessibili alla superficie. Questo meccanismo è uno dei passaggi classici dello sviluppo di El Niño: il calore accumulato in profondità precede spesso la piena manifestazione superficiale e atmosferica dell’evento, preparando il bacino tropicale a una possibile fase di accoppiamento più matura tra oceano e atmosfera. Studi storici sul grande El Niño 1997-1998 mostrarono già come le onde di Kelvin oceaniche più evidenti nella fase di innesco fossero state eccitate da venti occidentali episodici associati all’attività intrastagionale tropicale, in particolare alla Madden-Julian Oscillation.
Il quadro descritto dal bollettino mostra quindi un oceano già predisposto a condizioni calde, mentre l’atmosfera appare ancora in una fase di risposta incompleta. Questa distinzione è scientificamente essenziale. Il fatto che le anomalie relative della temperatura superficiale del mare siano positive nelle regioni Niño 3.4, Niño 3 e soprattutto Niño 1+2 indica che il riscaldamento non è confinato al Pacifico centrale, ma coinvolge anche il settore orientale, più direttamente rilevante per Ecuador e Perù. Tuttavia, la presenza contemporanea di un rONI ancora negativo nel trimestre febbraio-marzo-aprile e di un MEI ancora negativo nel bimestre marzo-aprile suggerisce che, fino a quel momento, il sistema accoppiato ENSO non aveva ancora raggiunto una configurazione pienamente matura. In altre parole, il Pacifico orientale e centro-orientale mostrava segnali termici favorevoli a El Niño, ma gli indici atmosferici e multivariati indicavano ancora una transizione in corso. Questa apparente discrepanza non è una contraddizione: è tipica delle fasi iniziali, quando l’oceano può anticipare l’atmosfera e quando il passaggio da una condizione neutra o post-Niña a una condizione Niño richiede il consolidamento del feedback tra anomalie di temperatura superficiale, venti alisei, pressione atmosferica e convezione tropicale.
La frase del bollettino secondo cui “l’oceano è ancora davanti all’atmosfera” sintetizza molto bene questa fase. Nello sviluppo di El Niño, il semplice riscaldamento oceanico non è sufficiente: occorre che l’atmosfera tropicale risponda in modo coerente, con indebolimento degli alisei, spostamento verso est della convezione profonda, riduzione del gradiente zonale di pressione e progressiva organizzazione della fase calda dell’Oscillazione Meridionale. Il valore del SOI-BOM pari a −13,58 su 30 giorni rappresenta già un segnale atmosferico importante, perché valori negativi del Southern Oscillation Index indicano una tendenza verso pressioni relativamente più basse nel Pacifico centro-orientale e più alte nel settore indo-australiano, configurazione coerente con El Niño. Tuttavia, la piena integrazione del sistema richiede persistenza. In questa prospettiva, la previsione di una nuova finestra favorevole nel mese di giugno, associata all’MJO e ai venti superficiali, assume grande rilevanza: una nuova fase convettiva tropicale capace di favorire venti occidentali nel Pacifico occidentale potrebbe produrre ulteriori onde equatoriali di subsidenza, rafforzando il trasferimento di calore verso il Pacifico orientale e accelerando l’accoppiamento oceano-atmosfera. La letteratura recente conferma che la Madden-Julian Oscillation può intensificare i westerly wind bursts durante l’avvio e lo sviluppo di El Niño, specialmente quando le anomalie calde della temperatura superficiale marina favoriscono la riorganizzazione della convezione equatoriale.
L’arrivo dell’onda di Kelvin nel Pacifico orientale nel mese di maggio rappresenta il segnale oceanografico più concreto della sezione. L’approfondimento della termoclina di circa 40 metri rispetto alla media a 95°W e la profondità superiore a 42 metri osservata presso la stazione oceanografica di El Pelado indicano una forte perturbazione subsuperficiale. In un contesto normale, la termoclina relativamente superficiale nel Pacifico orientale consente all’upwelling di portare in superficie acque fredde, mantenendo temperature marine più basse lungo Ecuador e Perù. Quando la termoclina si approfondisce, l’upwelling diventa meno efficace nel raffreddare la superficie e la temperatura del mare può aumentare rapidamente. L’aumento del livello del mare di 26-29 cm nelle Galápagos e lungo la costa ecuadoriana è coerente con questo processo, poiché le onde di Kelvin di subsidenza sono associate a un rigonfiamento della colonna d’acqua calda, a un innalzamento del livello marino e a una depressione della termoclina. Dal punto di vista fisico, livello del mare, contenuto di calore e profondità della termoclina sono quindi segnali complementari dello stesso processo: l’accumulo e la propagazione verso est di acqua calda equatoriale.
La particolare intensità delle anomalie nella regione Niño 1+2, comprese tra +1,5 e +2,3 °C nei mesi di aprile e maggio secondo il bollettino, merita un’attenzione specifica. La regione Niño 1+2 è localizzata immediatamente al largo delle coste di Ecuador e Perù e ha un’importanza climatica regionale superiore rispetto alla sola regione Niño 3.4 quando si valutano gli impatti costieri sudamericani. Un riscaldamento marcato in Niño 1+2 può infatti favorire un aumento dell’evaporazione, della disponibilità di umidità nei bassi strati, dell’instabilità atmosferica e della probabilità di precipitazioni intense lungo la fascia costiera e sui versanti occidentali andini. Gli studi sugli eventi di El Niño costiero, in particolare quelli del 2017 e del 2023, mostrano che il riscaldamento localizzato davanti a Perù ed Ecuador può produrre effetti idrometeorologici estremi anche quando l’intero bacino del Pacifico equatoriale non presenta ancora un El Niño canonico pienamente sviluppato. Nel caso del 2017, le analisi hanno evidenziato che sia le onde di Kelvin equatoriali di subsidenza sia le anomalie dei venti lungo costa furono essenziali per l’evoluzione dell’evento costiero estremo.
Nonostante il forte segnale caldo subsuperficiale, il bollettino sottolinea anche il ruolo moderatore dei sistemi meridionali, cioè dei venti costieri e dell’Anticiclone del Pacifico Meridionale. Questo aspetto è molto importante perché mostra che l’espressione superficiale di El Niño non dipende soltanto dal calore trasportato dall’oceano equatoriale, ma anche dalla circolazione atmosferica regionale. Se i venti costieri rimangono sufficientemente attivi, possono mantenere una certa ventilazione superficiale, favorire l’upwelling e contenere temporaneamente l’aumento della temperatura superficiale del mare. Per questo motivo, nonostante l’approfondimento della termoclina e l’aumento del livello del mare, la temperatura superficiale nella regione Niño 1+2 è rimasta tra 26,1 e 26,7 °C. Tuttavia, la presenza di Acqua Subtropicale Superficiale lungo il bordo costiero, con salinità intorno a 35, indica comunque una modificazione della struttura oceanografica regionale, compatibile con una maggiore influenza di masse d’acqua calde e saline rispetto alle condizioni più tipiche di upwelling freddo lungo la costa pacifica sudamericana.
Dal punto di vista atmosferico, la previsione di anomalie positive di pressione sul Continente Marittimo e negative sul Pacifico centrale-orientale e sud-orientale è coerente con la transizione verso la fase calda dell’Oscillazione Meridionale. Tale configurazione riflette un indebolimento del gradiente barico zonale che normalmente sostiene gli alisei. Se il gradiente si indebolisce, gli alisei possono rallentare; se gli alisei rallentano, l’upwelling equatoriale si riduce e il riscaldamento superficiale del Pacifico centrale e orientale può intensificarsi ulteriormente. Si attiva così il feedback di Bjerknes: il riscaldamento del Pacifico orientale indebolisce gli alisei, l’indebolimento degli alisei riduce l’upwelling e favorisce ulteriore riscaldamento, mentre la convezione tropicale tende a spostarsi verso est. È proprio questo passaggio che distingue un semplice episodio di riscaldamento oceanico da un evento ENSO accoppiato. La previsione WMO per maggio-luglio 2026 indicava una rapida tendenza al riscaldamento nella regione Niño 3.4, con un insieme multimodello quasi unanimemente orientato verso El Niño e con una media multimodello prossima a +1,5 °C entro il trimestre MJJ, nonostante la nota barriera primaverile della predicibilità ENSO.
Le probabilità previsionali riportate dal bollettino sono coerenti con l’aggiornamento CPC-NOAA di metà maggio 2026, secondo cui El Niño risultava probabile nel trimestre maggio-luglio con una probabilità dell’82% e con persistenza attesa fino all’inverno boreale 2026-2027, quando la probabilità per dicembre-febbraio raggiungeva il 96%. Questo livello di probabilità è notevole perché colloca l’evoluzione del 2026 in una fase in cui la previsione non riguarda più soltanto un generico riscaldamento del Pacifico, ma la concreta possibilità di un evento ENSO organizzato e persistente. Rimane tuttavia aperta la questione dell’intensità, come evidenziato dalla distribuzione relativamente equilibrata tra evento moderato, forte e molto forte nel trimestre ottobre-dicembre. Questa incertezza è normale: la magnitudo finale di El Niño dipende dalla persistenza dei venti occidentali, dalla risposta convettiva, dalla profondità della termoclina, dalla quantità di calore subsuperficiale disponibile, dalla fase della MJO, dalle interazioni con il Continente Marittimo e dalla capacità del sistema di mantenere un accoppiamento positivo per più mesi consecutivi.
L’uso degli indici relativi, come rNiño e rONI, rende l’analisi ancora più interessante. In un clima caratterizzato da riscaldamento oceanico globale, le anomalie assolute della temperatura superficiale marina possono essere influenzate dal trend di fondo degli oceani tropicali. Il RONI, secondo la definizione NOAA/CPC, misura la media mobile trimestrale dell’indice relativo Niño 3.4 e classifica condizioni calde quando supera +0,5 °C per almeno cinque stagioni trimestrali sovrapposte; il suo scopo è valutare il segnale ENSO rispetto allo stato termico medio dei tropici, non soltanto rispetto a una climatologia regionale fissa. Per questo motivo, il fatto che il rONI FMA risulti ancora pari a −0,5 °C mentre gli indici settimanali o mensili rNiño mostrano valori positivi indica che il sistema sta attraversando una fase di transizione rapida: il riscaldamento più recente non è ancora pienamente entrato nella media mobile trimestrale, ma la traiettoria dinamica suggerisce una possibile inversione imminente.
La previsione delle precipitazioni per Ecuador, con lievi anomalie positive tra giugno e luglio, deve essere interpretata con prudenza ma anche con attenzione operativa. Nel breve termine, anomalie debolmente umide possono riflettere la risposta iniziale del sistema atmosferico regionale al riscaldamento del Pacifico orientale. Tuttavia, l’intensificazione successiva dell’evento, soprattutto se accompagnata da anomalie persistenti in Niño 1+2, potrebbe modificare sensibilmente il rischio idrologico nel corso dei mesi successivi. Gli eventi costieri passati mostrano infatti che il riscaldamento della regione Niño 1+2 può agire come innesco principale di precipitazioni intense su Ecuador e Perù, mentre la topografia andina e le configurazioni sinottiche locali modulano la distribuzione spaziale delle piogge. Uno studio basato sull’evento costiero del 2017 ha evidenziato che il riscaldamento isolato della regione Niño 1+2 fu il principale driver delle forti precipitazioni, successivamente organizzate e amplificate dall’interazione tra circolazione atmosferica e rilievo.
Il segnale previsto di deficit pluviometrico su America Centrale, Venezuela, Guyane e Colombia nord-occidentale rientra invece in un quadro più tipico delle fasi Niño in sviluppo, quando lo spostamento della convezione tropicale verso il Pacifico centrale-orientale può ridurre l’attività convettiva su parte del settore caraibico e dell’America tropicale settentrionale. La debolezza della ZCIT atlantica, indicata dal bollettino come tenue in giugno e poco visibile in luglio, rafforza questa lettura: una ZCIT meno attiva o meno organizzata implica minore convergenza nei bassi strati e quindi minore probabilità di precipitazioni diffuse lungo alcune fasce tropicali dell’Atlantico e del nord del Sud America. In questo senso, il bollettino non descrive soltanto l’evoluzione del Pacifico, ma anche una riorganizzazione più ampia della circolazione tropicale, nella quale l’energia convettiva tende progressivamente a concentrarsi verso il Pacifico equatoriale riscaldato.
Nel complesso, la sezione evidenzia una dinamica classica ma non ancora completamente matura di avvio di El Niño: accumulo di calore subsuperficiale, propagazione di onde di Kelvin di subsidenza, approfondimento della termoclina nel Pacifico orientale, aumento del livello del mare, anomalie calde nelle regioni Niño, primi segnali atmosferici favorevoli attraverso un SOI fortemente negativo e previsione di una possibile nuova fase di forzante tropicale legata alla MJO. L’aspetto più delicato è la combinazione tra un probabile El Niño di almeno moderata intensità e un riscaldamento già rilevante nella regione Niño 1+2. Per Ecuador e Perù, questa configurazione richiede monitoraggio ravvicinato, perché la letteratura sugli eventi costieri dimostra che gli impatti regionali non dipendono soltanto dall’intensità dell’indice Niño 3.4, ma anche dalla distribuzione spaziale delle anomalie termiche, dalla profondità della termoclina, dalla persistenza delle acque calde lungo costa e dalla risposta dei venti regionali. Studi recenti sugli eventi estremi costieri hanno confermato che tali episodi sono strettamente legati al riscaldamento del Pacifico orientale e possono produrre precipitazioni, alluvioni e danni socio-economici rilevanti lungo la costa pacifica sudamericana.
Pertanto, il messaggio scientifico centrale della sezione è che il Pacifico tropicale nel maggio-giugno 2026 sembra trovarsi in una fase di precondizionamento avanzato verso El Niño. L’oceano ha già accumulato e trasferito verso est una quantità significativa di calore; l’atmosfera mostra segnali iniziali di risposta, ma l’accoppiamento completo deve ancora consolidarsi. Se nel mese di giugno si verificherà un nuovo indebolimento degli alisei o un nuovo episodio di venti occidentali associato all’MJO, il sistema potrebbe superare la soglia dinamica necessaria per trasformare il riscaldamento oceanico in un evento ENSO pienamente accoppiato. In tale scenario, il secondo semestre del 2026 assumerebbe una forte rilevanza climatica, sia per la possibile intensificazione del riscaldamento nel Pacifico centrale sia per gli impatti regionali nel Pacifico orientale, dove Ecuador e Perù rimangono tra le aree più sensibili alla risposta idrologica di El Niño.
El Niño e le precipitazioni in Ecuador
La sezione dedicata a El Niño e alle precipitazioni in Ecuador affronta uno degli aspetti più complessi della variabilità climatica sudamericana: il fatto che un evento El Niño non produca un impatto uniforme sull’intero territorio ecuadoriano, ma generi risposte pluviometriche differenziate tra Costa, Galápagos, Sierra e Oriente amazzonico. Questa distinzione è fondamentale perché l’Ecuador, pur essendo un Paese relativamente piccolo in termini spaziali, occupa una posizione climatica estremamente sensibile, posta tra il Pacifico orientale tropicale, la catena andina, l’Amazzonia e l’influenza remota dell’Atlantico tropicale. Di conseguenza, l’impatto di El Niño non può essere interpretato come un semplice aumento generalizzato delle piogge, ma come una riorganizzazione regionale del bilancio energetico, dell’umidità atmosferica, della circolazione nei bassi strati e della convezione tropicale. Il bollettino ESPOL sottolinea correttamente che gli eventi El Niño di intensità moderata o forte, quando accompagnati da anomalie calde nel Pacifico orientale e in particolare nella regione Niño 1+2, possono alterare il regime delle precipitazioni attraverso due risposte principali: una tendenza al deficit pluviometrico nella Sierra e nell’Oriente durante il secondo semestre dell’anno di sviluppo dell’evento, cioè l’anno 0, e una tendenza al surplus pluviometrico nella Costa e nelle Galápagos durante la stagione piovosa dell’anno successivo, soprattutto tra gennaio e aprile. Questa asimmetria stagionale e geografica è coerente con la letteratura scientifica, che mostra come il segnale ENSO in Ecuador dipenda fortemente dalla fase dell’evento, dalla posizione delle anomalie di temperatura del mare e dalla capacità dell’atmosfera di accoppiarsi al riscaldamento oceanico del Pacifico orientale. Gli studi sugli eventi estremi di El Niño in Ecuador evidenziano infatti che, per gli eventi di tipo Pacifico orientale e costiero, la maggior parte degli estremi pluviometrici si manifesta nella prima metà del secondo anno dell’evento, coincidente con la stagione piovosa della Costa e delle Galápagos.
