K. Poinar¹, J. E. Box², B. E. Smith³, T. G. Askjaer⁴, T. L. Mote⁵, B. D. Loomis⁶, B. C. Medley⁶, K. D. Mankoff⁷˒⁸ e R. S. Fausto²
¹ University at Buffalo, Buffalo, NY, USA
² Geological Survey of Denmark and Greenland, Copenhagen, Danimarca
³ University of Washington, Seattle, WA, USA
⁴ Danish Meteorological Institute, Copenhagen, Danimarca
⁵ Department of Geography, University of Georgia, Athens, GA, USA
⁶ Goddard Space Flight Center, NASA, Greenbelt, MD, USA
⁷ Goddard Institute for Space Studies, NASA, New York, NY, USA
⁸ Autonomic Integra, New York, NY, USA
Quando guardo ai numeri del 2025 sulla calotta glaciale della Groenlandia, la prima tentazione sarebbe dire: “è andata un po’ meglio”. In effetti la perdita di massa, circa 129 miliardi di tonnellate di ghiaccio, è stata inferiore alla media degli ultimi vent’anni. Ma fermarsi lì sarebbe un errore. È un po’ come quando una persona perde meno sangue del solito dopo una ferita: non significa che stia bene, significa solo che sta continuando a perdere, magari un po’ più lentamente.
Quest’anno la Groenlandia ha beneficiato di più neve del normale e di una fusione meno intensa rispetto alla media recente. Questo ha aiutato a contenere le perdite, anche se i ghiacciai hanno comunque continuato a scaricare grandi quantità di ghiaccio in mare. Me lo immagino come un enorme serbatoio: dall’alto entra un po’ più d’acqua, ma dal rubinetto in fondo continua a uscire forte. Il livello scende comunque.
Quello che spesso si dimentica è che questa massa di ghiaccio che scompare non finisce nel nulla. Va negli oceani, contribuisce all’innalzamento del livello del mare, altera le correnti del Nord Atlantico e cambia perfino l’equilibrio dei nutrienti che alimentano le catene alimentari marine. Non è qualcosa di lontano o astratto: riguarda le coste, la pesca, il clima che sperimentiamo ogni giorno.
Per questo continuo a pensare che misurare con costanza il bilancio di massa della calotta groenlandese sia fondamentale. È come tenere sotto controllo la pressione a un paziente fragile: non basta una misura ogni tanto, serve continuità. Solo così possiamo capire davvero cosa sta succedendo ora e, soprattutto, prepararci a quello che verrà, dalle decisioni locali fino alle strategie globali di adattamento.
Calotta glaciale della Groenlandia: perché anche un “anno meno peggio” resta un segnale forte
La calotta della Groenlandia è uno di quei sistemi che, quando si muovono, non lo fanno in silenzio. In termini di potenziale, contiene abbastanza ghiaccio da spingere il livello medio globale del mare verso un aumento dell’ordine di circa sette metri se venisse perso interamente: un numero che non è uno slogan, ma una stima fisicamente fondata sulla geometria e sul volume del ghiaccio.
Il punto è che la perdita di ghiaccio non è “solo” un dato polare: si traduce in effetti concreti lungo le coste del mondo, perché più mare significa maggiore erosione, più intrusione salina nelle falde, più allagamenti da marea e mareggiate che arrivano dove prima non arrivavano, fino a casi di sommersione permanente delle aree più basse. E poi c’è la parte oceanografica: l’immissione di acqua dolce in Nord Atlantico è uno dei fattori che può interferire con la circolazione termoalina/AMOC, con scenari modellistici che includono anche un raffreddamento regionale sull’Europa settentrionale e cambiamenti della distribuzione del ghiaccio marino artico. Qui è importante essere chiari: non è una “certezza automatica”, ma un rischio fisicamente plausibile che la letteratura sta quantificando sempre meglio.
Dal punto di vista del bilancio di massa, la cosa più netta è la direzione: la Groenlandia perde ghiaccio in modo netto dalla fine degli anni ’90, e questa perdita è accelerata nei decenni successivi. Le ricostruzioni basate su osservazioni satellitari integrate (altimetria, gravimetria e metodi “mass budget”) mostrano bene sia l’ordine di grandezza delle perdite cumulate sia il fatto che i contributi arrivano da due canali principali: da un lato la riduzione della Surface Mass Balance (più fusione/deflusso e meno accumulo utile), dall’altro l’aumento dello sbilanciamento dinamico dei ghiacciai che scaricano più ghiaccio in mare. In pratica, la calotta “fa cassa” con la neve e “spende” con fusione e scarico glaciale; quando spende più di quanto incassa, il saldo diventa negativo, anno dopo anno.
Dentro questo quadro, il 2025 è interessante proprio perché non è l’anno “del recupero”, ma l’anno che ricorda quanto contino le combinazioni tra processi. Il bilancio di massa stimato per il 2025 è −129 ± 50 Gt, quindi una perdita inferiore alla media annua 2003–2024 (−219 ± 16 Gt), pur restando nel segno della perdita netta di lungo periodo. La ragione, in sintesi, è una coppia di fattori meteorologico-climatici: nevicate sopra media e fusione sotto mediarispetto al riferimento 1991–2020, che hanno “tamponato” il saldo nonostante uno scarico di ghiaccio sopra mediaverso l’oceano. È un esempio perfetto del perché ha senso distinguere sempre tra ciò che accade in superficie (accumulo e melt) e ciò che accade ai margini (dinamica e calving): puoi avere una stagione meno estrema in superficie e, allo stesso tempo, ghiacciai costieri che continuano a spingere forte verso il mare.
C’è anche un altro tassello spesso sottovalutato: l’acqua di fusione non trasporta solo “acqua”. Trasporta e mobilita nutrienti e particolato (ferro, silicio, fosforo, azoto e altro), con effetti potenziali sulla produttività marina, sulle reti trofiche e, a cascata, su pesca ed ecosistemi locali.
Per questo la misura routinaria e continua del bilancio di massa non è un esercizio accademico: è la base per capire cosa sta succedendo adesso e per dare solidità alle proiezioni. Oggi lo si fa integrando più linee osservative: dataset di scarico glaciale (metodo dei “flux gates”), stime operative aggiornate fino quasi al tempo reale del bilancio di massa, e osservazioni satellitari (ad esempio altimetria multi-sensore) che aiutano a ricostruire serie lunghe e coerenti. Se vuoi, posso prendere questo segmento e ampliarlo ancora con un passaggio dedicato (sempre senza sottosezioni) a come si separano SMB e discharge nelle stime (metodo mass budget vs gravimetria/altimetria) e a cosa significa, in pratica, quell’incertezza “±” nei numeri annuali.

