Le temperature medie globali dell’anno appena terminato, secondo quanto risulta dai dati grezzi della NCEP/NOAA, si collocano al quarto posto nella speciale classifica guidata dal 2016, superando ancora+1.2°C rispetto al trentennio 1881-1910. E in Italia? Anche da noi la musica è la stessa: quarto posto, ma con un’anomalia quasi doppia. Inoltre, con questo anno si conclude un altro trentennio, il 1991-2020, che quindi da oggi potrà costituire il riferimento più recente per le medie climatiche. Considerando le anomalie riferite ai valori iniziali del secolo scorso, il valore del 2020 supera ancora abbondantemente la soglia di +1°C. L’aspetto più preoccupante è che gran parte di questo aumento si è verificato a partire dal 1980.

 

È terminato un altro anno, e con esso anche un decennio e un trentennio. Come ormai è abitudine, vediamo come si è comportato a livello globale e nazionale dal punto di vista delle temperature. In effetti, dopo la primavera scorsa, c’era qualche aspettativa di un rallentamento del riscaldamento globale, grazie all’avvio di una fase relativamente intensa di La Niña (Fig. 1). Ricordiamo, infatti, che il rimescolamento tra le acque superficiali e quelle profonde nel Pacifico tropicale è molto rallentato durante gli episodi di El Niño e questo favorisce valori di anomalia di temperatura molto positivi su una vasta porzione di oceano, che si ripercuote sulla media globale (si vedano anche i nostri articoli al riguardo, qui e qui). Per avere un’idea di quanto possano influire le fasi del ciclo ENSO, è possibile consultare questa FAQ della NOAA dalla quale emerge che, in media, negli ultimi decenni, la differenza tra le anomalie medie globali in condizioni di El Niño e La Niña ammonta a circa 0,3 °C e risulta, pertanto, rilevante quando si vanno ad esaminare gli andamenti delle temperature.

Fig. 1 – andamento dell’indice ENSO (El Niño – Southern Oscillation) nel decennio 2011-2020. Fonte: weather.plus.

Per dare uno sguardo ai valori dell’anno appena terminato, ci siamo avvalsi del database della NCEP (National Centers for Environmental Prediction) della NOAA, che mette a disposizione quasi in tempo reale i dati archiviati in forma grezza nel proprio database. I lettori più attenti potranno notare, confrontando le tabelle da un anno all’altro, alcune piccole variazioni (di norma, dell’ordine di 0,01 o 0,02 °C, in più o in meno), e queste sono proprio dovute al fatto che, in seguito, i dati vengono validati ed eventualmente corretti.

L’anomalia del 2020, a scala globale, è risultata lievemente inferiore (–0,10 °C) a quella dell’anno scorso, caratterizzato per dieci mesi da valori ENSO positivi, e si è attestata a +0,46 °C (Tab. 1, terza colonna), al quarto posto nella speciale classifica degli anni più caldi, guidata dal 2016.

Cambiamenti rispetto al periodo 1880-1910

In questo post useremo due diversi trentenni di riferimento: in tutte le mappe e in alcune tabelle ci riferiremo al trentennio più recente, 1981-2010, mentre per le considerazioni relative alle differenze rispetto al periodo preindustriale ci riferiremo al trentennio storico 1881-1910, di un secolo più antico e il primo disponibile a scala globale e assimilabile ai valori dell’epoca preindustriale. Nella tabella 1 (seconda colonna) abbiamo quindi aggiunto ai dati NCEP il valore di 0,70 °C dato dalla differenza tra il trentennio storico (1881-1910) e quello più recente (1981-2010) nel database NOAA. Si nota come, pur considerando le approssimazioni inevitabili derivanti dall’uso di database diversi, questi valori consolidano il superamento della soglia di +1 °C consecutivamente sin dal 2013, e riducono ancora di più la differenza dai valori definiti come “da non superare” negli accordi di Parigi (2 °C, o ancora meglio 1,5 °C). Si noti che, usando come riferimento i dati GISS e HadCRUT (si veda il post di due anni fa), si otterrebbe per il 2020 una forchetta di valori compresa nell’intervallo 1,02-1,14 °C, quindi compatibile col dato NOAA.