Dal punto di vista fisico, il ruolo della regione Niño 1+2 è decisivo. Questa regione, posta al largo delle coste di Ecuador e Perù, non è soltanto un indicatore oceanico periferico rispetto al più noto Niño 3.4, ma rappresenta l’area più direttamente collegata alla risposta idrometeorologica della fascia costiera sudamericana. Quando la temperatura superficiale del mare aumenta nel Pacifico orientale, l’upwelling costiero si indebolisce, la termoclina si approfondisce e la superficie marina diventa più favorevole all’evaporazione e alla destabilizzazione dei bassi strati atmosferici. Se tale riscaldamento rimane confinato all’oceano senza una risposta atmosferica robusta, gli effetti possono restare parziali; se invece si instaura un vero accoppiamento oceano-atmosfera, con anomalie di vento occidentale, aumento della convergenza, riduzione della radiazione a onda lunga uscente e sviluppo di convezione profonda, allora il rischio di precipitazioni intense cresce in modo sostanziale. È proprio questo passaggio che distingue un semplice riscaldamento marino costiero da un evento capace di produrre impatti idrologici rilevanti. Le analisi del Coastal El Niño del 2017 mostrano che il riscaldamento isolato della regione Niño 1+2 fu il principale innesco delle forti precipitazioni in Ecuador e Perù, mentre la distribuzione locale degli eventi estremi venne successivamente modulata dall’interazione tra circolazione atmosferica, brezze termiche, convergenza nei bassi strati e topografia andina.
Questa dinamica spiega perché il bollettino ESPOL richiami gli eventi del 1972-73, 1986-87 e 1991-92, oltre ai grandi eventi straordinari del 1982-83 e 1997-98, come casi nei quali la risposta atmosferica al riscaldamento del Pacifico orientale risultò sufficientemente organizzata da generare un’anomalia convettiva robusta. In termini osservativi, una risposta atmosferica coerente si manifesta attraverso venti occidentali anomali, indebolimento degli alisei, incremento dell’umidità nei bassi strati, nubi convettive profonde e anomalie negative di radiazione infrarossa a onda lunga, poiché una minore emissione di radiazione verso lo spazio indica la presenza di nubi alte e fredde associate a convezione profonda. Questo è un elemento essenziale per la previsione degli impatti: non basta osservare la temperatura del mare, ma occorre verificare se l’atmosfera tropicale stia realmente rispondendo al riscaldamento oceanico. Gli studi sul 2017 confermano proprio questa complessità: l’anomalia termica superficiale al largo di Ecuador e Perù raggiunse valori molto elevati, ma la genesi dell’evento dipese da una combinazione di onde di Kelvin equatoriali di subsidenza, anomalie dei venti locali e processi regionali capaci di amplificare il riscaldamento costiero.
Il comportamento differenziato tra Costa e regioni interne è inoltre legato alla morfologia stessa dell’Ecuador. La Costa e le Galápagos sono direttamente esposte al Pacifico orientale e rispondono in modo più immediato alle anomalie termiche marine, soprattutto durante la stagione piovosa australe-boreale iniziale, quando la Zona di Convergenza Intertropicale può spostarsi verso sud e quando le temperature marine raggiungono valori più favorevoli alla convezione. Le analisi recenti sugli eventi costieri mostrano che, durante la stagione febbraio-aprile, la precipitazione nella regione Niño 1+2 aumenta sensibilmente quando la temperatura superficiale marina supera soglie favorevoli alla convezione: in media, durante gli eventi Coastal El Niño, le precipitazioni nella regione Niño 1+2 risultano molto superiori alla norma, e il caso del 2017 produsse anomalie particolarmente elevate su Ecuador e Perù. Questo dato conferma che la vulnerabilità della Costa e delle Galápagos non dipende solo dall’intensità complessiva dell’ENSO misurata nel Pacifico centrale, ma soprattutto dalla posizione orientale del riscaldamento e dalla sua coincidenza stagionale con il periodo più favorevole alle piogge.
La Sierra e l’Oriente, invece, rispondono a un insieme più articolato di forzanti. Le Ande agiscono come una barriera orografica che separa in modo netto la circolazione di origine pacifica da quella amazzonica-atlantica. Le aree occidentali e costiere sono maggiormente influenzate dalle masse d’aria provenienti dal Pacifico, mentre le regioni orientali dipendono in misura importante dal trasporto di umidità dall’Amazzonia e dall’Atlantico tropicale attraverso gli alisei orientali. Per questo motivo, durante El Niño, la Sierra e l’Oriente possono sperimentare deficit pluviometrici anche mentre la Costa è esposta a un aumento del rischio di precipitazioni intense. Lo studio classico di Vuille, Bradley e Keimig sulle Ande ecuadoriane ha mostrato che la variabilità delle precipitazioni andine non è controllata soltanto dalle anomalie del Pacifico tropicale, ma anche da quelle dell’Atlantico tropicale; in particolare, durante El Niño sono frequenti precipitazioni inferiori alla media in alcune aree andine, mentre il segnale pluviometrico positivo risulta più confinato a una stretta fascia occidentale prossima al Pacifico.
L’influenza dell’Atlantico tropicale, richiamata dal bollettino, è quindi un elemento scientificamente molto importante. Quando il Nord Atlantico tropicale è caldo, oppure quando si forma un dipolo termico con anomalie calde a nord e relativamente più fredde a sud, la posizione della fascia convettiva atlantica e il trasporto di umidità verso il Sud America tropicale possono modificarsi. In termini dinamici, un Atlantico tropicale settentrionale caldo tende a favorire uno spostamento verso nord della convezione atlantica e della Zona di Convergenza Intertropicale, con possibile riduzione dell’apporto di umidità verso alcune aree equatoriali e amazzoniche. Per l’Ecuador andino e orientale ciò può tradursi in una riduzione delle precipitazioni, specialmente se contemporaneamente El Niño indebolisce o riorganizza la circolazione tropicale pacifica. Lo studio di Vuille e colleghi evidenziò proprio che, durante gran parte dell’anno, la precipitazione sulle Ande orientali ecuadoriane è associata a una struttura a dipolo dell’Atlantico tropicale, con relazioni opposte tra anomalie termiche a nord e a sud della ITCZ. In questo senso, il caso del 2023-24 citato dal bollettino è coerente con una lettura multi-bacino: El Niño non agisce in isolamento, ma interagisce con lo stato termico dell’Atlantico, con la posizione della convezione tropicale e con il trasporto di umidità amazzonico.
Questa prospettiva è molto utile perché evita una lettura semplicistica di El Niño come sinonimo automatico di “piogge ovunque”. In Ecuador, gli effetti possono essere contemporaneamente opposti: siccità relativa o deficit idrico nelle regioni interne e andino-amazzoniche durante l’anno di sviluppo dell’evento, e rischio di piogge intense, piene improvvise, frane e allagamenti sulla Costa e nelle Galápagos nella stagione piovosa successiva. Gli studi più recenti sugli estremi pluviometrici in Ecuador mostrano che gli eventi El Niño estremi di tipo Pacifico orientale e costiero generano anomalie pericolose soprattutto nelle aree con forte stagionalità naturale, forte pendenza del terreno e prossimità alla costa; inoltre, una quota rilevante degli estremi si concentra alle basse altitudini, pur potendo il segnale ENSO essere rilevabile anche in settori andini più elevati. Questo aspetto ha un’importanza pratica enorme, perché le aree costiere e pedemontane dell’Ecuador combinano spesso elevata esposizione idrometeorologica, urbanizzazione, infrastrutture vulnerabili, reti di drenaggio insufficienti e bacini idrografici brevi ma molto reattivi.
Il bollettino sottolinea che, nel contesto attuale, le precipitazioni in Ecuador non mostrano ancora una chiara alterazione associata allo sviluppo di El Niño, con condizioni vicine alla norma o solo leggermente umide in alcune regioni. Questa osservazione è coerente con una fase precoce di evoluzione dell’evento, nella quale il riscaldamento oceanico può essere già evidente ma l’accoppiamento atmosferico e gli impatti pluviometrici non sono ancora pienamente maturi. Dal punto di vista climatologico, questa distinzione temporale è cruciale: gli impatti più severi sulla Costa e sulle Galápagos tendono a emergere soprattutto quando il riscaldamento del Pacifico orientale persiste fino alla stagione piovosa dell’anno successivo, quando la soglia termica per sostenere convezione profonda viene più facilmente superata. Le ricerche sugli eventi costieri indicano che la finestra febbraio-aprile è particolarmente sensibile, perché coincide con la fase stagionale in cui la temperatura superficiale del mare è più elevata e la ITCZ può trovarsi in posizione favorevole alla convezione sul Pacifico orientale.
Da qui deriva il valore operativo della finestra temporale indicata dal bollettino: se nei prossimi tre o quattro mesi non sono ancora attese piogge estreme diffuse, questo non deve essere interpretato come assenza di rischio, ma come una fase favorevole alla prevenzione. In climatologia applicata e nella gestione del rischio, la fase precedente all’impatto è spesso la più importante, perché consente di trasformare l’informazione climatica in azioni concrete. La pulizia di drenaggi, canalette, pluviali, tombini, fossati e sistemi di evacuazione delle acque meteoriche non è un dettaglio amministrativo, ma una misura primaria di riduzione della vulnerabilità. Durante eventi di precipitazione estrema, il danno non dipende soltanto dalla quantità di pioggia, ma anche dalla capacità del territorio di smaltire rapidamente l’acqua. Rifiuti solidi, plastica, sedimenti, vegetazione non rimossa e reti di drenaggio ostruite possono trasformare un evento meteorologico intenso in un evento disastroso, amplificando allagamenti urbani, erosione, collasso di strade e contaminazione delle acque.
La raccomandazione di organizzare attività comunitarie di pulizia e preparazione assume quindi un significato scientifico e sociale insieme. Gli eventi El Niño e Coastal El Niño non producono soltanto anomalie climatiche, ma mettono alla prova il sistema territoriale: infrastrutture, abitazioni, corsi d’acqua, versanti, reti sanitarie e capacità di risposta della popolazione. Le analisi sugli impatti degli eventi estremi in Ecuador mostrano che i danni possono interessare economia, infrastrutture e popolazione, e che la differenza tra un evento gestibile e un disastro dipende spesso dalla vulnerabilità preesistente. Per questo motivo, l’identificazione delle zone soggette ad allagamento, la definizione di vie di evacuazione, la formazione delle famiglie e la diffusione di una cultura della prevenzione devono essere considerate parte integrante della previsione climatica. Una previsione stagionale, infatti, non è utile soltanto perché anticipa una probabilità meteorologica, ma perché consente alle comunità di modificare in anticipo il proprio livello di esposizione.
In conclusione, la sezione del bollettino ESPOL propone una lettura equilibrata e scientificamente solida del rapporto tra El Niño e precipitazioni in Ecuador. Da un lato riconosce che gli eventi Niño moderati o forti con riscaldamento del Pacifico orientale possono produrre forti anomalie pluviometriche, soprattutto sulla Costa e nelle Galápagos durante la stagione piovosa dell’anno successivo; dall’altro sottolinea che gli impatti non sono automatici, ma dipendono dall’accoppiamento oceano-atmosfera, dalla risposta convettiva, dalla posizione delle anomalie calde, dalla modulazione dell’Atlantico tropicale e dalla vulnerabilità territoriale. L’Ecuador rappresenta un laboratorio climatico particolarmente sensibile perché integra in pochi gradi di latitudine l’influenza del Pacifico orientale, delle Ande, dell’Amazzonia e dell’Atlantico tropicale. Proprio per questo, il monitoraggio continuo delle condizioni oceaniche e atmosferiche regionali è essenziale: occorre seguire non solo l’indice Niño 3.4, ma anche Niño 1+2, i venti zonali, la radiazione a onda lunga, la posizione della ITCZ, lo stato termico dell’Atlantico tropicale e i segnali precoci di accoppiamento atmosferico. La fase attuale, nella quale gli impatti pluviometrici non risultano ancora consolidati, deve essere considerata una finestra preziosa per la prevenzione: non un periodo di tranquillità passiva, ma un tempo utile per ridurre la vulnerabilità prima che il sistema climatico, qualora El Niño si intensificasse e si accoppiasse pienamente all’atmosfera, possa esprimere i suoi effetti più rilevanti sul territorio ecuadoriano.
Sezione 2: Impatti e raccomandazioni di fronte allo sviluppo di El Niño nella Costa ecuadoriana
La seconda sezione del bollettino ESPOL interpreta lo sviluppo probabile di El Niño non soltanto come un fenomeno oceanico-atmosferico, ma come un processo climatico capace di trasferire i propri effetti all’economia reale, alla salute pubblica, alla sicurezza costiera e alla gestione territoriale della Costa ecuadoriana. L’aumento delle temperature al di sopra delle medie storiche nella regione Litoral introduce infatti uno scenario di forte ambivalenza: da un lato può generare condizioni apparentemente favorevoli per alcune attività produttive, dall’altro amplifica vulnerabilità già presenti nei sistemi agricoli, urbani, sanitari ed energetici. Questa ambivalenza è tipica degli eventi El Niño lungo il Pacifico orientale: il riscaldamento marino e atmosferico può stimolare alcuni processi biologici e produttivi, ma può anche alterare la fenologia delle colture, modificare l’umidità del suolo e dell’aria, aumentare il fabbisogno energetico, favorire stress termico e accentuare l’esposizione delle città costiere a maree alte, onde di swell, erosione e allagamenti temporanei. Gli studi sugli impatti economici e sociali dell’El Niño 1997-1998 in Ecuador mostrano bene questa natura selettiva e diseguale del rischio: le perdite maggiori furono associate alla produzione agricola e ai danni infrastrutturali, mentre alcuni comparti, come l’acquacoltura del gambero, poterono beneficiare di condizioni più favorevoli in determinate fasi dell’evento.
Nel settore agropecuario, il riscaldamento anomalo della Costa ecuadoriana va interpretato come un fattore capace di modificare sia i tempi fisiologici delle colture sia il rapporto tra temperatura, umidità, disponibilità idrica e pressione fitosanitaria. Colture tropicali come il banano possono rispondere positivamente a temperature più elevate entro certi limiti, poiché la crescita vegetativa e alcuni processi metabolici risultano accelerati in ambienti caldi e umidi. Tuttavia, questa risposta non è lineare: quando il calore si associa a sbalzi di umidità, stress idrico intermittente o alterazione della stagionalità, possono emergere problemi nella fioritura, nella qualità dei frutti, nella sincronizzazione dei cicli colturali e nella gestione delle malattie. Per questo motivo, l’indicazione del bollettino secondo cui ogni produttore dovrebbe effettuare valutazioni specifiche per il proprio appezzamento è scientificamente corretta. Le condizioni climatiche non agiscono in modo uniforme nemmeno all’interno della stessa regione costiera: suoli, drenaggio, varietà coltivate, esposizione, disponibilità irrigua, gestione agronomica e stadio fenologico determinano risposte diverse allo stesso forcing climatico. Gli eventi El Niño passati in Ecuador hanno mostrato che i piccoli produttori e i sistemi agricoli meno capitalizzati sono spesso più vulnerabili, perché dispongono di minore capacità di adattamento tecnico e finanziario rispetto ai comparti agroindustriali meglio organizzati.