Figura 1 – La storia della massa della Groenlandia, e perché il 2025 è “meno negativo” ma non cambia la direzione
Quando guardo la Figura 1, la leggo come un racconto in tre scene, tutte legate dalla stessa domanda: quanta massa sta perdendo la calotta groenlandese, in che modo, e dove si colloca l’ultimo anno rispetto alla memoria recente. Nel pannello a sinistra si vede la storia lunga: la linea blu (GRACE/GRACE-FO) e la verde (ICESat-2) scendono nel tempo con una coerenza impressionante, e non è un dettaglio da poco perché parliamo di due “strumenti” diversi che arrivano allo stesso punto. GRACE e GRACE-FO “pesano” la Groenlandia dallo spazio, misurando le variazioni del campo gravitazionale e traducendole in variazioni di massa; ICESat-2 invece misura come cambia l’altezza della superficie e, con passaggi fisici non banali, trasforma quel cambiamento di quota in cambiamento di massa. Sono approcci indipendenti, con correzioni e assunzioni diverse (ad esempio la risposta isostatica della litosfera, o la compattazione del firn, cioè quella neve vecchia che si trasforma lentamente in ghiaccio). Eppure qui raccontano la stessa cosa: da inizio anni 2000 in poi la traiettoria di fondo è verso il basso. C’è la “seghettatura” stagionale, certo, ma sopra quella seghettatura c’è una tendenza netta di lungo periodo. In letteratura questa perdita persistente è un risultato robusto: emerge sia dai metodi gravimetrici sia dai bilanci di massa ricostruiti con il cosiddetto mass-budget (accumulo superficiale meno scarico glaciale), ed è coerente con le sintesi tipo IMBIE e con lavori come Mouginot e colleghi o Mankoff e colleghi, che mostrano come dagli anni ’90/2000 la Groenlandia sia entrata in un regime di perdita quasi continua.
Il pannello centrale è quello che, secondo me, ti fa “sentire” davvero l’anno 2025. Qui non stai più guardando due decenni in un colpo solo: stai seguendo la stagione, dall’1 settembre al 31 agosto, cioè l’anno di bilancio di massa. Le linee sottili sono gli anni 2003–2024, la linea spessa evidenzia il 2025. Ed è qui che capisci subito una cosa semplice: quasi ogni anno la curva sale o resta stabile in autunno e in inverno, quando domina l’accumulo (nevicate, deposizione, consolidamento), e poi scivola giù tra tarda primavera ed estate, quando la fusione superficiale accelera, si forma acqua di melt, e una parte di quell’acqua scappa via come deflusso o alimenta processi che rendono la superficie più vulnerabile (ad esempio riducendo l’albedo quando il ghiaccio “sporco” o l’acqua libera assorbono più radiazione). Questa dinamica stagionale è un classico della glaciologia groenlandese: è la firma del fatto che il bilancio di massa è il risultato di due grandi famiglie di processi. Da una parte c’è la Surface Mass Balance, quindi “quello che entra e esce in superficie” (neve che si accumula, fusione, sublimazione, pioggia che può favorire melt, refreezing che può trattenere acqua nel firn). Dall’altra c’è la componente dinamica, cioè lo scarico dei ghiacciai verso l’oceano: il ghiaccio fluisce, accelera, fa calving, e quella massa se ne va comunque anche se sopra nevica. Sono due rubinetti diversi, e a volte si compensano solo in parte.
Nel 2025 la linea spessa blu di GRACE-FO scende, quindi la perdita c’è e rimane inequivocabile, ma la “caduta” estiva è meno brutale rispetto agli anni più estremi della serie. Non devo neppure ricordarmi i singoli anni: lo vedo dal fatto che molte linee sottili finiscono più in basso, con pendenze più aggressive nella fase di melt. Questo si sposa bene con l’interpretazione fisica che gli autori riportano: nel 2025 hanno contato nevicate sopra media e fusione sotto media (sempre rispetto al riferimento 1991–2020), mentre lo scarico glaciale è rimasto sopra media. Tradotto in parole povere: dall’alto è entrata più “benzina” sotto forma di accumulo, e in superficie il motore del melt ha girato un po’ meno forte; però ai margini i ghiacciai hanno continuato a spingere. È un equilibrio che può rendere un anno “meno negativo” senza trasformarlo in un anno positivo. E a me questa cosa piace sempre dirla così, perché chiarisce un equivoco comune: non basta una stagione più favorevole per invertire una tendenza pluridecennale se la dinamica di scarico e il clima di fondo restano quelli.
Il pannello a destra chiude il cerchio con una domanda che tutti, prima o poi, fanno: “Ok, ma il 2025 dove sta, dentro la variabilità?” L’istogramma mostra la distribuzione dei bilanci annuali dal 2003 al 2024, e il punto nero piazza il 2025 a circa −129 ± 50 Gt. È un numero che, se lo vuoi rendere concreto, puoi pensarlo così: una gigatonnellata è un miliardo di tonnellate; qui parliamo di oltre cento miliardi di tonnellate in un solo anno di bilancio, cioè un volume d’acqua dell’ordine di cento chilometri cubi. Non è “poco”, anche se non è tra i peggiori. Il dettaglio dell’“±” è importante perché ti ricorda che non stiamo facendo contabilità col bilancino da cucina: ogni tecnica ha una barra d’errore legata a rumore strumentale, correzioni geofisiche (come la GIA), campionamento temporale e assunzioni nella conversione quota-massa. Ma proprio perché il punto nero resta ben sotto lo zero anche considerando l’incertezza, il messaggio non cambia: il 2025 si colloca nella parte meno estrema delle perdite recenti, però resta una perdita netta. E quando lo metti accanto al pannello (a), la lettura diventa quasi inevitabile: la variabilità annua ti spiega perché alcuni anni “fanno meno danni” di altri, ma non sposta la freccia di lungo periodo. La Groenlandia continua a perdere massa, e lavori osservativi e di sintesi degli ultimi anni convergono su questo quadro: la combinazione tra riscaldamento atmosferico, processi di fusione e risposta dinamica dei ghiacciai costieri mantiene la calotta in disequilibrio, con effetti che non restano confinati al Polo ma si propagano verso il livello del mare, l’oceano e gli ecosistemi marini. Se dovessi dirla in modo molto umano: nel 2025 la Groenlandia ha “perso meno”, sì, ma non ha smesso di perdere. E la Figura 1 è lì proprio per farti vedere entrambe le cose, nello stesso colpo d’occhio.