Tab. 1 – valori dell’anomalia di temperatura media annua, globale, riferiti al trentennio 1881-1910 (colonna 2) e 1981-2010 (colonna 3) e su un “rettangolo” di globo terrestre che include l’Italia (colonna 4), espressi in °C. Fonte dei dati: NCEP

Distribuzione geografica delle anomalie

La distribuzione di queste anomalie (Fig. 2) mostra, come ormai succede praticamente tutti gli anni da quasi un trentennio, che l’anomalia positiva più vistosa (oltre 5 °C) è presente tra la Siberia ed il mar glaciale Artico che ne bagna le coste, e comunque rimane sensibilmente alta su quasi tutta la zona del polo Nord. Un’anomalia positiva è presente anche dall’altra parte del globo, su quasi tutto il continente antartico, con un picco di oltre 4 °C, ed anche questa sta diventando ormai una costante. È anche per questo motivo che ormai diventano sempre più frequenti i distacchi di enormi iceberg dalle piattaforme antartiche, che poi vagano negli oceani meridionali fondendo lentamente e talora creando delle vere e proprie minacce ecologiche (è di questi giorni la notizia che l’iceberg A68d, un pezzo della piattaforma Larsen C da essa separatosi nel 2017, grosso circa 142 km2, quindi poco meno della superficie del Liechtenstein (circa 160 km2), è a poche decine di km dalla Georgia del Sud, un’isola situata nell’Oceano atlantico meridionale, e potrebbe minacciare seriamente le colonie di pinguini che la abitano).

Tornando alle anomalie, sulla maggior parte della terraferma sono positive, in genere limitate ai 2 °C, salvo che tra Russia e Scandinavia, dove sfiorano i 3 °C. Le poche anomalie negative su terraferma si riscontrano su Alaska e Canada occidentale, nell’estrema America meridionale, tra Niger e Nigeria, tra India, Cina sudoccidentale e Pakistan, incluso l’altopiano tibetano (dove si osserva il valore più negativo, che sfiora i -2 °C), e in pochi tratti della costa antartica.

Gli oceani invece mostrano un andamento più variegato: l’Atlantico ha anomalie termiche negative a nord e a sud e una positiva ai tropici, mentre il Pacifico ha anomalie positive a nord e sud e una negativa ai tropici, nei pressi del sud America, dovuta proprio alla fase relativamente intensa di La Niña di cui si è parlato in precedenza. L’oceano Indiano mostra una preponderanza di anomalie positive, mentre la corrente circumantartica rivela anomalie negative quasi ovunque, tranne che intorno alla penisola antartica.

Fig. 2: anomalie termiche dell’anno 2020 a scala globale (in °C) riferite al periodo 1981-2010. Fonte dei dati: NCEP

Anomalie mensili

Se andiamo a rifare i conti su scala mensile, sempre a scala globale, troviamo piccole variazioni tra mese e mese (Tab. 2), con valori compresi tra i 0,24 °C di dicembre e i 0,63 °C di febbraio, e un trimestre invernale con anomalia paragonabile a quella dei primi tre mesi dell’anno. Il 2020 è quindi stato, a livello globale, abbastanza omogeneo, mostrando comunque sempre anomalie positive di temperatura rispetto al trentennio di riferimento, pur facendo intravvedere una generale tendenza alla riduzione dei valori di anomalia, come detto correlata all’episodio relativamente intenso di La Niña precedentemente commentato. In particolare, vale la pena confrontare l’anomalia di dicembre 2020 (+0,24 °C) con quella più accentuata del dicembre 2019 (+0,67 °C – vedi qui) per avere un’ulteriore conferma del ruolo del ciclo ENSO.

Tab. 2 – valori dell’anomalia di temperatura media mensile, globale (colonna 2) e su un “rettangolo” di globo terrestre che include l’Italia (colonna 3), espressa in °C e riferita al trentennio 1981-2010. Fonte dei dati: NCEP

Vediamo quindi come si è distribuita l’anomalia termica nei due mesi estremi, cioè febbraio e dicembre. A febbraio notiamo (Fig. 3) come il segnale sia guidato dai valori altissimi registrati in Eurasia, con gran parte dei territori a nord del 45° parallelo sotto anomalie di oltre 4 °C e un valore di picco di oltre 14 °C in Siberia (e non è un caso che, per il secondo anno consecutivo, si siano sviluppati incendi molto estesi proprio in Siberia – si veda ad esempio quiquiqui e qui – nazione proverbialmente associata più al freddo che non al caldo torrido). Anche la penisola antartica e l’area prospiciente mostrano un’anomalia di oltre 4 °C, mentre nel resto del mondo e sugli oceani i valori sono più modesti e superano raramente i 2 °C, in positivo (Cina meridionale e sudest asiatico) o negativo (Canada, stretto di Bering, Nigeria), con una preponderanza di anomalie positive.