L’acquacoltura del gambero rappresenta un caso particolarmente interessante perché mostra come El Niño possa produrre effetti non necessariamente negativi per tutti i settori. In presenza di acque più calde e di maggiore produttività in alcuni ambienti costieri ed estuarini, la crescita biologica dei gamberi può accelerare e la disponibilità di post-larve può aumentare, soprattutto quando le piogge incrementano l’apporto di nutrienti verso estuari e zone di allevamento. Studi e rapporti storici sulle pescas e sull’acquacoltura ecuadoriana indicano che durante anni El Niño le condizioni calde e umide lungo la Costa possono essere associate a un incremento delle catture o della produttività del settore gambericolo; la FAO riporta, sulla base di dati storici, un aumento medio stimato di circa il 30% degli sbarchi di gambero durante anni El Niño. Tuttavia, anche in questo caso il beneficio potenziale non deve essere letto come garanzia automatica: temperature troppo elevate, variazioni brusche di salinità, eccesso di carico organico, diffusione di patogeni, problemi di ossigenazione e danni infrastrutturali da allagamenti possono trasformare un’opportunità biologica in un rischio gestionale. Per l’acquacoltura, quindi, El Niño richiede una lettura integrata: può migliorare alcune condizioni di crescita, ma rende più fragile l’equilibrio tra qualità dell’acqua, biosicurezza, alimentazione, densità di allevamento e continuità logistica.
Il bollettino compie inoltre una distinzione importante quando afferma che una previsione di precipitazioni “sopra la norma” durante l’estate costiera, cioè nella stagione secca giugno-novembre, non implica necessariamente inondazioni. Questa precisazione è essenziale dal punto di vista climatologico. Un’anomalia positiva di precipitazione non ha lo stesso significato in una stagione secca e in una stagione naturalmente piovosa: se il valore climatologico di base è molto basso, un aumento percentuale può risultare statisticamente evidente ma idrologicamente ancora modesto. Viceversa, durante la stagione piovosa, soprattutto tra gennaio e aprile dell’anno successivo, la stessa anomalia può sommarsi a un regime pluviometrico già elevato e produrre piene, ristagni, erosione e frane. Gli studi sugli eventi El Niño estremi e costieri in Ecuador mostrano che gli impatti pluviometrici più severi si concentrano spesso nella stagione piovosa della Costa, quando il riscaldamento del Pacifico orientale coincide con una maggiore predisposizione atmosferica alla convezione profonda. Di conseguenza, la gestione agricola non deve basarsi soltanto sul segno dell’anomalia pluviometrica, ma sulla sua collocazione stagionale, sulla probabilità di eventi intensi, sullo stato dei suoli, sulla capacità di drenaggio e sulla sensibilità fenologica delle colture.
Il settore energetico è un altro ambito in cui il riscaldamento associato a El Niño può produrre effetti sistemici. Temperature persistentemente superiori alla norma lungo la Costa aumentano il fabbisogno di raffrescamento negli edifici residenziali, commerciali e istituzionali, ma anche la domanda di refrigerazione industriale, indispensabile per la conservazione di alimenti, prodotti ittici, farmaci e merci deperibili. Il raffrescamento non è più un consumo accessorio, ma una componente centrale dell’adattamento climatico, soprattutto nelle aree tropicali urbanizzate. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ricorda che il raffrescamento rappresenta già circa il 10% della domanda elettrica globale e che in America Latina e nei Caraibi i cooling degree days sono destinati ad aumentare sensibilmente nei prossimi decenni, con conseguente crescita della domanda di climatizzazione. Nel contesto di un El Niño caldo sulla Costa ecuadoriana, questo significa che la rete elettrica può essere sottoposta a stress sia per l’aumento dei carichi di punta legati all’aria condizionata sia per la maggiore continuità richiesta ai sistemi di refrigerazione. Il rischio non riguarda soltanto il costo dell’energia, ma anche la sicurezza delle catene del freddo, la conservazione dei prodotti agricoli e ittici, il funzionamento degli ospedali, la qualità della vita urbana e la protezione delle fasce vulnerabili durante gli episodi di calore intenso.
Sul piano sanitario, il riscaldamento della Costa ecuadoriana deve essere considerato un fattore di rischio diretto e indiretto. Il rischio diretto riguarda lo stress termico: quando temperatura e umidità aumentano simultaneamente, la capacità del corpo umano di disperdere calore attraverso la sudorazione si riduce, aumentando la probabilità di disidratazione, affaticamento, crampi, collasso da calore e colpo di calore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il caldo un rilevante pericolo ambientale e occupazionale, capace di aggravare malattie cardiovascolari, respiratorie, metaboliche e altre condizioni pregresse; il colpo di calore è considerato un’emergenza medica con elevata letalità se non trattata rapidamente. I gruppi indicati dal bollettino — anziani, bambini piccoli, donne in gravidanza, persone con patologie croniche, lavoratori esposti al sole, residenti in abitazioni poco ventilate e comunità urbane con scarsa copertura vegetale — coincidono con le categorie riconosciute dalla letteratura sanitaria come più sensibili al caldo. La vulnerabilità non dipende soltanto dalla temperatura fisica, ma anche da fattori sociali: accesso al raffrescamento, qualità abitativa, disponibilità d’acqua, tipo di lavoro, reddito, isolamento sociale e capacità dei servizi sanitari di intercettare precocemente i sintomi.
Gli effetti indiretti sulla salute possono essere altrettanto rilevanti. Precipitazioni superiori alla norma durante la stagione piovosa, soprattutto se associate ad allagamenti, ristagni d’acqua e interruzioni dei servizi igienico-sanitari, possono favorire malattie trasmesse da vettori, in particolare dengue, Zika e chikungunya, oltre a malattie di origine idrica. Studi condotti nel sud costiero dell’Ecuador hanno mostrato che l’informazione predittiva su El Niño può essere incorporata in modelli epidemiologici per anticipare grandi epidemie di dengue; in particolare, un lavoro su El Oro ha mostrato che le previsioni ENSO a lungo termine possono contribuire a stimare l’ampiezza di epidemie come quelle del 1998 e del 2010. Questo collegamento tra clima e salute pubblica rende particolarmente importante il rafforzamento della sorveglianza epidemiologica prima della fase più piovosa. Anche il rischio di morsi di serpente, richiamato dal bollettino, è plausibile in condizioni di piogge intense e allagamenti, perché l’acqua può spostare animali e persone verso spazi comuni più asciutti, aumentando la probabilità di contatto; revisioni globali indicano che l’aumento dell’incidenza di morsi di serpente dopo eventi di alluvione è stato riportato ripetutamente in diverse regioni del mondo. In tale contesto, la disponibilità preventiva di farmaci, materiali sanitari e sieri antiofidici non è una misura secondaria, ma una componente essenziale della preparedness sanitaria.
Il quarto ambito, quello del livello del mare, è particolarmente delicato per le città costiere ecuadoriane. El Niño nel Pacifico orientale non produce soltanto piogge più intense: può anche innalzare temporaneamente il livello marino attraverso l’accumulo di acque calde, la propagazione di onde equatoriali di Kelvin di subsidenza e la modifica della circolazione oceanica costiera. L’aumento del livello del mare osservato nel Pacifico orientale durante le fasi calde di ENSO può combinarsi con maree di sizigia, mareggiate e onde di swell, generando livelli estremi del mare anche in assenza di precipitazioni intense. Studi sugli estremi di livello marino nel Pacifico orientale mostrano che durante eventi El Niño di tipo Eastern Pacific le anomalie possono amplificarsi verso l’interno di sistemi deltizi ed estuarini, con valori mensili medi che in alcuni casi passano da circa +43 cm sulla costa aperta a circa +75 cm nelle aree interne deltizie. Questo meccanismo è molto rilevante per località a bassa pendenza, estuari, foci fluviali e zone urbanizzate prossime a esteros e canali, perché anche piccoli incrementi del livello del mare possono ridurre la capacità di drenaggio verso l’oceano e favorire ristagni o allagamenti temporanei.
L’interazione tra livello del mare, marea, swell e drenaggio urbano è uno dei punti più importanti della sezione. Nelle città costiere, il rischio non deriva sempre da un singolo evento estremo, ma dalla coincidenza di più fattori moderati: una marea viva, un’anomalia positiva del livello marino, onde lunghe provenienti dal nord, scarso drenaggio urbano, suoli saturi e, eventualmente, precipitazioni anche non eccezionali. In queste condizioni l’acqua marina può avanzare più facilmente verso l’interno, erodere spiagge, danneggiare strutture costruite troppo vicino alla linea di costa, compromettere malecones, accessi turistici, ristoranti, abitazioni temporanee e infrastrutture leggere. Nei sistemi estuarini, l’alta marea può agire come una sorta di tappo idraulico, rallentando il deflusso dei fiumi e delle reti urbane verso il mare. Questo fenomeno è particolarmente pericoloso nelle aree a urbanizzazione informale, dove la pianificazione territoriale è debole, le abitazioni sono spesso collocate in zone basse e la rete di drenaggio non è progettata per affrontare la combinazione tra acque meteoriche e innalzamento temporaneo del livello marino.
La preparazione anticipata indicata dal bollettino deve quindi essere interpretata come una forma di adattamento climatico preventivo. Gli eventi El Niño del passato in Ecuador hanno mostrato che la risposta emergenziale, se non accompagnata da investimenti preventivi, tende a essere costosa, diseguale e spesso tardiva. Gli studi sugli effetti economici e sociali dell’El Niño 1997-1998 sottolineano che i costi principali derivarono da perdite agricole, danni infrastrutturali e rischi sanitari, e che una strategia più efficace dovrebbe spostare il baricentro dalla sola risposta post-disastro alla prevenzione mirata e allo sviluppo resiliente. In questa prospettiva, pulizia dei drenaggi, controllo dei vettori, pianificazione delle catene del freddo, rafforzamento sanitario, gestione dei rifiuti, mappatura delle aree esposte, protezione delle infrastrutture costiere e informazione comunitaria non sono azioni isolate, ma elementi di un’unica strategia di riduzione del rischio.
In conclusione, la sezione 2 del bollettino ESPOL presenta una lettura matura degli impatti di El Niño sulla Costa ecuadoriana, perché evita sia l’allarmismo generico sia la sottovalutazione del rischio. Il riscaldamento anomalo può aprire opportunità limitate e settoriali, come una possibile accelerazione di alcuni processi biologici in agricoltura e acquacoltura, ma aumenta contemporaneamente la probabilità di stress colturali, squilibri idrici, pressione sanitaria, domanda energetica, disagio termico, malattie vettoriali, erosione e allagamenti costieri. La vulnerabilità della Costa ecuadoriana nasce proprio dalla sovrapposizione tra oceano caldo, atmosfera più umida, sistemi urbani esposti, infrastrutture sensibili, attività produttive concentrate lungo il litorale e comunità socialmente diseguali. Per questo motivo, la fase attuale di sviluppo di El Niño deve essere considerata una finestra strategica: non il momento per attendere passivamente l’evoluzione del fenomeno, ma il periodo più utile per preparare il territorio, rafforzare i servizi pubblici, proteggere i sistemi produttivi e ridurre quei fattori di vulnerabilità che, durante la stagione piovosa e in presenza di anomalie persistenti del Pacifico orientale, potrebbero trasformare un evento climatico naturale in una crisi sociale, economica e sanitaria di ampia portata.
Sezione 3: Raccomandazioni per le imprese e i settori produttivi
La terza sezione del bollettino ESPOL colloca lo sviluppo probabile di El Niño nel secondo semestre del 2026 dentro una prospettiva non soltanto meteorologica, ma pienamente economica, organizzativa e territoriale. Le imprese e i settori produttivi della Costa ecuadoriana non sono semplici destinatari passivi degli impatti climatici: essi rappresentano nodi essenziali della resilienza del Paese, perché dalla loro capacità di prevenzione dipendono la continuità delle catene logistiche, la sicurezza dei lavoratori, la protezione degli asset produttivi, la stabilità dei servizi, la conservazione delle merci deperibili, la gestione delle infrastrutture costiere e la riduzione dei danni sociali. Il dato di partenza è che, secondo il CPC-NOAA, El Niño risultava altamente probabile nel trimestre maggio-luglio 2026, con una probabilità dell’82%, e atteso in persistenza fino all’inverno boreale 2026-2027, con una probabilità del 96% nel trimestre dicembre-febbraio. Questo scenario attribuisce grande valore alla finestra temporale indicata dal bollettino: l’assenza, nei prossimi tre o quattro mesi, di precipitazioni estreme generalizzate non deve essere interpretata come assenza di rischio, ma come un intervallo operativo prezioso, nel quale le imprese possono trasformare l’informazione climatica in preparazione concreta, riducendo l’esposizione prima che l’eventuale accoppiamento oceano-atmosfera e la successiva stagione piovosa amplifichino gli impatti.
La logica proposta dal bollettino si inserisce pienamente nel concetto moderno di continuità operativa climatica, secondo cui un evento come El Niño non deve essere gestito soltanto attraverso la risposta emergenziale, ma attraverso la pianificazione preventiva, la manutenzione delle infrastrutture, la ridondanza dei sistemi critici e la capacità di mantenere attive le funzioni essenziali anche in presenza di perturbazioni ambientali. L’esperienza storica dell’El Niño 1997-1998 in Ecuador dimostra quanto questo approccio sia necessario: gli studi economici sugli effetti di quell’evento indicano che gran parte dei costi fu legata alle perdite agricole e ai danni infrastrutturali, mentre l’aumento dei rischi sanitari rappresentò una delle componenti sociali più critiche. Questa evidenza storica è importante perché mostra che il danno economico di El Niño non nasce soltanto dall’intensità fisica della pioggia o del riscaldamento oceanico, ma dall’incontro tra pericolosità climatica, vulnerabilità territoriale, fragilità infrastrutturale e insufficiente preparazione istituzionale o aziendale. La raccomandazione di pulire drenaggi, verificare sistemi di pompaggio, proteggere apparecchiature elettriche, server, magazzini e inventari sensibili deve quindi essere letta come una misura di riduzione della vulnerabilità sistemica: il rischio climatico diventa danno economico quando trova infrastrutture esposte, manutenzione insufficiente, scarsa ridondanza e assenza di protocolli operativi.
Le imprese localizzate in zone costiere, estuari e aree urbane basse sono particolarmente esposte perché El Niño nel Pacifico orientale può agire contemporaneamente su più fattori: innalzamento temporaneo del livello marino, maree di sizigia, onde di swell, erosione, rallentamento del drenaggio fluviale e urbano, oltre a possibili precipitazioni più intense durante la stagione piovosa successiva. Gli studi sugli estremi di livello marino nel Pacifico orientale mostrano che gli eventi El Niño di tipo Eastern Pacific possono generare anomalie del livello del mare capaci di amplificarsi verso l’interno di sistemi deltizi ed estuarini, con valori mensili medi che in alcuni casi passano da circa +43 cm sulla costa aperta a circa +75 cm nelle aree interne deltizie. Ciò significa che le città costiere e le aree produttive prossime a estuari, porti, canali, spiagge e malecones non devono valutare soltanto il rischio di pioggia, ma anche la possibilità che maree alte e livello marino anomalo riducano la capacità di scarico dei sistemi di drenaggio. In termini idraulici, l’alta marea può agire come un blocco naturale del deflusso, favorendo ristagni e allagamenti anche in assenza di precipitazioni eccezionali. Per una struttura industriale, turistica o commerciale, ciò implica la necessità di identificare i punti più bassi degli impianti, le aree dove sono collocati quadri elettrici e pompe, i depositi di materiali sensibili, i percorsi di accesso dei mezzi, le zone di carico e scarico e le possibili vie alternative di trasporto.