Bilancio di massa della calotta groenlandese: come “entra” e “esce” il ghiaccio, e cosa ci dicono GRACE-FO e ICESat-2
Quando parlo di bilancio di massa della Groenlandia, io me lo immagino come un conto molto semplice, ma con movimenti enormi: da una parte i “versamenti”, dall’altra i “prelievi”. I versamenti sono soprattutto le nevicate, cioè l’accumulo che si deposita sulla calotta e, con il tempo, può trasformarsi in ghiaccio. I prelievi invece sono due: il deflusso legato alla fusione (runoff), quando l’acqua di melt scorre via e finisce in mare, e lo scarico dinamico dei ghiacciai (ice discharge), cioè il flusso di ghiaccio che si muove verso la costa, si frammenta in iceberg (calving) e/o fonde alle terminazioni marine. È un concetto che in glaciologia si usa da decenni, e gli studi più recenti lo hanno reso “misurabile” su scala nazionale grazie a osservazioni satellitari e modelli atmosferici: lavori come quelli di Mouginot e colleghi sullo scarico dei ghiacciai, o Mankoff e colleghi sul bilancio e sui flussi, stanno proprio lì, a mettere numeri solidi su questi rubinetti.
Qui, nella sottosezione che mi hai dato, la cosa importante è anche il “calendario”: l’anno di bilancio non coincide con l’anno solare, ma va dal 1° settembre al 31 agosto. Ha senso, perché così si prende l’intero ciclo stagionale completo: autunno-inverno con accumulo, primavera-estate con fusione. È un dettaglio tecnico che però cambia la lettura. Se io guardo un periodo che taglia fuori l’estate, rischio di illudermi che vada tutto bene solo perché in inverno è nevicato.
Ed è esattamente il punto quando entrano in gioco i due satelliti citati. GRACE-FO “pesa” la Groenlandia: non misura neve o ghiaccio direttamente, misura le variazioni del campo gravitazionale e da lì ricava quanta massa totale è stata guadagnata o persa. È un approccio potentissimo perché integra tutto, senza doversi chiedere ogni volta “questa perdita è melt o è calving?”. Naturalmente richiede correzioni geofisiche non banali (per esempio la risposta della crosta terrestre, la cosiddetta glacial isostatic adjustment), e infatti nelle serie GRACE l’incertezza non è un vezzo: è parte del risultato. Nel 2025 GRACE-FO stima un bilancio di massa di −129 ± 50 Gt. Quindi perdita netta, senza giri di parole. Però è una perdita meno negativa rispetto alla media annua 2003–2024, che nella stessa metrica è −219 ± 16 Gt. Io questo lo leggo così: nel 2025 la Groenlandia ha continuato a “pagare un conto” di ghiaccio, ma la rata è stata più bassa rispetto a quella che è diventata tipica negli ultimi vent’anni.
Poi c’è ICESat-2, che gioca una partita diversa. ICESat-2 misura come cambia nel tempo l’altezza della superficie della calotta, e poi quel cambiamento viene convertito in massa. Sembra lineare, ma in realtà è delicato, perché non tutta la variazione di quota è “ghiaccio che va via”: c’entra la compattazione del firn, cioè della neve che si addensa e si trasforma; c’entrano densità diverse tra neve fresca, firn e ghiaccio; c’entrano anche variazioni locali di accumulo che possono far salire la superficie senza che la calotta stia davvero “guadagnando ghiaccio stabile”. Per questo, negli studi di altimetria moderna, la parte di conversione fisica (densità e firn) è sempre centrale.
Nel tuo testo, ICESat-2 non riesce a coprire l’intero anno di bilancio 2025 e si ferma al 2 aprile 2025. Su quel periodo (1 settembre–2 aprile) stima −2 ± 56 Gt: praticamente vicino allo zero, con un’incertezza ampia. Ma qui io non mi faccio ingannare, perché manca la stagione che “spacca” davvero il bilancio, cioè l’estate. È come fare i conti di casa includendo solo i mesi in cui non accendi il condizionatore e poi stupirti che la bolletta sia bassa. Il testo infatti lo dice chiaramente: questo valore sottostima la perdita annua perché non include la melt season.
E infatti, quando confronti ICESat-2 con GRACE-FO sullo stesso intervallo, viene fuori uno scarto: ICESat-2 risulta 102 Gt più basso della misura GRACE-FO per quel periodo. Non è per forza “uno sbaglia e l’altro ha ragione”. È più spesso il segno che i metodi sono sensibili a cose diverse e che, su finestre temporali brevi, entrano in gioco dettagli tecnici (campionamento spaziale, conversione quota–massa, variabilità del firn, correzioni geofisiche) che possono far divergere le stime. È il motivo per cui, nelle grandi sintesi tipo IMBIE, si insiste sempre sull’uso combinato di gravimetria, altimetria e mass-budget: non per confondere, ma per controllarsi a vicenda e capire dove sta l’informazione robusta.
Un altro passaggio che per me è molto “parlante” è il confronto con gli anni recenti ICESat-2: il valore parziale 2024–25 (fino al 2 aprile) è leggermente sotto la media 1 settembre–2 aprile del 2020–23, che è +21 ± 40 Gt. Qui si vede bene quanto l’inverno, da solo, non basti a raccontare l’anno. Puoi avere un inizio stagione discreto, anche vicino allo zero o leggermente positivo, e poi perdere tantissimo in tre mesi estivi, perché la fusione accelera e il deflusso “scarica” fuori dal sistema. È la classica asimmetria groenlandese: l’accumulo è distribuito su molti mesi, la perdita spesso si concentra in una finestra più breve ma intensa.
Infine, il dato ICESat-2 sui bilanci completi 2020–24 chiude il quadro: una media annua di −134 ± 62 Gt e una tendenza di perdita anno su anno. Questo è coerente con ciò che la letteratura osservativa ripete da tempo con strumenti diversi: la Groenlandia è entrata in una fase di squilibrio in cui, mediamente, l’insieme di fusione/deflusso e scarico glaciale supera l’accumulo nevoso. A me interessa sempre sottolineare questo: il 2025 può essere “meno negativo” rispetto alla media recente, ma resta dentro un regime in cui lo zero è diventato difficile da raggiungere. E la forza di questa sottosezione sta proprio qui: non ti vende un singolo numero, ti spiega perché servono più occhi (GRACE-FO e ICESat-2) e perché, se voglio capire davvero la salute della calotta, devo guardare l’intero ciclo stagionale e non solo un pezzo comodo dell’anno.