Fig. 3: anomalie termiche a febbraio 2020 a scala globale (in °C) riferite al periodo 1981-2010. Fonte dei dati: NCEP

A dicembre (Fig. 4), invece, i valori estremi sono i nuclei positivi tra Canada e Groenlandia (4 °C) e in Siberia (picco di oltre 10 °C) e l’ampia zona ad anomalia molto negativa tra la Russia meridionale e la Cina meridionale (punte di -8 °C), mentre nelle altre zone in ogni continente ed oceano coesistono anomalie di segno opposto, anche se – globalmente – le positive prevalgono. Tra le altre, spicca l’anomalia largamente positiva tra USA settentrionali e Canada occidentale (picco di oltre 4 °C) e una di poco inferiore sull’Africa centrale. L’estremo sud America e l’Australia centrale presentano invece valori inferiori a -2 °C, e in Antartide c’è un minimo di -4 °C. Proprio in relazione all’Australia, al momento si evidenziano anomalie termiche prevalentemente negative, a differenza di quanto capitato l’anno scorso, per cui vi è la speranza che non si ripetano le situazioni di incendi fuori controllo.

In particolare, risultano interessanti alcune anomalie presenti sugli oceani. Nel nord Atlantico notiamo un’area con anomalia termica debolmente negativa a sud di Groenlandia e Islanda, ed una positiva verso le coste canadesi-americane, mentre sul Pacifico notiamo un’anomalia termica positiva a nord ed una negativa ai tropici, verso le coste orientali del centro e sud America. L’anomalia nordatlantica negativa, che ci interessa più da vicino, si correla bene con una situazione di NAO positiva (si veda qui per gli effetti di questo indice sul tempo in Europa), quale quella verificatasi lo scorso novembre (si veda qui). Questa analisi mostra come, in occasione delle più intense ondate di calore estive in Europa (2019, 2015, 2003, 1994 e 1983), si sia originata una situazione di blocco della circolazione tipica di una situazione di NAO negativa (promontorio sul bacino Atlantico), e siccome la tendenza per gennaio è che la NAO ritorni negativa (si veda qui), si potrebbero creare i presupposti potenziali per altre ondate di calore in Europa l’anno prossimo. Con considerazioni analoghe, lo stesso articolo spiega perché le attuali condizioni di La Niña potrebbero potenzialmente portare future ondate di freddo sugli Stati Uniti occidentali. Malgrado questo tipo di previsioni a lunga scadenza non possano ancora ritenersi affidabili, forniscono comunque un chiaro esempio di quanto complesso sia il sistema meteoclimatico terrestre, e di come non sia affatto detto che il riscaldamento globale a cui stiamo assistendo comporti soltanto il verificarsi di periodi caldi.

Fig. 4: anomalie termiche a dicembre 2020 a scala globale (in °C) riferite al periodo 1981-2010. Fonte dei dati: NCEP

In Italia

Vediamo ora la situazione sul nostro paese, l’Italia. A questo proposito, ricordiamo che le considerazioni si riferiscono ad un rettangolo di cinque punti in longitudine e sei in latitudine, comprendente punti griglia equispaziati di 2,5° in latitudine e longitudine (2,5° alle nostre latitudini corrispondono a 250 km circa). Pertanto, i valori comprendono anche una parte di territorio estero limitrofo e di mare, anche se nel seguito parleremo comunque – per semplicità – di Italia, e quindi potrebbero risultare lievemente diversi da quelli calcolati limitatamente a misure su terraferma (es. quelle di ISAC-CNR); inoltre, data la bassa risoluzione, non si possono rilevare anomalie a scala molto piccola.