La protezione delle infrastrutture non riguarda soltanto la difesa fisica degli edifici, ma anche la continuità delle funzioni aziendali. Server, archivi digitali, sistemi di pagamento, celle frigorifere, linee di confezionamento, depositi chimici, scorte alimentari, magazzini farmaceutici e sistemi di refrigerazione sono elementi vulnerabili a interruzioni elettriche, umidità, allagamenti e corrosione salina. In un contesto di El Niño, la vulnerabilità non è lineare: un breve allagamento può produrre danni molto superiori al valore fisico dell’acqua penetrata, perché può interrompere una catena del freddo, rendere inutilizzabile un lotto di merci, bloccare una piattaforma logistica o compromettere la sicurezza alimentare. Per questo motivo, il bollettino insiste sulla revisione dei piani di continuità aziendale e dei protocolli di emergenza. La letteratura sulla riduzione del rischio da disastri mostra che la preparazione anticipata è tanto più efficace quanto più è specifica: non basta un piano generico, ma servono scenari operativi realistici, responsabilità definite, inventari aggiornati, fornitori alternativi, percorsi logistici secondari, sistemi di comunicazione ridondanti e procedure per il ripristino rapido delle attività.
Un ulteriore aspetto riguarda le coperture assicurative. La revisione delle polizze contro alluvioni, danni costieri, interruzione di attività e perdita di inventario è parte integrante della gestione del rischio climatico. Gli eventi El Niño possono produrre danni diretti, come erosione o allagamento, e danni indiretti, come interruzione dei trasporti, ritardi nelle consegne, blocco dei porti, aumento dei costi energetici e perdita di produttività. Dal punto di vista aziendale, la copertura assicurativa non elimina il rischio, ma può ridurre la probabilità che un evento climatico si trasformi in crisi finanziaria. Tuttavia, l’assicurazione funziona meglio quando è accompagnata da misure di prevenzione fisica, poiché infrastrutture più resilienti, drenaggi puliti e piani di emergenza aggiornati riducono sia la probabilità di danno sia la severità delle perdite. Questa impostazione è coerente con le analisi post-evento sull’El Niño 1997-1998 in Ecuador, che raccomandavano un passaggio da interventi reattivi e non sempre mirati a investimenti preventivi, territorialmente differenziati e orientati allo sviluppo resiliente.
Nel settore turistico, la vulnerabilità è particolarmente evidente perché molte infrastrutture sono collocate vicino alla linea di costa e dipendono dalla fruibilità di spiagge, malecones, accessi, ristoranti, strutture leggere, pontili e servizi balneari. L’aumento temporaneo del livello marino, combinato con swell proveniente dal nord e maree di sizigia, può produrre erosione, scalzamento delle fondazioni, danni alle pavimentazioni, interruzione degli accessi e riduzione dell’attrattività turistica. Non si tratta soltanto di proteggere immobili, ma di preservare una funzione economica complessa che coinvolge trasporti, ristorazione, occupazione locale, piccoli fornitori e servizi informali. Il monitoraggio costante dei bollettini oceanografici e delle allerte marittime diventa quindi uno strumento aziendale, non solo istituzionale: la previsione del livello del mare e delle mareggiate può guidare la chiusura preventiva di aree vulnerabili, lo spostamento temporaneo di attrezzature, la protezione degli accessi e la comunicazione con clienti e lavoratori.
La dimensione sanitaria e lavorativa costituisce un altro pilastro della sezione. Le temperature superiori alla norma previste per la Costa ecuadoriana possono aumentare in modo significativo lo stress termico, soprattutto nei settori che richiedono attività fisica all’aperto o in ambienti poco ventilati: costruzione, agricoltura, acquacoltura, pesca, trasporto, logistica e commercio informale. Il caldo non è soltanto un disagio, ma un rischio fisiologico e produttivo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sottolineato che lo stress da calore sul lavoro produce impatti fisiologici, socioeconomici e anche mentali, e che la prevenzione richiede misure organizzative, tecniche e sanitarie specifiche. Quando il corpo non riesce più a dissipare calore in modo efficace, soprattutto in condizioni di elevata umidità e sforzo fisico, aumenta il rischio di disidratazione, esaurimento da calore, colpo di calore, incidenti sul lavoro, riduzione della concentrazione e peggioramento della produttività. Le misure raccomandate dal bollettino — idratazione costante, modifica degli orari, aree di riposo ventilate, monitoraggio dei lavoratori vulnerabili, campagne informative e manutenzione dei sistemi di climatizzazione — corrispondono a una gerarchia preventiva ben riconosciuta: ridurre l’esposizione, diminuire il carico fisico nelle ore più calde, garantire recupero termico, riconoscere precocemente i sintomi e proteggere i soggetti più fragili.
L’impatto del caldo sulla produttività ha anche una dimensione economica più ampia. Nei settori manuali, l’aumento della temperatura può ridurre la capacità lavorativa, aumentare le pause necessarie, incrementare gli errori e rendere più frequenti gli infortuni. Nelle imprese meno strutturate, il rischio è maggiore perché spesso mancano aree climatizzate, procedure formalizzate e sistemi di monitoraggio della salute occupazionale. La prevenzione dello stress termico deve quindi essere considerata parte della sostenibilità aziendale, non un costo accessorio. In un contesto di El Niño, l’adozione di turni anticipati al mattino, pause programmate, rotazione delle mansioni, accesso garantito all’acqua, ombreggiamento temporaneo e formazione dei capisquadra può ridurre simultaneamente il rischio sanitario e la perdita di produttività. Questo punto è particolarmente importante per agricoltura, pesca e acquacoltura, dove il lavoro avviene spesso in ambienti ad alta umidità, con esposizione diretta al sole e con margini operativi limitati.
La gestione energetica rappresenta una vulnerabilità trasversale. Il riscaldamento anomalo lungo la Costa aumenterà probabilmente l’uso di aria condizionata, ventilazione meccanica, refrigerazione industriale e sistemi per la conservazione della catena del freddo. La relazione tra temperatura e domanda elettrica è ben documentata: l’aumento dei cooling degree days tende ad accrescere il bisogno di raffrescamento attivo, soprattutto nelle regioni tropicali e subtropicali. Il profilo climatico dell’Ecuador della Banca Mondiale utilizza proprio i cooling degree days per rappresentare la relazione tra caldo giornaliero e domanda di raffrescamento. In un’economia costiera fortemente dipendente da prodotti deperibili, pesca, acquacoltura, alimenti, commercio e servizi turistici, la refrigerazione non è solo un consumo energetico, ma una condizione di continuità produttiva. Un’interruzione della catena del freddo può generare perdite alimentari, rischi sanitari e danni commerciali. Per questo la manutenzione preventiva di HVAC e sistemi frigoriferi, la verifica della capacità installata e la disponibilità di sistemi di backup per le operazioni critiche sono raccomandazioni di elevato valore tecnico.
Il settore energetico ecuadoriano ha inoltre mostrato vulnerabilità climatica anche in relazione alla variabilità delle precipitazioni e alla dipendenza idroelettrica. Nel 2024, ad esempio, il Paese ha dovuto ricorrere a razionamenti elettrici in un contesto di siccità che aveva ridotto la produzione idroelettrica, fonte dominante del sistema nazionale. Pur trattandosi di un contesto diverso rispetto alla Costa calda e umida descritta dal bollettino, l’esempio mostra che la sicurezza energetica dipende fortemente dalla variabilità climatica. Durante El Niño, le imprese devono quindi considerare contemporaneamente l’aumento della domanda di raffrescamento e la possibile vulnerabilità dell’offerta energetica, soprattutto se anomalie pluviometriche negative interessano bacini idroelettrici strategici. La resilienza aziendale richiede efficienza energetica, riduzione dei consumi non essenziali, manutenzione degli impianti, generatori o sistemi di accumulo per funzioni critiche e una valutazione realistica dei carichi di punta stagionali.
La sezione dedica infine attenzione alla gestione ambientale e comunitaria, sottolineando che la resilienza aziendale non può essere separata dalla resilienza del territorio circostante. Un’impresa può proteggere i propri impianti, ma se i canali vicini sono ostruiti, se i rifiuti bloccano gli esteros, se le strade d’accesso si allagano, se il quartiere non dispone di sistemi di drenaggio funzionanti, la continuità operativa resta comunque compromessa. La partecipazione a campagne locali di pulizia, il corretto smaltimento dei rifiuti, la formazione del personale e il coordinamento con municipi, camere di commercio e comunità non sono quindi elementi marginali, ma componenti di una strategia di adattamento territoriale. Gli impatti di El Niño sono spesso amplificati da fattori antropici: urbanizzazione informale in aree basse, impermeabilizzazione del suolo, perdita di vegetazione, occupazione di zone umide, insufficiente manutenzione delle reti idrauliche e scarico di rifiuti nei canali. Ridurre questi fattori significa abbassare la soglia oltre la quale un’anomalia climatica diventa disastro.
Nel caso della Costa ecuadoriana, l’adattamento climatico delle imprese dovrebbe diventare un criterio permanente nelle decisioni d’investimento. Nuovi magazzini, impianti turistici, stabilimenti industriali, allevamenti acquicoli, centri logistici e reti elettriche interne dovrebbero essere progettati tenendo conto di quote di sicurezza, drenaggio, ventilazione, ridondanza energetica, accessibilità durante allagamenti, protezione dei sistemi digitali e gestione delle acque meteoriche. Il cambiamento climatico e la variabilità ENSO non agiscono come rischi separati: El Niño può intensificare temporaneamente estremi già resi più problematici da temperature globali più elevate, mari più caldi, maggiore contenuto di vapore acqueo atmosferico e urbanizzazione costiera. La WMO ha sottolineato che l’interazione tra El Niño e cambiamento climatico produce impatti importanti su salute, sicurezza alimentare, energia e sviluppo economico in America Latina e Caraibi. Questo rende ancora più urgente incorporare la variabilità climatica nelle scelte aziendali ordinarie, non soltanto nei piani emergenziali.
In conclusione, la sezione 3 del bollettino ESPOL propone una visione avanzata della preparazione a El Niño perché sposta l’attenzione dalla previsione meteorologica alla capacità operativa dei sistemi produttivi. Le imprese della Costa ecuadoriana devono prepararsi a un rischio composito: non solo pioggia, non solo caldo, non solo livello del mare, ma l’interazione tra questi fattori e le vulnerabilità fisiche, organizzative, energetiche, sanitarie e logistiche. La fase attuale, nella quale non sono previste piogge estreme diffuse nel brevissimo termine, rappresenta il momento più utile per agire: pulire drenaggi, proteggere apparecchiature, aggiornare piani di continuità, verificare assicurazioni, rafforzare la sicurezza dei lavoratori, migliorare l’efficienza energetica, predisporre sistemi di backup, coordinarsi con autorità locali e integrare criteri climatici nelle future infrastrutture. L’esperienza storica dimostra che El Niño può generare perdite agricole, danni infrastrutturali, rischi sanitari e interruzioni economiche rilevanti; la scienza del rischio mostra però che l’entità finale del danno dipende in larga misura dalla preparazione precedente all’evento. Per questo la riduzione del rischio deve essere intesa come parte della sostenibilità finanziaria e operativa delle imprese: non una risposta eccezionale a un’anomalia climatica, ma una componente strutturale della gestione moderna in un territorio esposto alla variabilità del Pacifico orientale.

Figura 1. Anomalia del livello del mare equatoriale nel Pacifico e segnale precoce della transizione oceanica verso condizioni più calde associate a El Niño
La Figura 1 rappresenta un diagramma di Hovmöller dell’anomalia del livello del mare equatoriale nel Pacifico, espressa in centimetri, lungo una fascia prossima all’equatore compresa tra il Pacifico occidentale, intorno a 140°E, e il Pacifico orientale, fino a circa 80°W, cioè in prossimità delle coste sudamericane. La fonte indicata nel grafico è la altimetria satellitare AVISO-DUACS, elaborata da FIMCM-ESPOL, carrera de Oceanografía, con ultimo dato aggiornato al 27 maggio 2026. Il prodotto operativo di ESPOL dedicato al livello medio del mare utilizza anomalie giornaliere derivate da altimetria satellitare DUACS con risoluzione spaziale di circa 1/4°; la stessa pagina descrive il diagramma Hovmöller come una rappresentazione tempo-longitudine dell’anomalia del livello del mare nel Pacifico equatoriale.
Dal punto di vista fisico, il livello del mare nel Pacifico equatoriale non è soltanto una misura geometrica della superficie marina, ma costituisce un indicatore dinamico dello stato termico e baroclino dell’oceano superiore. Quando l’anomalia del livello del mare è positiva, come nelle aree colorate in rosso, essa tende a indicare una colonna d’acqua più espansa, generalmente associata a maggiore contenuto di calore oceanico, termoclina più profonda e soppressione relativa dell’upwelling freddo. Al contrario, le anomalie negative, rappresentate in blu, sono generalmente coerenti con una termoclina più superficiale, minore contenuto di calore nello strato superiore e maggiore predisposizione alla risalita di acque fredde. Questa relazione è particolarmente importante nel Pacifico equatoriale perché ENSO nasce dall’interazione accoppiata tra atmosfera tropicale, venti zonali, termoclina e temperatura superficiale del mare.
Il primo elemento evidente nella figura è la dominanza, tra giugno e buona parte dell’autunno 2025, di anomalie negative o debolmente positive lungo il Pacifico centrale-orientale. Questo quadro è coerente con un Pacifico equatoriale ancora “scarico” dal punto di vista del contenuto di calore, una configurazione compatibile con condizioni di tipo La Niña o post-La Niña, nelle quali gli alisei favoriscono l’accumulo di acque calde verso ovest e mantengono più superficiale la termoclina nel settore centrale-orientale. In tale situazione, la superficie del mare tende a essere più bassa nel Pacifico centro-orientale perché la colonna d’acqua è meno calda e meno espansa. L’altimetria satellitare è particolarmente utile proprio perché consente di osservare questa redistribuzione del calore oceanico prima che il segnale emerga pienamente nelle temperature superficiali del mare.
La parte più importante della figura si osserva però a partire dalla fine del 2025 e soprattutto tra febbraio, marzo, aprile e maggio 2026. In questa fase, il diagramma mostra una progressiva intensificazione di anomalie positive del livello del mare, inizialmente più evidenti nel Pacifico occidentale e poi in propagazione verso il Pacifico centrale e orientale. Le bande inclinate da sinistra verso destra e dall’alto verso il basso seguono la traiettoria tipica delle onde di Kelvin equatoriali, cioè onde oceaniche intrappolate lungo l’equatore, generate spesso da raffiche di vento occidentale o da un indebolimento degli alisei nel Pacifico occidentale e centrale. La pagina ESPOL sottolinea che le fluttuazioni del livello del mare nel Pacifico equatoriale sono controllate principalmente dalla propagazione di onde di Kelvin e che l’osservazione del livello del mare consente di inferire il loro movimento dal Pacifico occidentale verso quello orientale, con un anticipo operativo utile per stimare il loro impatto sulle coste di Ecuador e Perù.
In termini dinamici, le anomalie rosse osservate nella figura indicano il passaggio di onde di Kelvin di downwelling, o onde di sprofondamento, che approfondiscono la termoclina durante la propagazione verso est. Questo processo è cruciale perché riduce l’efficienza dell’upwelling equatoriale nel riportare in superficie acque fredde subsuperficiali, favorendo così il riscaldamento della superficie marina nel Pacifico centrale e orientale. Studi classici sulle onde equatoriali e su ENSO, come quelli di Boulanger e Menkes sulla propagazione e riflessione delle onde equatoriali durante l’evento El Niño 1992–1993, e di McPhaden e Yu sul ruolo delle onde equatoriali nell’evento El Niño 1997–1998, hanno mostrato che questi impulsi dinamici non sono semplici oscillazioni locali, ma meccanismi fondamentali attraverso cui il Pacifico tropicale redistribuisce calore e prepara, amplifica o modula gli episodi ENSO.