Cosa ha “tenuto in piedi” il 2025: neve, albedo, fusione e scarico dei ghiacciai
Quando leggo questa sottosezione, io la vedo come un bilancio fatto di quattro leve che si tirano a vicenda: quanta neve entra, quanto ghiaccio fonde e scorre via, quanto la superficie riflette il Sole e quanto ghiaccio viene comunque “scaricato” in mare dai ghiacciai costieri. Sembra un discorso lineare, ma in realtà è un incastro. E nel 2025 l’incastro è stato particolare: meno perdita del solito, sì, però con un motore (lo scarico) che non ha affatto rallentato.
Parto dall’SMB, il bilancio di massa superficiale, perché è quello che più spesso ci inganna se lo guardiamo in modo “da calendario”. L’SMB è, in parole povere, quello che la calotta guadagna in superficie con neve (e pioggia che poi ricongela) meno quello che perde con fusione e deflusso, più i contributi minori come sublimazione ed evaporazione. Qui la letteratura è chiarissima da anni: la Groenlandia può avere inverni in cui accumula bene, ma poi l’estate decide il segno finale, perché la fusione e il runoff possono bruciare in poche settimane quello che hai “messo da parte” in mesi. È un punto ricorrente negli studi osservativi sul bilancio groenlandese e nelle sintesi tipo IMBIE: la variabilità interannuale spesso si gioca sul lato melt/runoff, mentre la tendenza di fondo risente del riscaldamento e dei feedback superficiali.
Nel 2025, le osservazioni delle stazioni (costiere e interne) raccontano una storia abbastanza netta: sulle coste le precipitazioni sono state spesso sopra la media 1991–2020, con un inverno davvero generoso soprattutto nel Nord-Est, mentre all’interno il segnale è più vicino alla media. E poi c’è l’estate, che di solito immaginiamo come “stagione secca e di melt”, e invece qui viene fuori che anche tra giugno e agosto le precipitazioni sono state sopra media. Alcune stazioni interne hanno visto nevicate notevoli in giugno. Questa cosa, a me, accende subito una lampadina: neve estiva vuol dire non solo “massa in ingresso”, ma anche una superficie più chiara.
Ed eccoci alla variabile che spesso sottovalutiamo, ma che in realtà è un regista silenzioso: l’albedo. Se vuoi un esempio terra-terra, io penso sempre a una maglietta bianca e una nera ad agosto. Stesso Sole, stesso momento, ma una scalda molto più dell’altra. Sul ghiaccio funziona allo stesso modo: più la superficie è brillante, più riflette radiazione e meno energia resta disponibile per fondere. La sottosezione dice che l’estensione complessiva della fusione è stata vicino alla media 1991–2020, però con un numero di giorni di fusione sopra media in molte zone. Non è una contraddizione: significa che in tanti posti si è fuso più spesso, ma senza arrivare a una fusione “dilagante” su aree enormi come negli anni peggiori. E qui torna utile l’idea della neve estiva: se tu “imbiancavi” la superficie nei momenti giusti, alzavi l’albedo e spegnevi un po’ il feedback di fusione, quello che negli studi viene spesso descritto come melt–albedo feedback (più fondi, più scurisci, più assorbi, più fondi ancora). All’inizio stagione (maggio–giugno) l’albedo era vicino o sotto media, quindi la calotta era più esposta. Poi le nevicate estive l’hanno rialzata sopra media, come se qualcuno avesse steso un lenzuolo bianco sopra zone che stavano iniziando a “scaldarsi”.
Il passaggio sul fumo degli incendi nordamericani, a fine agosto, è un altro dettaglio che per me vale oro perché collega Groenlandia e mondo reale in modo quasi immediato. Se particolato scuro si deposita sul ghiaccio, l’albedo può scendere e la fusione può accelerare: è un meccanismo che conosciamo bene anche grazie a studi su impurità, black carbon e polveri minerali. Il lavoro citato (Keegan et al. 2014) va esattamente in quella direzione: non serve coprire tutto di nero, basta sporcare un po’ la superficie nei momenti giusti per cambiare quanta energia assorbe. È una di quelle cose che, quando la racconti a voce, la gente capisce subito: prova a mettere un velo di cenere sulla neve e guarda quanto più in fretta cede.
Fin qui potresti pensare: “Ok, allora è stato un anno favorevole”. Ma la seconda metà del discorso ti riporta coi piedi per terra, perché entra in scena lo scarico glaciale. E qui io faccio sempre una distinzione molto netta: l’SMB è la contabilità della superficie, lo scarico è la meccanica dei ghiacciai. Anche se sopra nevica, i ghiacciai continuano a fluire verso il mare; e al confine con l’oceano il ghiaccio o si stacca in iceberg (calving) o fonde direttamente alle terminazioni marine. In un sistema in equilibrio, scarico e SMB si pareggiano. In Groenlandia no: lo scarico supera l’SMB da decenni, ed è uno dei motivi per cui il sistema resta strutturalmente in perdita. Il testo quantifica lo scarico 2025 (fino al 20 agosto) in circa 491 ± 17 Gt/anno, cioè sopra la media 1991–2020 (458 ± 27). Non parliamo quindi di un motore che rallenta. Parliamo di un motore che continua a girare forte.
E mi piace anche come viene stimato: con i “flux gates”, cioè sezioni di controllo attraverso cui misuri quanta massa di ghiaccio sta attraversando un certo “cancello” verso l’oceano. È un approccio consolidato nella glaciologia moderna, e in lavori come Mankoff et al. 2020 diventa uno strumento operativo per monitorare la componente dinamica in modo consistente, senza confonderla con quello che succede in superficie.
Alla fine, io la spiego così: nel 2025 la calotta ha perso meno massa del tipico recente perché la superficie è stata aiutata da più neve e da un’albedo che, nel cuore dell’estate, è rimasta più alta grazie a nuove nevicate. La fusione c’è stata e in molti posti anche più frequente, ma non ha dilagato come negli anni peggiori. Però sotto, nei “tendini” del sistema, i ghiacciai hanno continuato a scaricare verso il mare a ritmi sostenuti, addirittura sopra media. Quindi sì, 2025 “meno negativo”. Ma non è un cambio di regime. È una tregua parziale dentro una storia che, se guardi i numeri e i meccanismi fisici, resta orientata nella stessa direzione.