Il 2020 è risultato anche in questo caso il quarto anno della serie (Tab. 1), dopo il 2019, il 2018, e il 2015 (dal quale dista solo di tre centesimi di grado), ma l’anomalia è di 0,85 °C, quindi quasi doppia rispetto a quella globale, il che conferma ancora una volta come il bacino del Mediterraneo e l’area alpina siano veramente degli hot spot climatici (in tutti i sensi), visto che le anomalie sono generalmente superiori che in altre zone del mondo. In realtà, nel 2020 l’intera Europa ha mostrato soltanto anomalie positive (Fig. 5), e l’Italia ha visto anomalie superiori a 1 °C nelle regioni centrali e inferiori altrove.

Fig. 5: anomalie termiche nel 2020 sull’Europa (in °C) riferite al periodo 1981-2010. Fonte dei dati: NCEP

A livello mensile, anche da noi è stato febbraio il mese più caldo, con un’anomalia di ben 2,22 °C, mentre il mese più freddo è stato ottobre, l’unico con un’anomalia negativa (-0,53 °C). Nel caso di febbraio (fig. 6), l’intera Europa si è trovata con anomalie molto alte, con i valori maggiori (oltre 6 °C) al centro, tra Russia e repubbliche Baltiche. Il nostro Paese ha fatto registrare le anomalie massime al nord (tra 3 e 4 °C) e valori decrescenti spostandosi verso l’estremo sud (dove l’anomalia è stata inferiore a 1 °C).

Fig. 6: anomalie termiche nel febbraio 2020 sull’Europa (in °C) riferite al periodo 1981-2010. Fonte dei dati: NCEP

A ottobre, invece, l’Europa occidentale si è trovata divisa in due. A nord ed a est anomalie molto positive, culminanti negli oltre 5 °C in Ucraina. A sudovest, inclusa l’Italia, invece, si sono registrati valori di anomalia negativi, e da noi il nord Italia è stata l’area più anomala, con valori inferiori a –1 °C (Fig. 7), mentre l’estremo sud ha fatto rilevare anomalie quasi nulle.

Nell’analisi dei valori di anomalia media mensile sull’Italia, si nota come il mese di giugno abbia fatto registrare un valore di 0,03 °C: praticamente si è trattato di un mese le cui temperature sono risultate quasi perfettamente in media con il trentennio di riferimento 1981-2010. In realtà, il mese è risultato tale grazie a due andamenti di tipo opposto: una prima metà con valori termici sotto media e una seconda metà con valori sopra le medie. Inoltre, dopo i primi cinque mesi dell’anno caratterizzati da precipitazioni molto inferiori alla norma, giugno ha fatto rilevare precipitazioni molto abbondanti e superiori alle medie, soprattutto a nord, dove l’anomalia precipitativa in molti casi ha raggiunto il 60% (qui ulteriori dettagli).

Fig. 7: anomalie termiche nell’ottobre 2020 sull’Europa (in °C) riferite al periodo 1981-2010. Fonte dei dati: NCEP

Ogni decennio sempre più caldo

Infine, torniamo sulla prima frase del post. L’inizio del 2021 rende disponibile, per le future analisi climatiche, il trentennio 1991-2020. Con un clima che continua a cambiare, adottare un riferimento il più vicino possibile diventa importante al fine di non renderlo obsoleto. Vediamo quindi come sono variate le medie trentennali nel tempo (Tab. 3), usando sempre i dati NCEP, disponibili dal 1948.

Tab. 3 – valori della temperatura media globale (colonna 2) relativi al trentennio specificato in prima colonna, e differenza rispetto al periodo precedente (colonna 3); tutti i valori sono espressi in °C. Fonte dei dati: NCEP

Si nota chiaramente la progressione verso il riscaldamento, che prosegue senza sosta. In particolare, il trentennio appena trascorso, secondo questo dataset, è risultato di 0,45 °C più caldo rispetto al trentennio 1961-90, usato per lungo tempo (qualche volta ancora oggi) come riferimento climatico del cosiddetto “clima recente” (tuttavia, come si vede, il clima attuale è decisamente più caldo di quello che c’era allora). E a chi obbiettasse che, in fondo, 0,5 °C – la cosiddetta “febbre del pianeta” – non sono poi così tanti, ricorderemmo che, nell’era del Covid-19, anche solo 0,5 °C di febbre in più possono rappresentare la differenza tra il poter uscire di casa e il dover rimanere in quarantena (nel caso migliore).

Testo di Claudio Cassardo

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