La figura, quindi, non va interpretata come una semplice mappa del livello marino, ma come una diagnosi dello stato interno dell’oceano tropicale. Il passaggio da anomalie blu nel 2025 ad anomalie rosse intense nel 2026 suggerisce una fase di ricarica del contenuto di calore equatoriale. Questo concetto è alla base di molte interpretazioni moderne di ENSO: prima che El Niño si manifesti pienamente come anomalia calda superficiale, l’oceano equatoriale tende spesso ad accumulare calore in profondità e a trasferirlo verso est attraverso onde Kelvin. Il lavoro di Kessler ha discusso proprio la natura di ENSO come successione di eventi e processi dinamici, più che come oscillazione perfettamente regolare, evidenziando l’importanza della propagazione delle onde e della memoria oceanica nel modulare l’evoluzione degli episodi caldi e freddi.
Nel caso specifico mostrato dalla Figura 1, la banda rossa tra aprile e maggio 2026 raggiunge valori localmente superiori a +20/+25 cm, un segnale molto rilevante perché indica un innalzamento marcato del livello del mare lungo l’equatore. Il bollettino FIMCM-ESPOL del 1 giugno 2026 interpreta questa evoluzione come prosecuzione dell’incremento del contenuto di calore nel Pacifico equatoriale durante aprile e maggio 2026, in risposta alla propagazione di onde di Kelvin di sprofondamento. Lo stesso bollettino riporta che, nel Pacifico orientale, l’arrivo dell’onda di Kelvin ha approfondito la termoclina e ha prodotto incrementi del livello del mare di circa 26–29 cm alle Galápagos e davanti alla costa dell’Ecuador, secondo altimetria AVISO/DUACS.
Questo aspetto è particolarmente importante per l’Ecuador e il Perù, perché l’arrivo di un’onda di Kelvin calda nel Pacifico orientale può avere effetti oceanografici e costieri anche prima che si sviluppino piogge estreme generalizzate. L’aumento del livello del mare, se combinato con maree di sicigia, mareggiate o swell provenienti dal nord, può accrescere temporaneamente la vulnerabilità delle zone costiere basse, degli estuari, delle infrastrutture turistiche e dei sistemi di drenaggio urbano. Il bollettino FIMCM-ESPOL richiama infatti l’attenzione sugli effetti dell’incremento del livello del mare nelle città costiere dell’Ecuador, soprattutto in presenza di aguajes e mareggiate, poiché anche piccoli aumenti aggiuntivi possono facilitare l’ingressione marina in aree a bassa pendenza.
In un quadro ENSO, la figura suggerisce dunque che l’oceano abbia iniziato ad anticipare l’atmosfera. Questa frase è importante: spesso, nelle fasi iniziali di transizione verso El Niño, il segnale oceanico subsuperficiale e altimetrico può rafforzarsi prima che l’accoppiamento atmosferico diventi pienamente maturo. Il bollettino ESPOL afferma esplicitamente che, a fine maggio 2026, l’oceano risultava ancora “por delante de la atmósfera” rispetto allo sviluppo di El Niño, con la possibilità che nel mese di giugno il rapporto oceano-atmosfera diventasse più integrato. Questo significa che la presenza di onde Kelvin calde e di anomalie positive del livello del mare costituisce un segnale precoce, ma non sufficiente da solo, per diagnosticare un evento El Niño pienamente accoppiato: occorre verificare anche l’evoluzione degli alisei, della convezione tropicale, della pressione al livello del mare, dell’indice SOI, delle anomalie SST nelle regioni Niño 3.4, Niño 3 e Niño 1+2, nonché della risposta atmosferica su scala emisferica.
L’altimetria satellitare offre in questo senso un vantaggio osservativo notevole. La NASA ricorda che le anomalie positive dell’altezza della superficie marina lungo l’equatore, legate a onde Kelvin, possono precedere lo sviluppo di El Niño e segnalare il trasferimento di acqua calda verso il Pacifico orientale; inoltre, durante gli eventi El Niño, l’espansione termica dell’acqua più calda contribuisce all’innalzamento della superficie del mare. Anche il sistema DUACS, sviluppato da CNES/CLS, integra misure multimissione di altimetria satellitare e fornisce prodotti in tempo quasi reale e in modalità delayed-time, oggi utilizzati nei servizi Copernicus Marine e Copernicus Climate Change Service. I prodotti globali di anomalie del livello del mare e topografia dinamica assoluta sono accessibili tramite Copernicus Marine, inclusi i prodotti Level-4 globali grigliati in near-real-time e delayed-time.
In sintesi, la Figura 1 documenta una transizione oceanica molto significativa: da un Pacifico equatoriale caratterizzato nel 2025 da anomalie basse o negative del livello del mare, compatibili con uno stato relativamente freddo e con termoclina più superficiale nel settore centro-orientale, a una fase nel 2026 dominata da anomalie positive marcate, associate alla propagazione verso est di onde di Kelvin calde di downwelling. Tale evoluzione suggerisce un rapido aumento del contenuto di calore dell’oceano equatoriale e una crescente predisposizione allo sviluppo di condizioni El Niño, soprattutto se l’atmosfera tropicale dovesse rispondere con indebolimento degli alisei, convezione più organizzata nel Pacifico centro-orientale e valori persistentemente negativi della Southern Oscillation. La fonte del grafico e del prodotto aggiornato può essere consultata nella pagina ESPOL “Nivel medio del mar”, mentre la stessa figura compare anche nel bollettino FIMCM-ESPOL del 1 giugno 2026 dedicato al monitoraggio ENOS.

Figura 2. Previsione probabilistica multi-modello della pressione al livello del mare per JJA e JAS 2026: una configurazione atmosferica coerente con la rapida transizione verso El Niño
La Figura 2 mostra la previsione probabilistica multi-modello della pressione media al livello del mare per i trimestri mobili JJA 2026 — giugno, luglio, agosto — e JAS 2026 — luglio, agosto, settembre — emessa nel maggio 2026 dal sistema multi-ensemble della World Meteorological Organization. Il grafico può essere consultato sul portale ufficiale del WMO Lead Centre for Long-Range Forecast Multi-Model Ensemble, alla pagina: https://www.wmolc.org/seasonPmmeUI/plot_PMME. Per ritrovare una figura analoga, occorre selezionare la variabile Mean Sea Level Pressure, il mese di emissione May 2026 e le stagioni JJA 2026 e JAS 2026. Il WMO Lead Centre raccoglie e rende disponibili prodotti multi-modello e previsioni dei Global Producing Centres in formato standardizzato; tra le variabili operative previste figurano anche la pressione media al livello del mare, la temperatura a 2 metri, la precipitazione, la temperatura superficiale del mare, il geopotenziale a 500 hPa e variabili troposferiche a 850 hPa.
La figura non rappresenta direttamente un’anomalia pressoria espressa in hPa, ma la categoria probabilistica più probabile rispetto alla climatologia: il blu indica una maggiore probabilità che la pressione stagionale cada nel tercile sotto la norma, il rosso indica una maggiore probabilità che cada nel tercile sopra la norma, mentre le tonalità neutre indicano condizioni prossime alla norma o un segnale probabilistico meno netto. Questo aspetto è fondamentale, perché una mappa probabilistica stagionale non va interpretata come una previsione deterministica puntuale: essa esprime una “inclinazione delle probabilità” verso una categoria climatica, non una certezza dell’esito osservato. La stessa WMO sottolinea che le aree colorate indicano la categoria con maggiore probabilità e che anche dove una categoria risulta favorita permane una probabilità non trascurabile che l’esito finale cada in un’altra classe.
Il segnale dominante della Figura 2 è la presenza di un’estesa area di pressione inferiore alla norma sul Pacifico equatoriale centro-orientale, soprattutto tra la linea del cambio di data, il Pacifico centrale e il settore orientale prossimo alle coste dell’America tropicale. Questo nucleo blu è particolarmente evidente sia nel trimestre JJA sia nel trimestre JAS 2026, indicando che il sistema multi-modello non prevede un’anomalia atmosferica transitoria, ma una configurazione stagionale persistente. Dal punto di vista dinamico, tale distribuzione è coerente con una progressiva attivazione del ramo convettivo sul Pacifico centrale-orientale, cioè con uno degli elementi atmosferici tipici dello sviluppo di El Niño. Durante El Niño, infatti, il riscaldamento della superficie marina nel Pacifico centrale e orientale tende a ridurre la pressione atmosferica in quella regione, favorendo moti ascendenti, maggiore convezione e un indebolimento degli alisei equatoriali.
Il contrasto con l’area indo-pacifica occidentale è altrettanto significativo. Tra Oceano Indiano, subcontinente indiano, Sud-Est asiatico, Indonesia, Maritime Continent e Australia settentrionale la figura mostra una vasta area rossa, cioè una probabilità elevata di pressione superiore alla norma. Questa configurazione è interpretabile come segnale di subsidenza anomala e possibile soppressione relativa della convezione nella regione normalmente più attiva della “warm pool” indo-pacifica. In una situazione ENSO neutra o in condizioni di La Niña, la convezione tende a concentrarsi più a ovest, dove le acque sono più calde e la pressione più bassa. In una transizione verso El Niño, invece, il massimo convettivo tende a spostarsi verso il Pacifico centrale-orientale, mentre sull’Indonesia e sul Maritime Continent può instaurarsi una pressione relativamente più alta, con precipitazioni ridotte e circolazione ascendente indebolita.
Questa distribuzione est-ovest della pressione richiama direttamente il meccanismo classico descritto dalla teoria di Bjerknes: l’interazione tra anomalie della temperatura superficiale del mare, pressione atmosferica, alisei e convezione può amplificare lo sviluppo di ENSO attraverso un feedback accoppiato oceano-atmosfera. McPhaden e colleghi descrivono ENSO come la principale forma di variabilità climatica interannuale del sistema Terra, legata alla fluttuazione tra condizioni calde e fredde nel Pacifico tropicale e alle oscillazioni della pressione atmosferica tra Oceano Indiano e Pacifico, con forte influenza sugli alisei. Durante El Niño, la pressione tende ad aumentare nel Pacifico occidentale e a diminuire nel Pacifico orientale; questo indebolisce gli alisei, favorisce la migrazione verso est delle acque calde e riduce l’upwelling freddo lungo l’equatore.
In questo senso, la Figura 2 appare coerente con la Figura 1 sulle anomalie del livello del mare: le onde di Kelvin calde e le anomalie positive del livello marino nel Pacifico equatoriale indicavano una ricarica oceanica e un approfondimento della termoclina; la Figura 2 suggerisce che anche l’atmosfera stia iniziando a rispondere nella direzione attesa, con pressione più bassa sul Pacifico centrale-orientale e più alta sull’Indo-Pacifico occidentale. Quando queste due componenti — oceano e atmosfera — diventano coerenti, il sistema ENSO entra in una fase più propriamente accoppiata. La WMO, nel suo aggiornamento stagionale per JJA 2026, descrive infatti una rapida transizione verso un evento El Niño, con il multi-model ensemble medio previsto ben oltre la soglia di El Niño e con una traiettoria di intensificazione durante l’estate e l’autunno boreale.
La persistenza del segnale tra JJA e JAS 2026 è rilevante anche perché indica una possibile maturazione progressiva della risposta atmosferica. Nel pannello JJA, il nucleo di pressione sotto la norma è già esteso lungo il Pacifico centro-orientale, mentre il massimo di pressione sopra la norma è molto marcato sull’area indo-australiana. Nel pannello JAS, la struttura appare sostanzialmente confermata, con un segnale blu ancora robusto lungo il Pacifico equatoriale e una fascia rossa persistente sul settore indo-pacifico occidentale. Tale continuità stagionale suggerisce un indebolimento della Walker circulation, cioè della grande cella zonale tropicale caratterizzata, in condizioni normali, da alisei orientali in superficie, convergenza e convezione sull’Indonesia, flusso di ritorno in quota e subsidenza sul Pacifico orientale. In una fase El Niño, questa struttura tende a indebolirsi o a traslare verso est, modificando profondamente la distribuzione tropicale di pressione, vento, precipitazione e convezione.
La lettura della pressione al livello del mare è particolarmente importante perché consente di cogliere la componente atmosferica dell’ENSO. Un oceano caldo nel Pacifico centro-orientale non è sufficiente, da solo, a definire pienamente un evento El Niño maturo: occorre che l’atmosfera risponda con alisei più deboli, pressione più bassa sul Pacifico orientale, pressione più alta sull’Indonesia e variazioni coerenti della convezione tropicale. Per questo motivo, indici come la Southern Oscillation e le anomalie della pressione tra Darwin e Tahiti sono tradizionalmente utilizzati per diagnosticare lo stato del sistema accoppiato. La WMO stessa ricorda che El Niño è caratterizzato dal riscaldamento delle acque superficiali nel Pacifico equatoriale centrale e orientale, ma anche da impatti atmosferici capaci di rimodellare i regimi globali di pioggia, siccità e temperatura.
Dal punto di vista degli impatti, la configurazione mostrata nella Figura 2 suggerisce una crescente probabilità di anomalie pluviometriche compatibili con El Niño. Una pressione più bassa sul Pacifico equatoriale centro-orientale è spesso associata a maggiore convezione e precipitazioni sopra la norma su quella fascia oceanica, mentre la pressione più alta sull’Indonesia, sull’Oceano Indiano tropicale e sull’Australia settentrionale può essere associata a condizioni più secche. Nell’aggiornamento WMO per JJA 2026, il segnale pluviometrico viene descritto come una risposta atmosferica classica al rapido sviluppo di El Niño, con maggiore probabilità di precipitazioni sopra la norma nel Pacifico equatoriale centrale e orientale e una fascia di anomalie secche sulle aree tropicali circostanti, inclusi settori dell’Oceano Indiano e dell’Australia.
Per l’Ecuador e il Perù, la lettura della figura assume un significato operativo particolare. Una fascia di pressione inferiore alla norma sul Pacifico orientale può favorire condizioni più instabili, specialmente se accompagnata da anomalie positive della temperatura superficiale del mare, da onde di Kelvin calde in arrivo, da termoclina più profonda e da una convezione tropicale più organizzata. Tuttavia, la figura non consente da sola di quantificare il rischio di precipitazioni estreme sulla costa sudamericana: per farlo occorre integrare pressione, SST, contenuto di calore subsuperficiale, vento zonale, OLR, precipitazione prevista, MJO, stato dell’ITCZ e risposta locale del Pacifico orientale. La WMO sottolinea infatti che ogni evento El Niño è unico per evoluzione, struttura spaziale e impatti, e che gli effetti regionali dipendono anche dall’interazione con altri modi di variabilità climatica.
In conclusione, la Figura 2 mostra un quadro atmosferico fortemente coerente con una transizione verso El Niño nel corso dell’estate boreale 2026. L’anomalia probabilistica di pressione sotto la norma nel Pacifico equatoriale centro-orientale, combinata con la pressione sopra la norma sull’Indo-Pacifico occidentale, indica una possibile riorganizzazione della Walker circulation e una progressiva migrazione verso est del cuore convettivo tropicale. Tale segnale rafforza l’interpretazione già suggerita dalla Figura 1: il Pacifico equatoriale non sta solo accumulando calore nell’oceano superiore, ma sta iniziando a mostrare anche una risposta atmosferica compatibile con l’instaurazione di un evento El Niño. Proprio per questo la mappa va considerata un tassello importante, ma non isolato, di una diagnosi più ampia che deve includere oceano, atmosfera e teleconnessioni tropicali.

Figura 3. Probabilità NOAA-CPC dell’intensità di El Niño 2026-2027 secondo l’indice relativo Niño-3.4/RONI
La Figura 3 rappresenta la previsione probabilistica ufficiale del Climate Prediction Center della NOAA relativa non soltanto alla probabilità di sviluppo di El Niño, ma soprattutto alla sua possibile intensità stagionale durante il 2026 e l’inizio del 2027. La fonte ufficiale del grafico è la pagina NOAA-CPC “Official NOAA CPC ENSO Strength Probabilities”, emessa nel maggio 2026, dove le barre mostrano la probabilità delle diverse categorie ENSO per nove stagioni trimestrali sovrapposte; la gradazione dei colori all’interno delle barre indica invece la probabilità che El Niño o La Niña raggiungano intensità debole, moderata, forte o molto forte.