Figura 2 – Quanta neve è arrivata sulla calotta nel 2024/25, e perché conta più di quanto sembra
Quando osservo la Figura 2, la prima cosa che mi dico è: qui non stiamo guardando “la neve” in senso generico, ma stiamo guardando massa, cioè quanta acqua c’è dentro la neve che si è accumulata. L’asse verticale infatti è la snow water equivalent (SWE): è il modo più onesto per confrontare gli anni, perché non si fa ingannare troppo dall’altezza del manto (che cambia con densità, vento e compattazione). Ogni riquadro è una stazione PROMICE/GC-Net (HUM, TUN, NAE, EGP, NAU, DY2, CP1, NSE, SDL, SDM) e l’idea è semplice: la linea blu mostra come è cresciuto l’accumulo nel 2024/25, la linea nera è la media 1999–2020, e la fascia grigia è la variabilità tipica (±1 deviazione standard). In altre parole: “sei sopra o sotto la media?” e soprattutto “sei ancora dentro la variabilità normale o stai davvero facendo qualcosa di diverso?”.
Nel complesso, il messaggio che mi arriva è abbastanza netto: in molte stazioni l’inverno 2024/25 ha portato più accumulo del normale, e in alcuni casi la linea blu si appoggia o supera la parte alta della fascia grigia. Lo si vede bene in stazioni come NAU e SDM, dove l’accumulo continua a salire con decisione fino a fine primavera-inizio estate, e finisce più in alto della climatologia. Anche in HUM, CP1 e NSE la traiettoria del 24/25 tende a stare sopra la media o a recuperare in modo marcato dopo un avvio più tranquillo. Questo è coerente con ciò che la letteratura sottolinea da anni: l’accumulo groenlandese è fortemente controllato dal trasporto di umidità e dalla traiettoria delle tempeste, con un ruolo importante delle intrusioni di aria mite e umida (a volte in forma di “riversi” di umidità tipo atmospheric rivers) che, quando incontrano aria fredda e orografia, scaricano precipitazioni notevoli. Studi su reanalisi e modelli regionali (per esempio la linea di ricerca di Fettweis, van den Broeke, Lenaerts e colleghi) mostrano bene come la variabilità dell’accumulo non sia distribuita in modo uniforme: alcune zone “prendono” molto in certe configurazioni, altre restano più neutre.
E infatti la Figura 2 è interessante proprio perché non è un coro che canta all’unisono. In TUN e in parte in NAE, per esempio, la linea blu resta spesso sotto la media per mesi e poi prova a risalire solo più avanti. In altri riquadri la differenza rispetto al nero nasce con piccoli scarti costanti; altrove invece vedi salti più netti, quasi a gradini. Io li leggo come la firma di episodi specifici: una o due tempeste che “fanno il mese”, oppure una sequenza di eventi che, in poche settimane, sposta l’accumulo su un altro livello. In Groenlandia questo succede spesso, perché una singola fase di circolazione favorevole può convogliare umidità dal Nord Atlantico o dal Mare di Groenlandia verso un settore preciso della calotta, e lì il deposito nevoso può diventare davvero importante.
Un passaggio che collega bene figura e fisica del sistema è quello sulle nevicate di giugno in alcune stazioni interne. Se ci pensi, è un dettaglio che pesa più del suo numero. Una nevicata tardiva non è solo “massa in più”: è anche una mano di bianco stesa sulla superficie quando il Sole comincia a lavorare sul serio. E qui entra un meccanismo super concreto, descritto in moltissimi studi sul bilancio di massa groenlandese: l’effetto albedo. Neve fresca significa superficie più riflettente, quindi meno energia assorbita e spesso meno fusione, o almeno una fusione più lenta. Io la spiego sempre con un esempio banale: basta che tu spolveri di farina una superficie scura e già cambia quanto scalda sotto la luce. Sulla calotta è lo stesso principio, solo che le conseguenze si contano in gigatonnellate. È uno dei motivi per cui lavori sul melt–albedo feedback insistono sul fatto che non basta sapere “quanto caldo fa”: conta anche che faccia caldo su una superficie già scura e bagnata, oppure su una superficie appena rinfrescata da neve nuova.
Quindi, se metto insieme i pezzi, la Figura 2 mi racconta questo: il 2024/25 ha visto un accumulo spesso sopra media in più aree della calotta, con una variabilità spaziale molto marcata, e con segnali che in alcune stazioni sembrano robusti (non semplici oscillazioni dentro la fascia grigia). Questo aiuta a capire perché, nell’anno di bilancio successivo, la perdita complessiva possa risultare “meno negativa” rispetto alla media recente: più accumulo invernale e qualche episodio nevoso tardivo possono offrire un paracadute, sia in termini di massa sia in termini di protezione radiativa. Ma io non la leggerei mai come una “soluzione”. Perché lo sappiamo bene, e lo mostrano anche gli studi sul mass balance groenlandese: alla fine il saldo dipende dall’incastro tra accumulo, fusione e scarico glaciale. La Figura 2 ti fa vedere chiaramente che, almeno sul fronte dell’accumulo, nel 2024/25 la calotta ha incassato più del solito in diversi punti. Poi però arriva l’estate, e soprattutto continua la dinamica dei ghiacciai verso il mare. E lì, spesso, si decide davvero il segno finale.

Figura 3 – Dove e quando ha scaldato di più nel 2024/25, visto con gli “spicchi” delle stazioni
Quando guardo la Figura 3 mi piace perché non ti dà solo un numero medio, ma ti fa capire la stagione e il posto. E in Groenlandia questa differenza è tutto. La mappa mostra le stazioni costiere con dei piccoli “diagrammi a torta”: ogni spicchio rappresenta una stagione dell’anno di bilancio (autunno SON, inverno DJF, primavera MAM, estate JJA) e il colore ti dice di quanto la temperatura media stagionale si è discostata dal riferimento 1991–2020. Azzurro se è stata sotto media, beige se è stata vicino alla norma, arancione e rosso se è stata sopra media, con intensità crescente. Poi, quando ci sono dati completi per tutte e quattro le stagioni, compare anche un anello esterno: quello riassume l’anomalia dell’intero anno di bilancio 2024/25. Le stazioni interne PROMICE/GC-Net che compaiono in verde (HUM, TUN, EGP, NAE, NAU, DY2, CP1, NSE, SDL, SDM e la zona Summit) sono lì come riferimento geografico e per collegare questa figura alla neve della Figura 2: qui però la fotografia termica è costruita soprattutto sulle stazioni costiere, dove le serie sono più continue.
Il colpo d’occhio, almeno per me, è immediato: lungo molte coste dominano spicchi caldi, soprattutto in autunno, inverno e primavera. È un segnale coerente con ciò che la letteratura chiama da anni Arctic amplification, cioè il fatto che l’Artico si scalda più velocemente della media globale, con un contributo spesso molto marcato proprio nella stagione fredda e nelle “mezze stagioni” (Screen & Simmonds; Serreze & Barry). E non è magia: quando il ghiaccio marino è ridotto o più fragile, l’oceano rilascia più calore e umidità verso l’atmosfera; in più cambiano le nubi, i flussi radiativi e la struttura termica vicino al suolo. Risultato: un’anomalia positiva in inverno e in primavera diventa più probabile, soprattutto sulle fasce costiere.