Il grafico è costruito sulla base del Relative Oceanic Niño Index, o RONI, cioè la media mobile trimestrale dell’indice relativo Niño 3.4. La NOAA specifica che le probabilità sono verificate usando soglie incrementali di ±0,5 °C nelle anomalie della temperatura superficiale marina mediate nella regione Niño-3.4, compresa tra 170°W–120°W e 5°S–5°N, rispetto al periodo climatologico 1991-2020. Questo è un punto metodologico molto importante: il grafico non utilizza semplicemente una lettura “assoluta” dell’anomalia termica del Pacifico centrale, ma una metrica relativa, pensata per isolare meglio il riscaldamento o raffreddamento specifico della regione ENSO rispetto al contesto più ampio del riscaldamento tropicale globale. La pagina NOAA dedicata al RONI definisce infatti l’indice come la media trimestrale mobile del relativo Niño 3.4 e avverte che i valori più recenti possono essere rivisti, perché il filtro applicato ai dati ERSSTv5 può modificare le stime nei due mesi successivi alla prima pubblicazione.
La lettura della figura evidenzia una transizione molto rapida da condizioni inizialmente neutre verso un evento El Niño altamente probabile. Nella stagione AMJ 2026, cioè aprile-maggio-giugno, la probabilità di neutralità è ancora dominante, pari all’84%, mentre la probabilità di El Niño debole è del 16%. Già nella stagione MJJ 2026, tuttavia, il quadro cambia bruscamente: la probabilità complessiva di El Niño sale all’82%, con una prevalenza della categoria debole, pari al 72%, e una prima probabilità del 10% di El Niño moderato. Questa accelerazione è coerente con il fatto che, nel bollettino diagnostico del 14 maggio 2026, il CPC indicava condizioni ancora ENSO-neutrali, ma con elevata probabilità che El Niño emergesse presto, pari all’82% per maggio-luglio 2026, e persistesse durante l’inverno boreale 2026-2027.
La progressione stagionale diventa ancora più significativa tra JJA e JAS 2026. In JJA, la probabilità di neutralità scende all’8%, mentre le probabilità di El Niño sono distribuite tra evento debole al 52%, moderato al 37% e forte al 3%. In JAS, la componente debole si riduce al 30%, quella moderata sale al 48%, quella forte raggiunge il 17% e compare già una piccola probabilità, pari all’1%, di El Niño molto forte. Questa sequenza indica che il sistema previsionale non contempla semplicemente l’innesco di un episodio caldo, ma suggerisce una maturazione progressiva della struttura oceanica e atmosferica del Pacifico tropicale. In termini fisici, ciò implica che il riscaldamento del Pacifico centro-orientale, l’indebolimento degli alisei, la modifica della circolazione di Walker e la redistribuzione del contenuto di calore oceanico potrebbero diventare sempre più coerenti nel corso dell’estate boreale.
Il cuore della previsione si colloca però tra ASO, SON, OND, NDJ e DJF, cioè tra la tarda estate, l’autunno e l’inverno boreale. In ASO 2026, la probabilità complessiva di El Niño raggiunge il 98%, con il 41% assegnato alla categoria moderata, il 31% alla categoria forte e il 9% alla categoria molto forte. In SON 2026, la probabilità di El Niño resta al 98%, ma la distribuzione si sposta verso intensità maggiori: 30% moderato, 35% forte e 22% molto forte. In OND 2026, la probabilità di El Niño forte è pari al 32% e quella di El Niño molto forte al 33%; in NDJ 2026-2027, la categoria molto forte raggiunge il 37%, mentre quella forte rimane al 30%. Questo significa che, nella fase climatologicamente più favorevole alla maturazione di ENSO, il CPC attribuisce circa due terzi della probabilità complessiva alle categorie forte e molto forte. La stessa presentazione CPC aggiornata al 14 maggio 2026 sintetizza questo punto affermando che per novembre 2026-gennaio 2027 vi sono probabilità prossime a un terzo per un El Niño forte e a un terzo per un El Niño molto forte, cioè una probabilità combinata di circa due terzi per un evento almeno forte.
Questa evoluzione è scientificamente rilevante perché ENSO è il principale modo di variabilità climatica interannuale del sistema Terra. McPhaden, Zebiak e Glantz descrivono ENSO come il segnale climatico dominante su scala anno-per-anno, originato dall’interazione accoppiata tra oceano e atmosfera nel Pacifico tropicale, ma capace di produrre impatti ambientali e socioeconomici su scala globale. La Figura 3 deve quindi essere letta non come un semplice grafico statistico, ma come una sintesi probabilistica dell’evoluzione prevista del sistema accoppiato oceano-atmosfera. Un El Niño debole può rappresentare una perturbazione relativamente limitata del Pacifico tropicale; un El Niño forte o molto forte, invece, tende a implicare un’anomalia termica più ampia e persistente, una risposta atmosferica più organizzata, una maggiore alterazione della convezione tropicale e una più alta probabilità di teleconnessioni extratropicali.
Dal punto di vista dinamico, la probabilità crescente delle categorie forte e molto forte suggerisce che i modelli e il giudizio esperto del CPC riconoscano condizioni favorevoli a una forte amplificazione del feedback di Bjerknes. In tale feedback, il riscaldamento del Pacifico equatoriale centrale-orientale riduce il gradiente termico est-ovest, indebolisce gli alisei, favorisce ulteriore propagazione verso est delle acque calde e approfondisce la termoclina nel Pacifico orientale. Questo processo riduce l’upwelling di acque fredde e può consolidare l’anomalia calda superficiale. Timmermann e colleghi sottolineano che ENSO è caratterizzato da una notevole complessità spazio-temporale e che gli eventi El Niño non sono tutti uguali, poiché differiscono per localizzazione del massimo riscaldamento, intensità, durata, meccanismi di innesco e impatti climatici.
È proprio per questo che la Figura 3 va interpretata con attenzione. Il fatto che aumentino le probabilità di un El Niño forte o molto forte non significa automaticamente che ogni regione subirà impatti estremi. La NOAA avverte esplicitamente che la forza di El Niño o La Niña non corrisponde necessariamente alla forza degli impatti attesi: eventi più intensi possono aumentare la probabilità di certi effetti, ma non li garantiscono. Anche il bollettino diagnostico CPC del 14 maggio 2026 richiama questa cautela, ricordando che gli eventi El Niño più forti della serie storica sono caratterizzati da un accoppiamento oceano-atmosfera robusto già durante l’estate, ma che resta da verificare se ciò accadrà pienamente nel 2026. Questa precisazione è fondamentale per evitare una lettura deterministica: la probabilità di intensità ENSO non è una previsione diretta e lineare di precipitazioni, siccità, cicloni tropicali o temperature regionali.
Nel contesto delle figure precedenti, la Figura 3 assume un valore ancora più forte. La Figura 1 mostrava anomalie positive del livello del mare nel Pacifico equatoriale, interpretabili come segnale di onde di Kelvin calde e aumento del contenuto di calore oceanico. La Figura 2 indicava una configurazione probabilistica della pressione al livello del mare coerente con un indebolimento della Walker circulation, con pressione più bassa sul Pacifico centro-orientale e più alta sull’Indo-Pacifico occidentale. La Figura 3 traduce questi segnali fisici in una valutazione probabilistica ufficiale: la transizione verso El Niño appare molto probabile, e la possibilità che l’evento diventi almeno forte aumenta sensibilmente verso il picco stagionale autunno-invernale. La letteratura sulla diversità ENSO mostra però che l’intensità non è l’unico elemento rilevante: posizione longitudinale del massimo riscaldamento, ampiezza del riscaldamento nel Pacifico orientale rispetto al Pacifico centrale, evoluzione subsuperficiale e risposta convettiva condizionano fortemente il tipo di impatto prodotto da ciascun evento.
In conclusione, la Figura 3 indica che, secondo l’aggiornamento NOAA-CPC emesso nel maggio 2026, il Pacifico tropicale presenta una probabilità molto elevata di evolvere verso El Niño già dall’inizio dell’estate boreale, con probabilità complessive pari all’82% in MJJ, al 92% in JJA, al 96% in JAS e prossime al 98% tra ASO e NDJ. L’elemento più importante non è solo l’aumento della probabilità di El Niño, ma il progressivo spostamento della distribuzione verso le categorie moderata, forte e molto forte, con un massimo rischio di evento intenso tra OND e NDJ 2026-2027. Il grafico rappresenta quindi una delle evidenze più robuste, nel quadro previsionale di maggio 2026, di una possibile rapida maturazione di El Niño; tuttavia, la sua interpretazione deve restare probabilistica e integrata con gli altri indicatori oceanici e atmosferici, perché solo un accoppiamento persistente tra SST, venti, pressione, convezione e contenuto di calore può trasformare una previsione di intensità in un evento climatico pienamente realizzato.

Figura 4. Previsione CFSv2 dell’indice relativo Niño 3.4: dalla fase fredda 2025-2026 a un possibile El Niño intenso nel Pacifico centrale
La Figura 4 mostra la previsione dell’anomalia della temperatura superficiale del mare nella regione Niño 3.4 relativa, indicata nel grafico come CFSv2 relative Niño3.4 anomalies, espressa in gradi Kelvin, equivalenti ai gradi Celsius per le anomalie. La fonte ufficiale del prodotto è il NOAA Climate Prediction Center, nella pagina “Additional CFSv2 SST forecasts”, dove sono disponibili le previsioni CFSv2 degli indici Niño, incluse le versioni corrette con metodo PDF e con ulteriore correzione della dispersione ensemble. Per trovare il grafico, il link ufficiale è la pagina NOAA-CPC dedicata ai prodotti SST aggiuntivi del CFSv2; nella tabella occorre cercare rNiño3.4 – PDF+Spread correction. La pagina specifica che le anomalie sono calcolate rispetto alla climatologia 1991-2020 e che, per l’indice Niño 3.4, sono disponibili versioni con correzione della distribuzione probabilistica e della dispersione dell’ensemble.
Il grafico rappresenta una previsione ensemble del modello accoppiato NCEP Climate Forecast System version 2, o CFSv2, inizializzata tra il 17 e il 26 maggio 2026 e aggiornata il 28 maggio 2026. La linea nera continua descrive l’evoluzione osservata dell’indice, basata sull’analisi giornaliera NOAA OIv2.1, mentre la linea nera tratteggiata rappresenta la media dell’ensemble previsionale. Le linee colorate indicano i singoli membri previsionali: in blu sono riportati gli otto membri più recenti, in rosso gli otto membri più lontani nel periodo di inizializzazione, mentre le altre linee indicano i restanti membri. Il CPC spiega che i prodotti CFSv2 stagionali utilizzano previsioni inizializzate negli ultimi 30 giorni, con quattro run giornalieri, e che gli ensemble sono organizzati in gruppi derivati da diverse finestre di inizializzazione; lo stesso portale avverte anche che questi prodotti modellistici non sono, da soli, la previsione ufficiale stagionale del CPC, ma uno degli elementi considerati nel processo previsionale.
L’elemento più evidente è la transizione estremamente rapida da anomalie negative, tipiche di una fase fredda del Pacifico centrale, verso anomalie positive ampie e persistenti. Nella parte osservata del grafico, tra la seconda metà del 2025 e l’inizio del 2026, l’indice relativo Niño 3.4 rimane su valori negativi, fino a circa −1 °C, coerenti con una fase di La Niña o con un Pacifico centrale ancora freddo rispetto al contesto tropicale circostante. Successivamente, tra la fine dell’inverno boreale e la primavera 2026, la curva nera mostra una risalita molto marcata: l’indice passa da valori negativi a valori prossimi o superiori alla soglia di +0,5 °C, che nel monitoraggio ENSO viene comunemente utilizzata come riferimento oceanico iniziale per condizioni El Niño. Questo passaggio è fisicamente rilevante perché indica che il raffreddamento precedente del Pacifico centrale non solo si è esaurito, ma è stato sostituito da una fase di riscaldamento rapido.
Nella parte previsionale, il segnale diventa ancora più netto. La media ensemble del CFSv2 supera la soglia di El Niño già all’inizio dell’estate boreale 2026, oltrepassa rapidamente +1 °C durante il trimestre estivo e si avvicina a valori prossimi a +2 °C tra l’autunno e l’inizio dell’inverno boreale. Questo andamento suggerisce un’evoluzione verso un El Niño almeno moderato-forte, con possibilità di valori temporaneamente compatibili con una categoria molto forte, qualora l’anomalia prevista dovesse effettivamente realizzarsi e mantenersi per più stagioni trimestrali consecutive. Il bollettino NOAA-CPC aggiornato al 1 giugno 2026 sintetizza questa informazione affermando che la media ensemble CFSv2, nella versione corretta con PDF e spread, favorisce una transizione verso El Niño nel mese successivo e la prosecuzione delle condizioni El Niño durante l’inverno boreale 2026-2027.
La coerenza tra i membri dell’ensemble è un aspetto importante della figura. Pur esistendo una dispersione non trascurabile tra le simulazioni, quasi tutti i membri convergono verso anomalie positive persistenti. Alcuni membri restano su valori più contenuti, intorno a +1/+1,5 °C, mentre altri raggiungono o superano +2 °C nel periodo OND-NDJ. Questa struttura indica che l’incertezza non riguarda tanto il segno dell’anomalia, cioè caldo o freddo, quanto l’ampiezza finale dell’evento. In altre parole, il modello non sta rappresentando uno scenario bilanciato tra neutralità, La Niña ed El Niño, ma un ventaglio di possibili intensità all’interno di una traiettoria largamente orientata verso il riscaldamento del Pacifico centrale.
Dal punto di vista dinamico, una previsione di questo tipo è coerente con un sistema ENSO in fase di rapido accoppiamento oceano-atmosfera. L’aumento dell’indice relativo Niño 3.4 implica che il Pacifico centrale stia diventando più caldo rispetto al proprio stato climatologico e rispetto al più ampio contesto tropicale. Se questo riscaldamento è accompagnato da indebolimento degli alisei, aumento del contenuto di calore subsuperficiale, approfondimento della termoclina nel Pacifico orientale e maggiore convezione sul Pacifico centrale-orientale, allora il sistema può entrare in una fase di feedback positivo di Bjerknes: il riscaldamento oceanico indebolisce gli alisei, gli alisei più deboli riducono l’upwelling e favoriscono ulteriore riscaldamento, mentre la convezione si sposta progressivamente verso est. ENSO è infatti riconosciuto come il principale modo di variabilità climatica interannuale del sistema Terra, originato dall’interazione accoppiata tra oceano e atmosfera nel Pacifico tropicale e capace di produrre impatti globali.
Il ricorso all’indice relativo Niño 3.4 è particolarmente importante nel clima attuale. In un oceano globale soggetto a riscaldamento di fondo, un’anomalia SST tradizionale può talvolta sovrastimare o alterare la percezione del segnale ENSO, perché misura il riscaldamento della regione Niño 3.4 rispetto alla climatologia locale ma non sempre separa chiaramente il contributo della variabilità ENSO dal riscaldamento tropicale più ampio. L’indice relativo nasce proprio per valutare la regione Niño 3.4 rispetto al contesto tropicale circostante, offrendo una misura più direttamente collegata al gradiente termico che guida la circolazione atmosferica tropicale. Nel materiale CPC, il Relative Oceanic Niño Index viene indicato come una misura principale per monitorare, valutare e prevedere ENSO, e le condizioni El Niño o La Niña vengono considerate quando le anomalie mensili relative Niño 3.4 raggiungono o superano ±0,5 °C insieme a caratteristiche atmosferiche coerenti.
Questa precisazione metodologica è essenziale per interpretare correttamente la figura. Il grafico non dice semplicemente che il Pacifico centrale sarà caldo in senso assoluto; indica che il modello prevede un’anomalia calda relativa nella regione chiave di ENSO, sufficiente a modificare il gradiente zonale della temperatura superficiale del mare e quindi potenzialmente la circolazione di Walker. È proprio questa componente relativa, più che il solo valore assoluto della SST, a essere dinamicamente rilevante per l’accoppiamento atmosferico. Un Pacifico centrale più caldo rispetto alle aree tropicali circostanti favorisce la migrazione verso est della convezione profonda, l’abbassamento della pressione nel Pacifico centro-orientale e l’indebolimento della subsidenza in quella regione, mentre il settore indo-pacifico occidentale può entrare in una fase relativamente più stabile e meno convettiva.
La previsione mostrata nella Figura 4 è inoltre coerente con il quadro probabilistico NOAA-CPC del maggio 2026. Nel bollettino diagnostico aggiornato al 14 maggio 2026, il CPC indicava che El Niño era probabilmente vicino all’emergere, con una probabilità dell’82% nel trimestre maggio-luglio 2026, e con una probabilità del 96% di persistenza durante dicembre 2026-febbraio 2027. La stessa discussione sottolineava che nel periodo novembre 2026-gennaio 2027 vi era una probabilità combinata di circa due terzi per un El Niño forte o molto forte, lasciando tuttavia aperta una probabilità di circa un terzo che il RONI restasse sotto la soglia di evento forte. La Figura 4, dunque, rappresenta la componente modellistica dinamica che sostiene tale valutazione probabilistica: la curva ensemble media e la maggioranza dei membri simulano un progressivo rafforzamento dell’anomalia calda fino al periodo climatologico di massimo sviluppo ENSO.
È comunque necessario ricordare che le previsioni ENSO inizializzate in primavera o in tarda primavera devono essere lette con cautela. La letteratura scientifica parla spesso di spring predictability barrier, cioè una finestra stagionale in cui l’abilità previsionale di ENSO tende storicamente a ridursi, perché il sistema oceano-atmosfera attraversa una fase di transizione in cui piccole differenze nelle condizioni iniziali possono produrre traiettorie diverse nei mesi successivi. Barnston e Tippett, in una valutazione diagnostica delle previsioni Niño 3.4 in CFSv1 e CFSv2, mostrano che CFSv2 presenta miglioramenti in vari aspetti, inclusa una migliore affidabilità probabilistica e una riduzione dell’errore quadratico medio dopo correzioni dei bias, ma evidenziano anche la presenza di bias e dipendenze stagionali della skill previsionale. Anche il commento IRI del maggio 2026 richiama cautela nel valutare outlook a lunga scadenza emessi vicino alla fine della barriera primaverile, pur riconoscendo un segnale modellistico eccezionalmente forte a favore dello sviluppo di El Niño.
Un ulteriore elemento da considerare è la natura stessa del CFSv2. Il modello è un sistema accoppiato atmosfera-oceano-terra-ghiaccio marino, reso operativo da NCEP nel 2011 e progettato per simulare l’evoluzione stagionale del sistema climatico attraverso l’interazione tra le diverse componenti fisiche. Il lavoro di Saha e colleghi sul CFSv2 descrive l’aggiornamento del sistema come un miglioramento esteso di componenti modellistiche e assimilative, con una reanalisi accoppiata e una serie di reforecast usati per valutare il comportamento climatico del modello. Questo significa che la Figura 4 non è una semplice estrapolazione statistica dell’anomalia Niño 3.4 osservata, ma il risultato di una simulazione dinamica accoppiata che integra condizioni iniziali oceaniche, atmosferiche e superficiali, restituendo una traiettoria plausibile dell’evoluzione ENSO.
Nel contesto delle figure precedenti, la Figura 4 rafforza in modo molto chiaro la diagnosi di una transizione verso El Niño. Le anomalie positive del livello del mare equatoriale suggerivano onde di Kelvin calde e aumento del contenuto di calore; la previsione probabilistica della pressione al livello del mare indicava una possibile riorganizzazione della Walker circulation; il grafico delle probabilità NOAA-CPC mostrava un forte aumento della probabilità di El Niño e delle categorie intense. La Figura 4 chiude il quadro fornendo la traiettoria modellistica dell’indice chiave: il Pacifico centrale, secondo CFSv2, dovrebbe passare rapidamente da valori prossimi alla neutralità o appena superiori alla soglia El Niño a un’anomalia ampiamente positiva durante l’autunno-inverno 2026-2027.
In conclusione, la Figura 4 indica che il CFSv2, nella versione corretta per distribuzione e dispersione dell’ensemble, prevede una forte crescita dell’indice relativo Niño 3.4 dalla fine della primavera 2026 fino al periodo OND-NDJ, con valori medi prossimi a +2 °C. Scientificamente, questo tipo di evoluzione è compatibile con una rapida maturazione di El Niño, sostenuta da un accumulo di calore oceanico, da una probabile propagazione di anomalie calde verso est e da un progressivo accoppiamento atmosferico. Tuttavia, la figura deve essere interpretata come una previsione probabilistica e dinamica, non come una certezza deterministica: l’effettiva intensità dell’evento dipenderà dalla persistenza dell’indebolimento degli alisei, dalla risposta convettiva del Pacifico centrale-orientale, dall’evoluzione della termoclina e dall’interazione con altri modi di variabilità tropicale. La fonte ufficiale del grafico resta il portale NOAA-CPC dei prodotti aggiuntivi CFSv2 SST forecasts, accessibile qui: https://www.cpc.ncep.noaa.gov/products/CFSv2/cfsv2fcst/CFSv2SST8210.html

Figura 5. Predizione CFSv2 delle anomalie relative di temperatura superficiale del mare nel Pacifico tropicale: struttura spaziale e maturazione prevista di un evento El Niño nel 2026-2027
La Figura 5 mostra la previsione stagionale delle anomalie relative della temperatura superficiale del mare nel Pacifico tropicale, elaborata dal modello accoppiato CFSv2 del NOAA/NCEP/CPC e inizializzata con condizioni comprese tra il 17 e il 26 maggio 2026. La fonte operativa del grafico è il portale NOAA-CPC Additional CFSv2 SST forecasts, dove sono disponibili i prodotti aggiuntivi di previsione SST del CFSv2, comprese le anomalie spaziali stagionali e le anomalie relative del Pacifico tropicale; per ritrovare il prodotto bisogna entrare nella sezione Three-month-mean spatial anomalies, variabile SST, voce Relative anomaly (Tropical Pacific). La pagina NOAA specifica che questi prodotti sono anomalie rispetto alla climatologia 1991-2020 e che le previsioni CFSv2 sono aggiornate operativamente.
Il valore scientifico della figura consiste nel fatto che essa non mostra soltanto l’evoluzione dell’indice Niño 3.4, ma la struttura spaziale completa del riscaldamento previsto nel Pacifico tropicale. Mentre un indice medio regionale consente di quantificare l’intensità di El Niño, una mappa longitudine-latitudine permette di capire dove si localizza il massimo riscaldamento, quanto esso sia esteso lungo l’equatore e se il segnale assuma una configurazione più tipica di un Eastern Pacific El Niño, con massimo riscaldamento verso il Pacifico orientale, oppure di un Central Pacific El Niño, con massimo più vicino alla linea del cambio di data. La letteratura recente ha mostrato che questa distinzione è fondamentale, perché eventi ENSO con intensità simile possono produrre teleconnessioni e impatti regionali molto diversi in funzione della posizione longitudinale delle anomalie SST e della risposta convettiva associata.
Già nel trimestre giugno-luglio-agosto 2026, il modello simula una fascia calda equatoriale continua che si estende dal Pacifico centrale verso il Pacifico orientale, con anomalie positive molto marcate lungo l’equatore e valori più intensi verso il settore centro-orientale e orientale. Questa configurazione è coerente con una fase di sviluppo di El Niño, nella quale l’indebolimento degli alisei e la propagazione verso est di anomalie calde subsuperficiali favoriscono l’approfondimento della termoclina nel Pacifico orientale. Quando la termoclina si approfondisce, l’upwelling equatoriale diventa meno efficiente nel riportare in superficie acque fredde, e la superficie oceanica può riscaldarsi ulteriormente, alimentando un feedback positivo tra oceano e atmosfera. È il meccanismo classico alla base del feedback di Bjerknes: riscaldamento del Pacifico centrale-orientale, indebolimento degli alisei, riduzione dell’upwelling e ulteriore riscaldamento superficiale.
La sequenza dei pannelli mostra poi una progressiva maturazione dell’evento. Nei trimestri JAS, ASO e SON 2026, la lingua calda equatoriale si consolida e tende a occupare una porzione sempre più ampia del Pacifico centro-orientale. Le tonalità rosse più intense indicano anomalie positive superiori a +2 °C e localmente prossime o superiori a +3 °C, segnale che, se confermato, sarebbe compatibile con un evento El Niño di intensità elevata. La persistenza spaziale del riscaldamento è importante quanto il suo valore assoluto: un’anomalia calda breve e localizzata può avere effetti atmosferici limitati, mentre una fascia calda ampia, duratura e ben centrata sull’equatore è più capace di modificare la convezione tropicale, la pressione al livello del mare e la circolazione di Walker.
Nel trimestre OND 2026 e successivamente in NDJ 2026-2027 e DJF 2026-2027, il modello mantiene un segnale caldo molto esteso nel Pacifico equatoriale centro-orientale. Questa persistenza è coerente con la stagionalità tipica di ENSO: gli eventi El Niño tendono spesso a raggiungere la massima maturazione tra l’autunno e l’inverno boreale, quando l’accoppiamento oceano-atmosfera nel Pacifico tropicale diventa più efficace. Il fatto che il CFSv2 mantenga anomalie positive intense fino a DJF suggerisce che il modello non stia simulando un semplice impulso caldo transitorio, ma una riorganizzazione stagionale del sistema tropicale.
Un aspetto particolarmente interessante è il contrasto tra il forte riscaldamento equatoriale centro-orientale e le anomalie relativamente fredde o meno calde nel Pacifico occidentale e in parte dell’area indo-pacifica. Questo gradiente è dinamicamente molto importante, perché la circolazione atmosferica tropicale non risponde soltanto alla temperatura assoluta dell’oceano, ma soprattutto ai contrasti spaziali di temperatura che regolano la posizione della convezione profonda. Quando il Pacifico centrale e orientale si riscalda in modo anomalo rispetto al Pacifico occidentale, la convezione tende a spostarsi verso est, gli alisei si indeboliscono e la Walker circulation può subire una forte attenuazione o traslazione longitudinale. Questo è il motivo per cui le anomalie “relative” sono particolarmente utili: esse aiutano a evidenziare il contrasto termico interno al Pacifico tropicale, cioè il segnale più direttamente legato alla risposta atmosferica.
Dal punto di vista modellistico, la figura va letta tenendo presente la natura del CFSv2. Il CFSv2 è un sistema climatico accoppiato atmosfera-oceano-terra-ghiaccio marino, reso operativo da NCEP nel 2011, sviluppato per integrare le condizioni iniziali del sistema climatico e produrre previsioni su scala stagionale. Lo studio di Saha e colleghi descrive il CFSv2 come un aggiornamento sostanziale rispetto alla generazione precedente, con miglioramenti nelle componenti modellistiche, nell’assimilazione dei dati e nei reforecast utilizzati per valutare la previsione stagionale. Tuttavia, lo stesso portale CPC ricorda che le anomalie stagionali CFSv2 non costituiscono da sole la previsione ufficiale NOAA, ma rappresentano uno degli elementi modellistici usati nel processo previsionale complessivo.
Questa cautela è essenziale perché il CFSv2, come ogni modello stagionale, possiede bias sistematici e incertezze dipendenti dalla stagione, dal lead time e dallo stato iniziale dell’oceano tropicale. Barnston e Tippett hanno mostrato che il CFSv2 presenta skill utile nella previsione dell’indice Niño 3.4, ma che la valutazione delle sue prestazioni richiede correzioni dei bias e attenzione alla cosiddetta ENSO predictability barrier, cioè la barriera primaverile della predicibilità. Nel caso della Figura 5, il segnale è comunque molto robusto dal punto di vista qualitativo, perché il riscaldamento previsto non è marginale né confinato: appare ampio, persistente e ben organizzato lungo l’equatore.
La figura si inserisce con coerenza nel quadro diagnostico costruito dalle immagini precedenti. La Figura 1 mostrava anomalie positive del livello del mare e quindi un aumento del contenuto di calore oceanico lungo il Pacifico equatoriale; la Figura 2 indicava una configurazione della pressione al livello del mare favorevole a una riorganizzazione della Walker circulation; la Figura 3 mostrava probabilità NOAA-CPC molto elevate di sviluppo di El Niño e una crescente possibilità di evento forte o molto forte; la Figura 4 evidenziava una traiettoria dell’indice relativo Niño 3.4 verso valori prossimi a +2 °C nel periodo di maturazione. La Figura 5 aggiunge il tassello spaziale decisivo: il riscaldamento previsto dal CFSv2 non riguarda soltanto una media regionale, ma assume la forma di una lingua calda equatoriale estesa dal Pacifico centrale fino al Pacifico orientale, con caratteristiche compatibili con un evento El Niño intenso e a forte impronta orientale.
In termini climatici globali, una simile configurazione può avere implicazioni rilevanti. Gli eventi El Niño intensi tendono a modificare la distribuzione della convezione tropicale, la posizione delle celle di Walker e Hadley, la generazione di onde planetarie e i pattern di precipitazione in molte regioni del pianeta. Timmermann e colleghi descrivono ENSO come la più forte fluttuazione climatica interannuale del sistema globale, capace di influenzare temperatura, precipitazioni, ecosistemi, agricoltura, rischi idrologici e circolazione atmosferica extratropicale. Tuttavia, la diversità degli eventi ENSO impone prudenza: non tutti gli El Niño forti producono gli stessi impatti, perché la risposta regionale dipende dalla posizione del massimo riscaldamento, dalla durata dell’evento, dall’interazione con la MJO, dall’IOD, dallo stato del Pacifico extratropicale e dalla configurazione della circolazione atmosferica di fondo.
In conclusione, la Figura 5 suggerisce che, secondo il CFSv2 inizializzato nella seconda metà di maggio 2026, il Pacifico tropicale potrebbe evolvere durante la seconda metà del 2026 verso un El Niño spazialmente esteso, persistente e potenzialmente intenso, caratterizzato da anomalie relative SST molto positive lungo il Pacifico equatoriale centro-orientale. Il segnale più importante non è soltanto l’intensità cromatica delle anomalie, ma la loro continuità longitudinale, la persistenza da JJA fino a DJF e il contrasto con il Pacifico occidentale, tutti elementi coerenti con un indebolimento della circolazione di Walker e con un accoppiamento oceano-atmosfera sempre più maturo. La fonte operativa del grafico è il portale NOAA-CPC Additional CFSv2 SST forecasts, nella sezione dedicata alle anomalie spaziali trimestrali della SST del Pacifico tropicale.

Figura 6. Previsione mensile C3S delle precipitazioni in Sud America per giugno e luglio 2026: segnale pluviometrico coerente con l’avvio di una fase El Niño nel Pacifico orientale
La Figura 6 mostra il pronostico mensile delle precipitazioni per il Sud America nei mesi di giugno e luglio 2026, prodotto dal sistema stagionale multi-modello del Copernicus Climate Change Service (C3S) e inizializzato a maggio 2026. La fonte operativa del grafico è il portale ufficiale ECMWF/Copernicus dedicato alle mappe stagionali C3S; il prodotto corrispondente è C3S multi-system precipitation 1-month, consultabile nella sezione dei grafici stagionali Copernicus. La pagina generale C3S spiega che le previsioni stagionali includono prodotti grafici e dati per un orizzonte di circa sei mesi, aggiornati mensilmente, con mappe e serie temporali relative a temperatura, circolazione atmosferica, SST e precipitazione. Il link alla fonte del grafico è il prodotto C3S multi-system precipitation 1-monthdel catalogo ECMWF Charts/C3S.