La parte interessante è che la figura non racconta un “rosso uniforme”. Mostra un pattern. In molte stazioni del nord e dell’ovest gli spicchi caldi sono persistenti per tre stagioni di fila. Questo, in termini pratici, significa che la calotta arriva alla primavera già in un contesto termico meno favorevole alla conservazione della neve: il manto inizia a trasformarsi prima, il firn può cambiare proprietà, e basta poco perché si apra la porta alla fusione superficiale o a episodi di pioggia/ricongelamento che alterano la struttura interna. È il motivo per cui tanti lavori sul bilancio di massa groenlandese insistono sul ruolo delle stagioni di transizione: non servono solo a “fare media”, servono a preparare il terreno a quello che succederà in estate (van den Broeke; Fettweis; Box e colleghi). Se la primavera è più calda, spesso la stagione di melt parte prima e la superficie diventa più vulnerabile quando la radiazione solare aumenta.
E infatti il testo che accompagna questa figura lo sottolinea con due esempi molto concreti: Summit che raggiunge un record di temperatura media mensile in aprile, e un’ondata di calore a fine maggio sulla costa orientale. A me questi dettagli piacciono perché trasformano l’anomalia in qualcosa di “vissuto”: non è solo +2 °C su una tabella, è un mese che cambia le condizioni della neve e la predisposizione alla fusione. E qui entra un concetto chiave: in Groenlandia non conta solo quanto fa caldo, conta quando fa caldo. Un’anomalia in maggio può valere tantissimo, perché arriva mentre la calotta sta passando da un regime dominato da accumulo e freddo a un regime dominato da energia solare e fusione.
Poi c’è l’estate. E la Figura 3, su questo, è quasi pedagogica: in molte stazioni gli spicchi estivi sono più “smorzati”, spesso vicini alla media. Questo non significa “estate fresca”, significa che nel 2024/25 l’estate non è stata il martello eccezionale che abbiamo visto in altri anni molto negativi. È un punto importante perché aiuta a collegare la mappa alle figure sulla fusione e al bilancio finale: puoi avere un anno complessivamente caldo (lo suggeriscono gli anelli esterni spesso positivi) anche senza un’estate estremamente anomala, se autunno-inverno-primavera sono stati persistentemente sopra media. E quando l’estate non sfonda, l’esito sulla fusione totale può restare più contenuto, soprattutto se nello stesso periodo entrano in gioco anche nevicate estive e un albedo più alto, che riducono l’energia assorbita (il classico melt–albedo feedback descritto in moltissimi studi glaciologici).
In sostanza, io leggo la Figura 3 come una mappa del “contesto”: nel 2024/25 la Groenlandia costiera ha vissuto un anno termicamente sopra media soprattutto nelle stagioni fredde e di transizione. Questo aumenta la predisposizione del sistema alla perdita di massa, perché anticipa e facilita i processi che portano alla fusione e al runoff. Però, allo stesso tempo, l’estate non sembra essere stata ovunque straordinariamente calda, e questo spiega perché il quadro complessivo possa risultare meno estremo di altri anni recenti. È un equilibrio sottile: la Figura 3 non ti dice “quanto ghiaccio hai perso”, ma ti fa capire che tipo di anno era dal punto di vista termico. E, per chi lavora su SMB e fusione, è già metà della storia.

Figura 4 – La fusione nel 2025: non sempre “enorme”, ma spesso presente (e soprattutto ai margini)
Quando guardo la Figura 4 io mi faccio una domanda molto pratica: la fusione è stata un evento raro e violento, oppure un fenomeno che si è ripresentato tante volte, anche senza “sfondare” ogni giorno? Qui la risposta è proprio nel modo in cui i due pannelli si completano. Nel pannello (a) vedi l’estensione giornaliera della fusione superficiale: in che percentuale della calotta, giorno per giorno, la superficie è entrata in condizioni di melt. La linea nera è la mediana 1991–2020 e la fascia grigia ti dà l’intervallo tipico (variabilità “normale” attorno alla climatologia). Il 2025, in blu, segue la forma stagionale classica: crescita tra maggio e giugno, picco tra fine giugno e luglio, poi calo verso agosto. Quindi non è una stagione fuori scala per andamento generale. Però la curva blu è nervosa, piena di strappi. E per me questo è il dettaglio più “fisico”: la fusione groenlandese spesso funziona così, non come una lampadina sempre accesa, ma come un interruttore che scatta quando l’atmosfera mette insieme la combinazione giusta. Un paio di giorni di avvezione mite, un periodo più soleggiato del normale, un episodio di föhn o di aria secca e discendente lungo i versanti, e l’area in fusione può allargarsi in fretta; poi cambia la circolazione e si richiude. È un comportamento molto coerente con quello che diversi studi hanno mostrato negli anni: la fusione in Groenlandia risponde in modo molto sensibile ai pattern sinottici (blocking, traiettorie delle tempeste, trasporto di calore e umidità) e al bilancio energetico superficiale, dove radiazione a onde corte, nubi e flussi turbolenti possono far pendere l’ago da una parte o dall’altra anche in pochi giorni (Box e colleghi; Fettweis e colleghi; Hanna e colleghi; van den Broeke e colleghi). In rosso c’è l’autunno 2024: qualche episodio di fusione a settembre, poi il segnale si spegne. Questo è utile perché ti dice che l’inizio dell’anno di bilancio non ha “trascinato” a lungo la stagione di melt: ci sono stati colpi di coda, ma non un prolungamento persistente.
Il pannello (b) cambia completamente prospettiva e, secondo me, è quello che chiarisce il paradosso apparente: anche se l’estensione totale della fusione non sembra eccezionale, i giorni di fusione possono essere stati tanti. La mappa mostra infatti l’anomalia del numero di melt days tra 1 aprile e 31 agosto 2025 rispetto al 1991–2020. Rosso significa “più giorni del normale”, blu “meno giorni”. Qui salta fuori un segnale molto chiaro: lungo ampi tratti dei margini della calotta, soprattutto sulle fasce costiere, prevalgono anomalie positive. Tradotto: in tante zone periferiche la fusione è comparsa più spesso, anche se magari non sempre in modo esteso o continuo su tutta la Groenlandia nello stesso giorno. Questa distinzione è fondamentale. È un po’ come la differenza tra un temporale gigantesco in un’unica giornata e venti giornate con piogge moderate: il cumulato e l’impatto possono essere comparabili, ma la “firma” temporale è diversa. In glaciologia questa cosa conta moltissimo, perché la perdita di massa superficiale non dipende solo dall’area massima in melt, ma dalla persistenza della fusione e da come la superficie risponde: quanta neve rimane a proteggere il ghiaccio, quanta acqua percola e ricongela nel firn, quanta invece scappa via come runoff. Su questo c’è una letteratura enorme: il firn può comportarsi da spugna finché ha “capacità”, ma quando si scalda o si satura cambia regime; e la transizione tra trattenere acqua e rilasciarla è una delle chiavi per capire perché alcuni anni, a parità di temperature, producono più deflusso di altri (Tedesco e colleghi; van den Broeke e colleghi).