La figura è organizzata in tre livelli informativi. La prima riga rappresenta l’anomalia media di precipitazione, cioè la differenza prevista rispetto alla climatologia del modello: le tonalità verdi indicano precipitazioni superiori alla norma, mentre le tonalità gialle, arancioni e marroni indicano precipitazioni inferiori alla norma. La seconda riga mostra la probabilità che la precipitazione cada nel tercile inferiore, cioè nella categoria secca o deficitaria. La terza riga mostra invece la probabilità che la precipitazione cada nel tercile superiore, cioè nella categoria umida o eccedentaria. Questa distinzione è molto importante perché una previsione stagionale non deve essere interpretata come una previsione deterministica del tempo meteorologico giorno per giorno, ma come una stima probabilistica della tendenza climatica media. Lo stesso C3S sottolinea che le previsioni stagionali derivano da ensemble di simulazioni e forniscono probabilità che una stagione o un mese risultino più umidi, più secchi, più caldi o più freddi rispetto alla media, sfruttando segnali lenti del sistema climatico come ENSO, NAO e altri modi di variabilità.
Il segnale più evidente della Figura 6 è la previsione di precipitazioni superiori alla norma lungo il Pacifico equatoriale orientale, soprattutto al largo dell’Ecuador, della Colombia occidentale e del settore costiero nord-occidentale sudamericano. Questo appare chiaramente sia nelle mappe di anomalia media sia, in modo ancora più robusto, nelle mappe del tercile superiore: in giugno e luglio 2026 la fascia oceanica immediatamente a ovest dell’Ecuador mostra probabilità molto elevate di precipitazioni eccedenti, localmente superiori al 60-70%. Tale distribuzione è coerente con una fase iniziale di sviluppo di El Niño, perché il riscaldamento del Pacifico centro-orientale favorisce una maggiore evaporazione, una riduzione della stabilità atmosferica e una traslazione verso est della convezione tropicale. In condizioni El Niño, la regione che normalmente presenta subsidenza relativa e upwelling freddo lungo il Pacifico orientale può diventare più favorevole a moti ascendenti, nubi convettive e precipitazioni.
Questa interpretazione è pienamente coerente con la letteratura scientifica sugli impatti di ENSO in Sud America. La revisione di Cai, McPhaden, Grimm e colleghi su Nature Reviews Earth & Environment evidenzia che ENSO influenza il continente sudamericano attraverso processi legati al riscaldamento costiero, alla circolazione di Walker e ai treni d’onda atmosferici; gli impatti tipici di El Niño includono maggiore rischio di piogge e alluvioni lungo la costa occidentale di Ecuador e Perù, nonché in Colombia, mentre altre aree come l’Amazzonia e il nord-est del continente possono sperimentare condizioni più secche. La Figura 6 riproduce proprio questa impronta fisica: un’anomalia umida concentrata sul Pacifico orientale tropicale e un segnale secco più marcato tra Caraibi, Venezuela, Guyane, Atlantico tropicale occidentale e porzioni settentrionali del Sud America.
Le mappe centrali, dedicate alla probabilità di precipitazione nel tercile basso, mostrano infatti un’ampia area con probabilità elevate di deficit pluviometrico lungo la fascia caraibica e sull’estremo nord del Sud America. Le tonalità rosse e arancioni indicano che, in queste regioni, il sistema multi-modello assegna una probabilità superiore alla norma a condizioni più secche. Questo aspetto è dinamicamente coerente con una riorganizzazione della circolazione tropicale: quando la convezione tende a concentrarsi più a ovest del Sud America, sul Pacifico equatoriale orientale, altre aree tropicali possono sperimentare subsidenza compensativa, minore convergenza di umidità e riduzione della nuvolosità profonda. In pratica, l’aumento delle piogge oceaniche e costiere sul lato pacifico può essere accompagnato da una riduzione relativa della convezione su parte del settore caraibico e del nord continentale.
Il confronto tra giugno e luglio mostra una notevole persistenza del pattern. In entrambi i mesi il C3S suggerisce un nucleo umido sul Pacifico orientale equatoriale e un segnale secco più a nord, lungo la fascia caraibica e l’Atlantico tropicale. Questo è importante perché rafforza l’idea che il segnale non sia un semplice disturbo mensile isolato, ma una risposta stagionale organizzata al cambiamento dello stato del Pacifico tropicale. In altre parole, la Figura 6 sembra descrivere una fase in cui l’oceano e l’atmosfera iniziano a comportarsi in modo più coerente con El Niño: riscaldamento del Pacifico centro-orientale, maggiore probabilità di convezione in quella regione, pressione più bassa sul Pacifico orientale e maggiore probabilità di precipitazioni eccedenti in prossimità delle coste pacifiche tropicali.
La previsione va però letta con cautela, soprattutto sulle aree continentali interne. La precipitazione tropicale è una variabile molto più difficile da prevedere rispetto alla temperatura, perché dipende da processi convettivi, umidità disponibile, posizione della ZCIT, onde tropicali, MJO, circolazione locale, orografia andina e interazioni oceano-atmosfera su scale diverse. C3S ricorda che le previsioni stagionali hanno limiti importanti e che la loro affidabilità diminuisce con l’aumentare della distanza temporale dalle condizioni iniziali; inoltre, i risultati devono essere considerati come probabilità, non come certezze operative. Questo significa che le mappe non prevedono necessariamente piogge intense in ogni località costiera, ma indicano un aumento del rischio climatico di condizioni più umide rispetto alla norma in alcune aree e più secche in altre.
Nel contesto delle figure precedenti, la Figura 6 rappresenta il tassello idroclimatico della possibile transizione verso El Niño. Le anomalie positive del livello del mare mostravano una ricarica del contenuto di calore equatoriale; la previsione della pressione al livello del mare suggeriva una Walker circulation in fase di riorganizzazione; le probabilità NOAA-CPC indicavano un’elevata possibilità di sviluppo di El Niño; le mappe CFSv2 mostravano un riscaldamento esteso del Pacifico centro-orientale. La Figura 6 traduce questo quadro oceanico-atmosferico in termini di precipitazione: l’area più direttamente esposta alla nuova convezione tropicale è il Pacifico equatoriale orientale, mentre il settore caraibico e parte del nord sudamericano mostrano un segnale più secco.
In conclusione, la Figura 6 indica che, secondo il multi-modello stagionale C3S inizializzato a maggio 2026, i mesi di giugno e luglio 2026 potrebbero essere caratterizzati da un aumento della probabilità di precipitazioni superiori alla norma sul Pacifico orientale tropicale e nelle aree prossime alla costa pacifica nord-occidentale del Sud America, mentre il settore caraibico, il Venezuela, le Guyane e parte del nord continentale mostrano una maggiore probabilità di deficit pluviometrico. Scientificamente, questa distribuzione è coerente con una fase di avvio e progressivo accoppiamento di El Niño, nella quale il riscaldamento del Pacifico centro-orientale sposta verso est la convezione tropicale e modifica la circolazione atmosferica regionale. La fonte del grafico è il portale C3S seasonal forecasts / ECMWF Charts, prodotto C3S multi-system precipitation 1-month.

Figura 7. Previsione probabilistica IRI delle precipitazioni in Sud America per JJA e JAS 2026: dipolo pluviometrico tropicale e risposta continentale alla rapida transizione verso El Niño
La Figura 7 mostra il pronostico stagionale probabilistico delle precipitazioni in Sud America elaborato dall’International Research Institute for Climate and Society della Columbia University, emesso nel maggio 2026 e riferito ai trimestri mobili giugno-luglio-agosto 2026 e luglio-agosto-settembre 2026. La fonte del grafico può essere consultata nella pagina ufficiale IRI Seasonal Climate Forecasts; per ritrovare una mappa analoga occorre selezionare la variabile Precip, la regione South America, l’anno di emissione 2026, il mese di emissione May e i lead corrispondenti ai trimestri JJA e JAS. L’IRI specifica che, dal 2017, il suo prodotto probabilistico stagionale si basa su una ricalibrazione degli output del North American Multi-Model Ensemble, con previsioni presentate su griglia di 1° di latitudine-longitudine e periodo climatologico di riferimento 1991-2020.
La figura non va interpretata come una previsione deterministica dei millimetri di pioggia attesi, ma come una rappresentazione della categoria pluviometrica più probabile rispetto alla climatologia. Le tonalità giallo-marroni indicano una maggiore probabilità che la precipitazione cada nel tercile sotto la norma, le tonalità verdi e blu indicano una maggiore probabilità che cada nel tercile sopra la norma, mentre il bianco segnala aree in cui le tre categorie risultano pressoché equiprobabili, cioè senza un segnale previsionale dominante. L’IRI chiarisce proprio che le mappe mostrano la probabilità della categoria tercilica più probabile, mentre il bianco indica punti di griglia nei quali le tre categorie hanno probabilità simili e il grigio segnala la dominanza della categoria vicino alla norma.
Il primo elemento che emerge è la presenza di un segnale secco molto marcato sul Nord del Sud America, comprendente ampie porzioni di Colombia settentrionale, Venezuela, Guyane, bacino caraibico e margini settentrionali del continente. In entrambe le stagioni, JJA e JAS 2026, questa fascia presenta probabilità elevate di precipitazioni inferiori alla norma, localmente superiori al 60-70%. Questo segnale è coerente con il quadro diagnostico di un Pacifico tropicale in rapida transizione verso El Niño, perché il riscaldamento del Pacifico equatoriale centrale-orientale tende a riorganizzare la convezione tropicale e a modificare la circolazione di Walker. Nel maggio 2026, la NOAA-CPC indicava infatti che El Niño era probabilmente prossimo all’emergere, con una probabilità dell’82% nel trimestre maggio-luglio 2026 e del 96% di persistenza durante dicembre 2026-febbraio 2027.
Il segnale asciutto sul Nord del continente trova ulteriore conferma nella previsione stagionale globale della WMO per JJA 2026, nella quale viene descritto un quadro di risposta atmosferica classica a un Pacifico tropicale in rapido riscaldamento. La WMO afferma che il forcing del Pacifico tropicale in intensificazione genera in Sud America un dipolo pluviometrico, con maggiore probabilità di precipitazioni inferiori alla norma sul Nord del continente e sul Nordeste brasiliano. La Figura 7 dell’IRI appare dunque in linea con questo segnale: la fascia settentrionale sudamericana è collocata sul lato secco della risposta ENSO, probabilmente associata a subsidenza anomala, minore convergenza di umidità e spostamento dei principali nuclei convettivi verso il Pacifico equatoriale centrale-orientale.
La letteratura scientifica sostiene questa interpretazione. La revisione di Cai, McPhaden, Grimm e colleghi su Nature Reviews Earth & Environment sottolinea che El Niño è spesso accompagnato da siccità sull’Amazzonia e sul Nord-Est del Sud America, mentre può favorire condizioni più umide lungo la costa tropicale occidentale e nel Sud-Est del continente. Lo stesso lavoro evidenzia però che gli impatti di ENSO sul Sud America sono fortemente regionalizzati e dipendono dalla diversità degli eventi, dall’interazione con altri bacini oceanici e dalla configurazione atmosferica di fondo. Questo punto è fondamentale: la Figura 7 non descrive un effetto uniforme di El Niño su tutto il continente, ma un mosaico regionale di segnali probabilistici.
Accanto al segnale secco settentrionale, la figura mostra aree con maggiore probabilità di precipitazioni sopra la norma nel settore centro-meridionale del continente, specialmente tra Bolivia, Brasile centro-occidentale, Paraguay settentrionale, Argentina settentrionale e porzioni del Sud America subtropicale. Il segnale non è ovunque continuo, ma appare coerente con la tendenza degli eventi El Niño a favorire, in alcune stagioni, una maggiore attività pluviometrica nel Sud-Est del Sud America. La NOAA ricorda che durante gli episodi caldi ENSO la normale distribuzione tropicale delle precipitazioni viene perturbata e che, nelle fasi calde, condizioni più umide della norma sono spesso osservate lungo la costa occidentale tropicale del Sud America e, a latitudini subtropicali, tra Brasile meridionale e Argentina centrale.
Questo contrasto tra Nord più secco e aree centro-meridionali più umide è interpretabile come espressione della riorganizzazione della circolazione atmosferica a grande scala. Durante El Niño, il riscaldamento del Pacifico equatoriale modifica la posizione della convezione profonda tropicale, altera la propagazione delle onde di Rossby e può modulare il getto subtropicale sudamericano. Studi recenti sulla diversità degli eventi El Niño mostrano che gli episodi di tipo Eastern Pacific tendono a produrre segnali pluviometrici più classici e più intensi sul Sud-Est del Sud America, mentre gli eventi più centrati sul Pacifico centrale possono generare risposte differenti o più deboli. Nel contesto delle figure precedenti, in cui le anomalie SST previste dal CFSv2 apparivano estese verso il Pacifico centro-orientale, questo elemento rafforza la plausibilità di una risposta pluviometrica continentale ben organizzata.
È interessante anche osservare la persistenza del pattern tra JJA e JAS 2026. Nel passaggio dal primo al secondo trimestre, il segnale secco sul Nord del Sud America rimane evidente, mentre le aree di probabilità più alta per precipitazioni sopra la norma nel settore centro-meridionale tendono a mantenersi, pur con variazioni spaziali. Questa continuità suggerisce che il sistema IRI non stia rappresentando un’anomalia episodica, ma una tendenza stagionale legata a forzanti climatiche lente, in primo luogo ENSO. Tuttavia, le mappe probabilistiche non indicano che ogni località all’interno delle aree colorate sperimenterà necessariamente siccità o piogge abbondanti; indicano piuttosto che, sull’insieme della stagione, quella categoria pluviometrica risulta più probabile rispetto alle altre.
La Figura 7 va quindi letta come un prodotto di previsione climatica stagionale, non come una previsione meteorologica. La precipitazione è una delle variabili più difficili da prevedere su scala stagionale, perché dipende da convezione, orografia, umidità disponibile, posizione della ZCIT, onde tropicali, MJO, temperature dell’Atlantico tropicale e interazioni locali atmosfera-superficie. Per questo motivo, l’IRI stesso presenta il proprio prodotto come una previsione probabilistica di ricerca e invita a consultare i servizi meteorologici nazionali per le previsioni ufficiali operative nei singoli Paesi.
Nel quadro complessivo delle figure precedenti, la Figura 7 rappresenta la traduzione continentale del segnale oceanico-atmosferico associato alla transizione verso El Niño. Le anomalie positive del livello del mare nel Pacifico equatoriale indicavano un aumento del contenuto di calore e il passaggio di onde di Kelvin calde; le previsioni di pressione al livello del mare mostravano una configurazione coerente con l’indebolimento della Walker circulation; le probabilità NOAA-CPC indicavano una rapida crescita della probabilità di El Niño; le mappe CFSv2 mostravano una fascia calda estesa nel Pacifico centro-orientale. La Figura 7 aggiunge il risultato idroclimatico: maggiore probabilità di deficit pluviometrico sul Nord del Sud America e maggiore probabilità di precipitazioni eccedenti su porzioni del settore centro-meridionale.
In conclusione, la Figura 7 suggerisce che, secondo il sistema probabilistico multimodello dell’IRI inizializzato nel maggio 2026, i trimestri giugno-agosto e luglio-settembre 2026 potrebbero essere caratterizzati da una marcata probabilità di condizioni più secche della norma sul Nord del Sud America, comprese aree caraibiche, venezuelane e delle Guyane, mentre parti del Brasile centro-meridionale, della Bolivia, del Paraguay e dell’Argentina settentrionale mostrano una maggiore probabilità di precipitazioni superiori alla norma. Scientificamente, questo assetto è coerente con una risposta atmosferica a un El Niño in sviluppo, ma deve essere interpretato in termini probabilistici e integrato con altri indicatori regionali, in particolare SST del Pacifico e dell’Atlantico tropicale, posizione della ZCIT, anomalie di vento, umidità integrata e convezione tropicale. La fonte del grafico è la pagina ufficiale IRI Seasonal Climate Forecasts della Columbia University.
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