Un altro dettaglio che la Figura 4 ti suggerisce, anche senza dirlo esplicitamente, è il ruolo della superficie. Se a inizio stagione l’albedo è più basso o la neve è già trasformata, basta poco per accendere la fusione; se invece arrivano nevicate estive, la superficie si “rischiara” e l’estensione della fusione può restare più contenuta anche con molti giorni marginali in melt. È il classico melt–albedo feedback: quando il ghiaccio scurisce o si bagna assorbe più radiazione e fonde più facilmente; se invece la neve fresca copre e aumenta la riflettività, la stessa radiazione produce meno fusione. Questo meccanismo è uno dei pilastri con cui si interpretano gli anni estremi e quelli “meno negativi” in Groenlandia (Box, Fettweis, van den Broeke, Tedesco). E se poi entrano in gioco impurità superficiali — polveri, black carbon, particolato da fumo — l’albedo può scendere e la fusione può essere facilitata proprio nei momenti finali della stagione, quando la neve stagionale è più sottile e il ghiaccio è più esposto (Keegan et al. 2014 e studi collegati su impurità e scurimento).
Alla fine, io la leggerei così: la Figura 4 ti dice che nel 2025 la fusione non è stata necessariamente “gigantesca” in modo continuo sull’intera calotta, ma è stata frequente e spesso concentrata sulle fasce marginali, cioè le zone dove la calotta è più vulnerabile e dove il passaggio da fusione a deflusso avviene più facilmente. È una fusione fatta di tanti episodi, di tante giornate, di tanti riaccendersi. E questo spiega benissimo come si possa avere un anno con perdita netta ma non estrema: non serve un’estate mostruosa ogni giorno, a volte basta una stagione in cui la fusione torna spesso, spinge ai bordi, e lavora con costanza.

Quando guardo la Figura 5 io penso subito a un’immagine molto semplice: la Groenlandia come un nastro trasportatore che porta ghiaccio dall’interno verso l’oceano. Quel nastro non è la fusione in superficie. È la dinamica dei ghiacciai. E questa figura serve proprio a mostrarti quanto “gira” quel nastro, anno dopo anno, dentro l’anno, e dove si piazza il 2025 rispetto al passato.
Nel pannello (a) l’asse del tempo va da inizio settembre a inizio settembre: è l’anno di bilancio, quello che ha senso usare perché include tutta la stagione fredda e tutta la stagione calda. Le linee grigie sono i singoli anni 1991–2020, la linea arancione è la media di quel periodo e la fascia arancione chiara è la variabilità tipica (±1 deviazione standard). Poi arriva la linea nera: il 2025. E qui il messaggio è immediato, quasi “fisico”: la linea nera sta spesso sopra la media. Non è un singolo picco, non è un evento isolato. È un livello di scarico più alto mantenuto per mesi, con una stagionalità che si riconosce bene.
Quella stagionalità non è casuale. In tanti sistemi glaciali groenlandesi, soprattutto sui grandi outlet glaciers, la velocità di flusso tende a modulare con la stagione perché cambia l’idrologia: quando arriva il melt, l’acqua può raggiungere il letto glaciale e ridurre l’attrito, almeno in certe fasi, accelerando lo scorrimento; poi, con l’evoluzione del drenaggio subglaciale, il sistema può anche parzialmente “organizzarsi” e frenare. È un tema studiato da anni, con lavori classici su accelerazioni estive e risposta idrologica (da Zwally in poi, e poi molte analisi successive su bacini specifici). Quello che la figura ti fa vedere, però, è che nel 2025 questa modulazione stagionale si appoggia su un livello di base già alto. Come dire: anche quando “non spingi”, stai comunque andando forte.
E qui entra il numero che nel testo accompagna la figura: lo scarico nel 2025 è circa 491 ± 17 Gt/anno, quindi grosso modo una deviazione standard sopra la media 1991–2020 (circa 458 ± 27). A me interessa più il significato del valore assoluto. Perché lo scarico è la componente che, in un certo senso, ti sfugge di mano: puoi avere un anno con più neve, puoi avere un’estate non devastante, ma se i ghiacciai costieri continuano a scaricare ghiaccio solido in mare a ritmi elevati, il bilancio complessivo resta sotto pressione. Ed è proprio ciò che la letteratura sul mass balance groenlandese ha messo nero su bianco da tempo: dagli anni ’90 in poi, lo scarico dei principali ghiacciai è aumentato e, insieme alla perdita superficiale, ha spinto la calotta in un regime di perdita persistente. I lavori di Mouginot e colleghi sulla velocità e sul discharge, e quelli di Mankoff e colleghi sull’approccio “flux gates”, sono esattamente costruiti per quantificare questa componente in modo stabile e confrontabile nel tempo.
A proposito dei “flux gates”: l’idea è molto intuitiva anche se dietro c’è una tecnica sofisticata. Si definiscono delle sezioni di controllo vicino ai margini, una specie di “cancello” attraverso cui passa il ghiaccio diretto verso il mare. Misuri velocità e spessore, calcoli il flusso di massa che attraversa quel cancello, e ottieni lo scarico. È un modo elegante per separare la dinamica costiera da tutto il rumore della superficie. E per me è anche un promemoria: questa parte del sistema non dipende solo dalla temperatura dell’aria. Dipende anche dall’oceano, dalle acque relativamente calde che possono erodere le fronti glaciali, dall’assetto dei fiordi, dalla buttressing dei ghiacci e dalla geometria del letto. Tutti elementi che la glaciologia moderna discute da anni (penso, per esempio, alle linee di ricerca su interazione ghiaccio–oceano e terminazioni marine: Straneo, Holland, Motyka e molti altri).
Il pannello (b) è la traduzione statistica della stessa storia. Qui non segui mese per mese, ma guardi la distribuzione dei valori medi annui di discharge dal 1991 al 2024: quante volte sei stato attorno a 430–440, quante volte attorno a 470–480, quante volte vicino o sopra 500 Gt/anno. Il punto nero del 2025 cade nella parte alta della distribuzione. Non è “il massimo di sempre”, ma è chiaramente sopra la zona centrale. E anche la barra d’errore non cambia la lettura: stai parlando di un anno in cui lo scarico è stato robusto, sostenuto, da fascia alta.
Se devo dirla nel modo più semplice possibile: la Figura 5 mi ricorda che il 2025 non è stato solo un anno di “neve che aiuta” o di “melt non estremo”. È stato anche un anno in cui la Groenlandia ha continuato a svuotarsi meccanicamente verso l’oceano a un ritmo alto. E questa è la parte che spesso viene sottovalutata quando si guarda solo la fusione superficiale. Puoi anche avere una stagione con qualche fattore favorevole in superficie, ma se il nastro trasportatore dei ghiacciai costieri resta veloce, la calotta rimane intrinsecamente in disequilibrio. Questa figura, secondo me, lo fa vedere in modo pulito: lo scarico nel 2025 non è rientrato nella norma, è rimasto sopra. E finché succede questo, ogni “anno meno negativo” è una tregua parziale, non un cambio di rotta.
Metodi e dati: come “misurano” la Groenlandia, e perché servono più strumenti insieme
Quando leggo questa sezione, io la traduco così: per capire davvero quanta massa perde (o guadagna) la calotta groenlandese non basta un solo sensore, perché ogni strumento vede un pezzo diverso della storia. GRACE e GRACE-FO, per esempio, non “fotografano” il ghiaccio: lo pesano. Misurano piccole variazioni del campo di gravità terrestre e da lì ricavano quanto cambia la massa nel tempo. È un approccio potentissimo, ma va trattato con cura, perché il segnale gravitazionale è smussato nello spazio e può “sporcare” i confini (il classico problema di leakage). Per questo gli autori applicano un kernel di media regionale (Wahr et al. 1998), in linea con le soluzioni a mascon usate da JPL e GSFC (Watkins et al. 2015; Loomis et al. 2019): in pratica cercano di rendere coerente la stima con i metodi operativi più robusti per confinare il segnale sulla Groenlandia. Poi fanno un passaggio che sembra banale ma non lo è: i dati grezzi includono anche ghiacciai periferici che non fanno parte della calotta “principale”, quindi scalano il risultato con un fattore 0,84 per escludere quel contributo (Colgan et al. 2015). È un modo trasparente per dire: “ok, stiamo misurando una regione ampia, ma vogliamo riportare il numero alla sola ice sheet”.
ICESat-2, invece, gioca un’altra partita: misura l’altezza della superficie e da lì risale al cambiamento di massa. Sembra più diretto, ma in realtà è pieno di sfumature, perché se la superficie si abbassa non significa automaticamente che “si è perso ghiaccio”: può cambiare anche il contenuto d’aria nel firn, può compattarsi la neve, può variare l’SMB. Ecco perché qui si vede un flusso di lavoro molto “da glaciologi”: prendono le misure trimestrali di elevazione (Smith et al. 2023), le correggono per le anomalie legate a firn e SMB (Medley et al. 2022), seguono la strategia di processamento dei prodotti di livello 3B per isolare la parte di variazione non guidata dall’SMB (Smith 2023), e poi riaggiungono l’SMB mensile per tornare a una stima di massa totale. A me piace questo approccio perché non fa finta che quota e massa siano la stessa cosa: riconosce che in mezzo c’è fisica, e che quella fisica va messa in conto. Anche l’errore viene trattato in modo esplicito, approssimandolo come 0,14 volte l’anomalia di SMB (Medley et al. 2022): non è una formula “magica”, è una scelta pragmatica per portare l’incertezza dentro il risultato, invece di lasciarla fuori dalla porta.
Poi c’è tutta la parte meteorologica, che è la spina dorsale interpretativa. Qui i dati arrivano da una rete reale, fatta di stazioni a terra: DMI, Mittarfeqarfiit, e la Summit Station (NSF/NOAA GEOSummit), più i transect di stazioni automatiche PROMICE gestite da GEUS. Queste stazioni non servono solo a dire “quanto faceva caldo”: servono a mettere in relazione temperatura, precipitazioni e bilancio superficiale, cioè a dare contesto causale alle variazioni di massa. Il riferimento a Fausto et al. (2021) non è ornamentale: indica che dietro c’è un impianto metodologico consolidato per stimare SMB e variabili meteo in modo consistente lungo i profili dalla costa verso l’interno.
Per la fusione superficiale, invece, entrano in scena le microonde passive: il prodotto di melt deriva dai dati giornalieri SSMIS a 37 GHz (Mote 2007). Qui io lo dico sempre in modo molto semplice: le microonde “sentono” bene il passaggio tra neve asciutta e neve bagnata, quindi sono ottime per mappare dove e quando la superficie entra in fusione. Ma c’è un nodo che pesa più di una riga: lo strumento è stato dismesso il 24 settembre 2025, e con lui si perde la capacità di produrre quel prodotto specifico. Questa non è solo una nota tecnica; è un promemoria operativo. Se interrompi una serie osservativa, non perdi solo dati futuri: perdi continuità, confrontabilità, e quindi potere diagnostico.
Infine lo scarico glaciale, cioè il “nastro trasportatore” che porta ghiaccio solido verso l’oceano. PROMICE lo stima combinando velocità superficiale da Sentinel-1, spessore e densità del ghiaccio, e l’assunzione di plug flow (Mankoff et al. 2020). Anche qui c’è onestà metodologica: le sezioni di controllo (i gates) sono a qualche chilometro a monte delle terminazioni, quindi l’approccio non cattura l’avanzata o l’arretramento del fronte e nemmeno la fusione tra gate e terminus. In altre parole: misura bene il flusso che entra nell’ultima porzione costiera, ma non pretende di descrivere ogni dettaglio del margine glaciale in tempo reale. È una scelta ragionevole se il tuo obiettivo è un numero stabile e comparabile tra anni.
Se metto tutto insieme, io leggo questa sottosezione come una regola d’oro: incrociare strumenti indipendenti(gravimetria, altimetria, stazioni meteo, microonde, radar) non è ridondanza, è controllo di qualità. Ogni sistema ha i suoi punti ciechi. E proprio per questo, quando più linee di evidenza convergono, il messaggio diventa molto più solido di qualsiasi singola misura presa da sola.
https://arctic.noaa.gov/report-card/report-card-2025/greenland-ice-sheet-2025
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